Paolo Sciortino.
.
Misteri, crimini e storie insolite di Milano.
Enigmi insoluti, misteri oscuri e delitti irrisolti di una citt che nasconde ancora molto.
.
2012. Newton Compton Editori, ROMA.
...
.
...
Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
...
.
...
Presentazione.
.
IL VOLTO NERO DELLA CAPITALE DELLA MODA.
LA RUOTA DI SANGUE NASCOSTA IN SANTO STEFANO.
GLI SCACCHI TEMPLARI NELLA CHIESA DI AMBROGIO.
IL BENE E IL MALE SI INCONTRANO A CHIARA VALLE.
URLA DI STREGHE NELLA MOVIDA DELLE BASILICHE.
LA FIERA BESTIA" CHE TERRORIZZAVA IL MILANESE.
LA DAMA NERA CHE ABITA NEL PARCO SEMPIONE.
ANTONIO BOGGIA, PRIMO ASSASSEVO.
SERIALE MILANESE.
UXORICIDIO IN PIAZZA SCALA, FU VERA COLPA?
DELITTO DELLA CATTOLICA, 33 COLTELLATE SENZA NOME.
PROFESSOR KLINGER, UCCISO PER ERRORE?
DOVE VANNO A MORIRE I CINESI?
LA BANCA DI DIO SOTTO LE GUGLIE DEL DUOMO.
MILANO CAPITALE (IN SECONDA) DEL SATANISMO.
... E TANTI ALTRI MISTERI E SEGRETI
...
.
...
L'Autore.
...
.
...
Paolo Sciortino.
Misteri, crimini e storie insolite di Milano
E una metropoli dai mille indecifrabili
volti, quella descritta in queste
pagine. Una citt raccontata tramite
gli episodi oscuri del suo passato e
del suo presente. Il capoluogo lombardo
custodisce segreti inconfessati
e inconfessabili, fin dalle sue origini
lontane e misteriose.
In questo libro, mito, leggenda, storia
e cronaca si intrecciano e si confondono
restituendo il ritratto di una
Milano affascinante e tenebrosa: dal
Duomo del diavolo" agli enigmi
dell'Abbazia di Chiaravalle, dal
mostro della Stretta Bagnera ai fantasmi
dei sotterranei, dall'ilo che
Benito Mussolini nascose, fino al famoso
vampiro che si diceva vivesse
alla Stazione Centrale, per arrivare
ai casi irrisolti della cronaca contemporanea.
101 misteri per conoscere
Milano, partendo proprio da ci che
la citt non vorrebbe svelare.
PAOLO SCIORTINO
Giornalista professionista, ha lavorato
per agenzie di stampa,
quotidiani, radio e testate online, occupandosi
di cronaca, politica, cultura
e costume. Ha scritto canzoni,
sceneggiature, storie di citt, testi
per il teatro, per l'arte contemporanea
e per la pubblicit. Assiste i pi
bisognosi scrivendo lettere per conto
di analfabeti o stranieri.
Con la Newton Compton ha pubblicato
anche Storia segreta di Milano.
...
.
...
MILANO, PORTO DI TERRA NEL NULLA GEOGRAFICO.
...
.
...
Milano non ha giustificazione geografica. Ci sono citt
prodigiose come Venezia, che galleggia su una laguna, citt
ardimentose come Lhasa, che troneggia sull'Himalaya,
citt imperiose come New York, che  la capitale del mondo.
E ci sono citt incantate come Parigi, che  la culla dei
sogni. Ma tutte queste, come altre citt, sono giustificate
dalla natura del luogo. Non ci sono invece citt come Milano,
che sorge nel mezzo della pi vasta pianura italiana
come un'oasi brulicante di vite che non si fermano mai.
Ma perch a Milano ogni giorno entrano settecento mila auto?
Perch ogni giorno il flusso migratorio pendolare sfiora il
milione di persone che, sommate ai residenti, portano il totale
delle anime vive che pullulano in citt a oltre due milioni?
Domande legittime. E senza risposte, poich non esiste
nessun'altra grande citt al mondo, viva e vitale da millenni,
giacente in una posizione geografica come quella su cui
sorge questa citt.
Milano non si allunga su una costa marina, non c' un
fiume che la attraversa, n si distende in una valle o ai piedi
di qualche bella montagna. Milano  nata secondo le stime
pi accreditate circa 2500 anni fa su palafitte in bilico sopra
una palude planiziale. Misteriosamente.
Fra le ipotesi storico-mitiche pi frequenti e note vi  la
leggenda tramandata da Tito Livio, che attribuisce la fondazione
al re gallico Ambigato, colui che diede alla citt il
nome di Mediolanum (dalle parole mezzo e lana) seguendo
il volo di uno stormo d'uccelli fino alla pianura Padana.
Il nome deriverebbe dal mostruoso incontro con una
scrofa dal manto ricoperto di lana per met del corpo, scoperta
dal fondatore e dai suoi figli mentre allattava dei cuccioli.
La scrofa semilanuta si vede ancora in un bassorilievo
alla base di un capitello del palazzo della Regione in
piazza Mercanti.
Pi attendibile, e altrettanto diffusa, una leggenda molto
pi circostanziata: quella dei Celti di Belloveso, che nel
600 a. C. si sarebbero insediati a Mediolanum. Sempre lo
stesso nome tramandato, ma il significato cambia. O almeno
la sua interpretazione: terra di mezzo, toponimo scelto
proprio a causa della centralit del luogo nella rete di comunicazione
viaria e commerciale dell'Europa dell'epoca.
Oppure un Medhelan, per dirla con il codice dei druidi: un
luogo sacro a forma di ellisse allineato alle costellazioni. I
fautori dell'origine sacrale della citt vedono i resti di un
recinto ellittico che delimitava il luogo scelto per la fondazione
intorno a piazza Scala, tra via Manzoni e corso Vittorio
Emanuele.
A volere insistere nella metafora della centralit, in effetti,
Milano  al centro geografico tra il Baltico e le sponde
meridionali del Mediterraneo.
Ma resta il fatto che prima di diventare la capitale indispensabile
del lavoro, del commercio e degli scambi per
l'Italia e per l'Europa, il territorio di Milano era una palude
malferma e insalubre.  misteriosa anche l'energia volitiva
e incrollabile dei primi milanesi che hanno trasformato un
acquitrino nell'inizio di una metropoli.
Insomma, seppure priva di un senso geografico compiuto,
Milano  un centro indispensabile, ineludibile.  un'oasi,
 vero, ma nel senso dell'approdo per chi viene da terra
e va verso la terra. Milano  l'unico, misterioso porto di
terra del mappamondo.

DAI VISCONTI ALLE TV,
IL BISCIONE DOMINA MILANO.

Dalla famiglia Visconti alla famiglia Berlusconi, il serpentone
avviticchiato e divorante  il simbolo del comando
a Milano. Prima stemma, poi logo. Le epoche non lo hanno
cambiato, il dragone di Mediolanum persiste nella sua fame
inesausta: porta tra le fauci un giovane sventurato che
non inghiotte mai.
L'immagine pare quella di una leggenda nera, un fantasy
horror senza fine. Ma chi sono i due personaggi dello stemma
di Milano? Quel biscione che  passato dall'iconografia
del potere medievale incarnato dai potentissimi Visconti
alla simbologia del potere mediatico e finanziario della Fininvest
e della Mediaset - ma c' chi giura che anche il cane
a sei zampe dell'Eni sia un altro rampollo del drago di
Milano - non ha ancora un'origine certa, una spiegazione
plausibile. Eppure, con resistenza tantalica,  ancora il simbolo
di Milano.
La prima apparizione del Biscione con il bimbo tra le
fauci  del XIV secolo, emblema protagonista dell'araldica
della nobile famiglia che regn su Milano per quasi due secoli.
Fatue leggende rimandano alle crociate, quando un
cavaliere della stirpe milanese uccise un saraceno armato
con uno scudo su cui era raffigurata questa immagine.
Altre fonti, pi favolistiche, narrano di un enorme drago
che avrebbe assediato la citt alla morte del temutissimo e
venerato vescovo Ambrogio. Solo un esponente della famiglia
Visconti, Uberto, avrebbe avuto il coraggio di uscire
dalle mura per affrontare e battere la terribile bestia.
Le tradizioni pi fantasiose rivelano senza esitazione
che il mostro famelico non  che il drago Tarantasio, parente
stretto, secondo le raffigurazioni medievali di Nessie,
il bestione acquatico di Loch Ness della mitologia popolare
corrente. Come il cugino scozzese, Tarantasio aveva
le sembianze di un dinosauro marino o lacustre e viveva
nel remoto lago Gerundo il cui bacino, vastissimo, era
compreso tra le porte sud del comune meneghino e i territori
di Crema e Bergamo. Il mitico bacino abitato dalla
mostruosa creatura deve essere realmente esistito, se le
fonti popolari lo individuano cos spesso nei loro repertori.
Responsabile della bonifica del lago, che sarebbe stato
prosciugato per ragioni urbanistiche, potrebbe essere
stato Federico Barbarossa, se non si vuole credere alla leggenda
del Visconti, e nemmeno a quella che vorrebbe san
Cristoforo tra i promotori dell'intervento idraulico. In realt,
il prosciugamento del lago sarebbe avvenuto lentamente,
nel corso di tutto il Medioevo e l'Era Moderna, con
l'allestimento progressivo di una fitta rete di rogge e canali.
Tracce del Mare Padano, come anche veniva chiamato
il bacino nell'antichit, sarebbero rimaste fino all'inizio
del Ventesimo secolo.
Del drago Tarantasio, comunque, per chi ama le reliquie,
esiste ancora una costola, enorme, custodita nella chiesa di
San Giorgio ad Almenno, in provincia di Bergamo. E un
affresco, esposto fino a qualche anno fa nella chiesa di San
Marco a Milano, raffigura il drago con le sembianze impressionanti
di un brontosauro, animale preistorico estinto
da 65 milioni di anni. Il dipinto sembra che sia custodito
nel Museo della Sacrestia, che per  chiuso al pubblico.

LA RUOTA DI SANGUE
NASCOSTA IN SANTO STEFANO.

La ruota di pietra forata  uno dei simboli dell'arte e della
religione fra i pi antichi. Una di quelle forme prime
che fanno parte del repertorio immaginifico della paleologia
artistica dei popoli, come il dolmen, il menhir, ma anche
la croce o la sfera. I Celti a Milano, pur essendo senza
ombra di dubbio i fondatori del luogo, non hanno lasciato
quasi nulla del loro corredo civile e culturale. Non una
torquee, n una triskelle, n bracciali, monili, vasellame.
Fondarono Milano e sprofondarono nei suoi acquitrini coi
loro tesori.
Sono rari i reperti del passaggio e della lunga permanenza
del popolo delle foreste e delle fonti nella Milano delle
origini, ma un oggetto, massiccio e misterioso, c': una
ruota in pietra, forata al centro. Pare che sia custodita nei
sotterranei della chiesa di Santo Stefano, in quell'area del
Policlinico che  considerata fra le pi antiche dalla fondazione
della citt.
La pietra, chiamata anche Ruota degli innocenti,  legata
a una simbologia cruenta: il sangue dei combattimenti.
I Celti non avevano un diritto pubblico, esisteva solo un
diritto privato e i conti si regolavano con i duelli, le ordalie
e gli scontri in campo aperto.
E cos, la ruota di pietra  diventata, nella leggenda, la
Ruota di sangue. Quello degli ariani e dei cattolici del vescovo
Ambrogio, che durante le battaglie si sarebbe fuso
insieme e, coagulandosi, avrebbe formato la ruota.
Di sangue dunque, non di pietra,  composta magicamente
la ruota che ancora oggi si nasconderebbe sotto la
chiesa del protomartire, poich rotolando, dopo il sensazionale
coagulo, sarebbe andata a conficcarsi nella facciata
della cappella degli Innocenti, presso il primitivo
cimitero di Porta Tonsa, al Verziere. Area che corrisponde
alla successiva edificazione della basilica di Santo
Stefano.
Per assimilazione - per sinestesia si potrebbe dire - la
ruota di sangue della leggenda  riferibile a una pratica rituale
effettivamente diffusa nell'antichit celtica: quella di
lasciare rotolare una ruota infuocata fino all'acqua, per lasciare
alla fisica degli elementi la contesa della vita e della
morte, per propiziare la fertilit dei raccolti.
Tale rito si sarebbe svolto con regolarit presso la zona di
San Vincenzo in Prato e san Calogero, in Porta Ticinese.
Qui vi era un Nemeton, cio un luogo di raduno sacro, di
quelli che i druidi eleggevano nelle radure naturali disposte
lungo un certo asse rispetto alle costellazioni.
Il Nemeton di Porta Ticinese era circondato da olmi e
quello era il luogo di culto di Taranis, il dio del cielo che
poi, per affinit di competenze, fu assimilato a Giove.
Taranis governava il fuoco celeste e la pioggia, le burrasche
e la fertilit.
La ruota infuocata, o di sangue secondo i pi fantasiosi,
si lasciava rotolare fino all'acqua, forse l'acquitrino che i
Romani avrebbero trasformato in darsena, pi vasta di
quella attuale.
La ruota, con tutte le sue misteriose simbologie, sarebbe
ancora custodita nel ventre sotterraneo di Santo Stefano,
ma la chiesa  sconsacrata, chiusa al pubblico e agli addetti
ai lavori da anni.

GLI SCACCHI TEMPLARI
NELLA CHIESA DI AMBROGIO.

Una scacchiera verticale sottolineata da tre fasce bianche
adorna il lato destro della facciata di Sant'Ambrogio, la basilica
dei milanesi. Un simbolo nascosto, da cercare con attenzione.
In primis perch anche la facciata della basilica 
nascosta da una fortificazione antistante, primo luogo di
raccolta dei catecumeni, a cui si accede da un portale difensivo.
E poi, perch l'inserto architettonico non  vistoso,
non  stato realizzato per richiamare l'attenzione di devoti
e fedeli. Solo occhi animati da laica curiosit scorgono
l'anomalia sulla chiesa del vescovo patrono di Milano, e si
chiedono: che significa quel rombo a scacchi bianchi alternati
con il rosso uniforme delle altre mattonelle?
La basilica fu eretta nel IV secolo dopo Cristo, ma le formelle
a mosaico che compongono la scacchiera misteriosa
compaiono ottocento anni pi tardi circa, al termine del restauro
e dell'ampliamento del complesso, nel XII secolo. In
piena epoca templare.
I soldati di Dio intrapresero la loro poderosa marcia nel
mondo conosciuto, che dur oltre tre secoli, nel 1111. Arrivarono
in Lombardia portandosi appresso Bernardo di
Chiaravalle, fondatore dell'ordine Cistercense, e dell'omonima
abbazia alle porte di Milano. Ma lasciarono i
loro segni, secondo quanto  possibile presumere dalle
cronache, pur senza il conforto pieno delle spiegazioni,
anche nel luogo di culto pi antico della citt. Si farebbero
infatti risalire al codice semantico dei cavalieri di Cristo
le formelle a scacchi sulla facciata di sant'Ambrogio,
soprattutto nel richiamo alle alternanze di chiaro e scuro
della simbologia templare. Ma che cosa significa? Perch
una scacchiera sulla facciata della basilica fortezza del
vescovo Ambrogio? Che cosa sono le linee verticali bianche
che la sottolineano? Come mai questo episodio architettonico
ornamentale non ha consimili in nessun altra
chiesa d'Europa?
Ci si arrangia con interpretazioni apotropaiche: le parti
bianche simboleggerebbero i frammenti di stoviglie e ceramiche
che servivano a scacciare il Maligno. Ma resta il
mistero della disposizione delle caselle a scacchiera. Tanto
pi che il motivo si ripete ben quattro volte, a sorpresa, in
punti seminascosti della basilica.
Oltre alla scacchiera posizionata sopra il nartece, sotto il
campanile dei Monaci, composta da 49 caselle secondo lo
schema sette per sette, se ne trova una seconda esterna sotto
il portico d'ingresso che riporta uno schema a 64 caselle
(otto per otto). Il mosaico  molto deturpato da incrostazioni
successive di cemento.
Entrando in chiesa si trovano altre due scacchiere. La prima,
sotto l'arcone, varcando la porta di sinistra e guardando
subito la parete laterale della navata sinistra. Il mosaico
 costituito da 49 caselle (sette per sette), bianche e rosse
come all'esterno, con lievi parti abrase. E sotto di essa, una
quarta scacchiera, quasi del tutto irriconoscibile, ma il
motivo geometrico si riesce facilmente a indovinare. Probabilmente
si tratta di un inserto da 25 caselle composte nello
schema cinque per cinque che appare come incompiuto,
pi che rimosso successivamente. Quasi tutte le mattonelle
sono rosse, ma qualcuna bianca c' ancora.

IL DIAVOLO SI FERMA SULLA
COLONNA DI AMBROGIO.

Ambrogio, vescovo combattivo e colto di Milano, non
scacci dalla sua chiesa fortificata solo principi e imperatori
impenitenti. Venne anche il giorno che se la vide con il
diavolo in persona.
A Teodosio, imperatore sanguinario colpevole di un'orrenda
strage di settemila innocenti a Tessalonica, il vescovo
milanese impose la preghiera e il digiuno.  la chiesa
al di sopra dell'impero, motteggiava Ambrogio per redarguire
i sovrani.
Con Belzeb, il vescovo non sprec parole dotte, ma pass
energicamente ai fatti.
Gli esiti del combattimento con il demonio sono ancora
testimoniati all'esterno della basilica, sul lato sinistro, nel
fusto di una antichissima colonna romana con capitello corinzio
che sorge inopinatamente tra le mura di cinta della
chiesa e il cantiere del parcheggio sotterraneo in costruzione.
Sulla colonna, ad altezza di cintura, vi sono due grossi
fori, allineati a distanza di circa venti centimetri. La tradizione
vuole che siano state le corna del diavolo a provocare
quei fori. Il Maligno apparve nelle sue sembianze antropomorfe
con tanto di corna e codino, proprio all'interno dello
spazio sacro, ne fu respinto con calcioni accompagnati da
anatemi, fu allontanato all'esterno della chiesa e nella fuga
incorn la colonna, lasciando l'incolmabile traccia che ancora
si vede. Le versioni dell'incontro sono almeno due:
nel primo caso, il diavolo avrebbe ingaggiato il suo faccia
a faccia con il vescovo presentandosi nelle sue sembianze
infernali, e parandosi di fronte a lui mentre questi passeggiava
nel cortile dei Martiri. L'intento del Male era quello
di dissuadere Ambrogio dal proseguire la sua missione religiosa.
Una seconda leggenda spiega che il demonio si sia
invece camuffato da capo mastro bergamasco e abbia incontrato
Ambrogio per mostrargli alcuni progetti da realizzare
per la citt. Il Patrono, insospettito dall'aspetto dell'uomo,
lo avrebbe costretto a camminare bendato su una
linea retta. Una volta colto a sbirciare da sotto la benda, gli
sferr il poderoso calcio che svel la sua natura e lo lanci
contro la colonna con le corna.
Della colonna solitaria di piazza Sant'Ambrogio si conosce,
in effetti, l'origine: fu prelevata da edifici imperiali sopravvissuti
nel territorio milanese e trasportata nei pressi
della chiesa per officiare le incoronazioni degli imperatori.
Il rito prevedeva che dopo le benedizioni episcopali i nuovi
sovrani abbracciassero la colonna.
Quello che non si spiega  la presenza vistosa dei fori. E
inoltre - provare per credere - se si avvicinano le narici ai
buchi, si percepisce con chiarezza l'odore dello zolfo. E c'
chi giura che appoggiando l'orecchio sulla colonna si sentano
le grida delle anime dannate.
Il luogo  infatti ritenuto dai satanisti un importante passaggio
verso gli inferi. In alcuni momenti dell'anno mefistofelico
la zona pu essere infestata da presenze inquietanti.
Ci accade nella notte che precede la domenica di Pasqua,
quando pu capitare di assistere al passaggio del carro
che conduce le anime dei dannati, e durante le principali
date delle messe nere: durante il Capodanno satanico, il 31
ottobre, nel corso delle notti di Tregenda, intorno al giorno
venti di ogni cambio di stagione, la notte di Candelora, il
due febbraio e soprattutto nella notte che precede il primo
Maggio, detta di Valpurga, quando le streghe si radunano
per i loro Sabba.

LA DANZA MACABRA DI SAN BERNARDINO.

I e el d di mort, alegher!.  il giorno dei morti, allegri!
Cos incoraggiava i vivi Delio Tessa, poeta meneghino.
Il giorno passi, buon poeta, ma la notte dei morti c' poco
da stare allegri, se si transita dalle parti della chiesa di San
Bernardino alle Ossa.
Nell'antichissimo Brolo, il bosco giardino dei Celti, in
prossimit dell'antico Verziere, ovvero il mercato ortofrutticolo
del Medioevo milanese, e a due passi dal primo
ospedale civico della modernit, cio l'ospizio finale degli
appestati, sorge la chiesa di San Bernardino, storico ossario
pubblico.
Sulle pareti interne dell'edificio, a pianta centrale ottagonale,
sono schierati teschi e tibie a centinaia di migliaia,
con il gusto barocco del Memento mori in nome del quale
schiere di architetti coreografi dei secoli passati hanno disposto
i resti dei defunti milanesi delle classi sociali pi povere
in un ordine decorativo singolare, formando disegni
sacri. Per queste ragioni, San Bernardino  definita come
la chiesa pi piemontese di Milano, volendo con ci intendere
la pi Barocca, anche se l'atmosfera che si respira
nell'ossario riporta a climi cultuali della religione cristiana
pi vicini agli ambienti delle cappelle spagnole, o
dei sepolcri e delle catacombe del Mezzogiorno italiano ed
europeo.
Tra le ossa, talmente numerose che l'interno  un silenzioso
ma sconvolgente monito che proviene dal mondo
dei Pi, si dice sia sepolto anche lo scheletro intero di una
bambina.
 lei che ogni notte del 31 ottobre si rianima, scivola tra
le spire dei compianti assiepati e comincia la sua danza nel
centro dell'abside, trascinando centinaia di altri scheletri
ricomposti.
La notte dei morti la fanciulla esce dal suo tumulo passando
per uno stretto pertugio e trascina con s tutti i suoi
simili. Gli scheletri ricomposti inscenano una danza macabra
nel mezzo della cappella e vengono presto raggiunti
anche dagli scheletri dei giustiziati, rinchiusi sopra la porta
d'ingresso, verso la strada.
Quella notte, in piazza Santo Stefano, in via della Signora,
fino alle propaggini del largo Augusto, le ossa rianimate
danzanti si sentono come un sordo concerto di sonagli.
Poich l'appuntamento con gli scheletri in festa  fissato
ogni anno nella notte del giorno dei Morti, nel periodo che
il calendario delle messe nere fissa come il Capodanno satanico,
non mancano ancora oggi i vivi attratti dalla suggestione
lugubre del momento che vorrebbero unirsi a tale funerea
gironda. Come in un dipinto di Baschenis o in un incisione
di Drer.
L'immaginario storico delle danze macabre sembra avere
una certa consonanza con il luogo, dal momento che ad avviare
il tema nella rappresentazione artistica  stata la paurosa
epidemia di peste del 1348, che ha falciato centinaia
di migliaia di anime in tutta Europa durante una funesta
diffusione del morbo tra tutte le classi sociali. Tant' che
gli scheletri di san Bernardino sostennero in vita corpi di
milanesi di ogni estrazione, proprio a partire dai primi morti
appestati.
L'ossario di San Bernardino  un immenso mausoleo di
milanesi fortunati e sfortunati in vita, che la notte dei Morti
escono dalle loro cripte per lanciare ai vivi, danzando e
ghignando, l'incrollabile esortazione: Alegher!".

L'ENIGMA DELLE VESTIGIA
DI CRISTOFORO COLOMBO.

In San Bernardino, tra le molte ossa dei defunti di molte
epoche, vi sarebbero anche i resti della famiglia Colombo,
i discendenti di Cristoforo, s'intende.
Per la verit, di vestigia umane della schiatta dello scopritore
delle Americhe non si  scoperta ancora traccia, ma
i segni di onorate sepolture quelli si, sono testimonianze vivide
e inequivocabili. Anche se avvolte in un fitto enigma.
A guidare la scoperta delle misteriose reliquie  un dipinto
settecentesco firmato da Francesco Ferrario intitolato
Santa Maria Maddalena in casa del fariseo. La tela si trova
sopra un altare posto nella piccola cappella sulla destra
dell'ottagono. Ai lati dell'opera, non molto visibili per lo
spettatore, campeggiano due stemmi che appartengono al
casato nobiliare della stirpe di Colombo, con tanto di dedica
indubitabile: Coln diede il nuovo mondo alla Castiglia
e al Leon. E i due nobili di cui si celebra la memoria terrena
sarebbero, stando alle informazioni ufficiali che corredano
la visita alla chiesa, due discendenti del navigatore esploratore:
Pietro Antonio e Giovanni di Portogallo Colon,
Conti della Puela e della Veragua.
La tomba, o perlomeno la lapide, fu collocata a Milano,
nella chiesa di San Bernardino, ossario religioso ufficiale
del centro cittadino dopo le ondate di peste dei secoli XVII
e XVIII, nel 1768.
Ma perch le iscrizioni citano solo le patrie estere di
Colombo, la Spagna e il Portogallo, e non si fa cenno all'Italia?
E quale legame unisce questi due pronipoti del navigatore
genovese a Milano? E perch infine, a officiare la
loro memoria  un ritratto della Maddalena ospite del fariseo?
Le corrispondenze misteriose conducono a un'altra relazione
enigmatica: nella piccola cittadina di Evora, in Portogallo,
nei pressi di Lisbona, esiste una piccola chiesa ossario
che riproduce fedelmente la disposizione della raccolta
funebre di San Bernardino. La costruzione della chiesa
fu rivendicata dal re del Portogallo Giovanni V, che nel
1738 visit l'ossario milanese.
Informazioni pi attendibili storicamente attestano che la
Capela dos Ossos fu edificata nella sua forma originaria
nel XVI secolo da un monaco francescano, che in linea con
il dettato controriformista era animato dalla missione evangelica
di guidare i confratelli alla contemplazione della caducit
dell'umana esistenza e al mistero della morte. Il lapidario
invito  ben sintetizzato dall'iscrizione dell'ingresso:
Ns ossos que aqui estamos pelos vossos esperamos
(Noi ossa che qui stiamo, le vostre aspettiamo!), con mirabile
assonanza musicale della frase.
Al re del Portogallo, benemerito succitato, andrebbe invece
l'onore di avere ristrutturato la piccola chiesa lusitana,
ma solo dopo avere visitato a Milano l'ossario di San
Bernardino, al termine del quarto decennio del diciottesimo
secolo, come si  visto.
La traslazione delle spoglie dei discendenti di Colombo
a Milano sarebbe da mettere in relazione con l'interessamento
di re Giovanni V, poich avvenne circa trent'anni
dopo la sua visita a Milano e il suo intervento sulla chiesa
di Evora. Ma trent'anni sono tanti, e il re Magnanimo era
gi morto da tempo quando i resti della schiatta dello scopritore
delle Americhe giunsero a Milano. Chi li port a
San Bernardino?

IL BENE E IL MALE SI
INCONTRANO A CHIARAVALLE.

A Chiaravalle, abbazia cistercense tornata nella giurisdizione
dei monaci portatori della Regola di Cluny solo alla met
del secolo scorso, dopo un secolo e mezzo di esilio, il Bene e
il Male si incontrano e convivono in una miscela misteriosa
di sacro e profano, di luce e ombra, di maschile e femminile.
Bernard de Clervaux, templare, giunse in Italia con le sue
milizie monacali nel 1135. L'abbazia fu eretta nel sito attuale,
all'epoca paludoso e bonificato, fuori dalle mura, oggi
compreso tra il quartiere Vigentino e Rogoredo.
La struttura, un tempo ben pi imponente di adesso, fu
decorata e arricchita di una quantit sorprendente di simboli
architettonici che non fanno parte dell'iconografia cristiana
ortodossa, e che rimandano a segni non ben decifrabili
della mitologia occulta. Nel chiostro pi antico, ad
esempio, si trova una colonna ofitica, rappresentazione del
nodo di Salomone. E sempre nel chiostro uno stormo di
dieci aquile scolpite. L'inserto scultoreo  ambivalente: i
simboli animali di San Giovanni Apostolo sono le aquile,
ma vi sono teorie che associano il rapace all'Anticristo.
E la vicenda pi curiosa, che sembra una parabola fantasy
lunga quasi un millennio,  quella che lega due personaggi
storici reali: Guglielma la Boema e Raffaele Mattioli.
La prima visse nel secolo XIII, impose una regola monacale
di stampo mistico taumaturgico, fond un ordine con
il piglio di un uomo, quello dei Guglielmiti, e si dichiar in
vita emanazione dello Spirito santo, diffondendo attorno a
s il culto di un'incarnazione femminile di Dio. Naturalmente
fu condannata come eretica. Ma non fu mandata al
rogo e le sue spoglie, dopo il supplizio, furono conservate
nel cimitero di Chiaravalle, dove cominci pure la beatificazione
in vita di Guglielma. Almeno da parte degli adepti,
fra cui primeggiava una certa Maifreda, sacerdotessa vicaria
di Guglielma e sua papessa. L'inquisizione, alcuni
anni dopo, in occasione di un processo ai seguaci, fece traslare
i resti mortali della santa, probabilmente bruciandoli
nello stesso rogo in cui mor Maifreda, e il sepolcro rimase
vacante. Con la dicitura Sepulta erat, in luogo del precedente
Sepulta est.
Otto secoli dopo, fu il banchiere filantropo e demiurgo
della COMIT, la Banca Commerciale Italiana, Raffaele Mattioli,
per l'appunto, a desiderare espressamente di volere essere
sepolto a Chiaravalle. E cos fu. Ma perch l? In un sepolcro
vuoto da secoli sia pure pieno di storia e di mistero.
 certo che Mattioli si dedic in vita con fervore al sostegno
delle arti e delle lettere, profondendo generose concessioni
a Carlo Emilio Gadda, per esempio, che fu da lui ricordato
in molte dediche delle sue opere. Nel vivaio intellettuale
accudito dal banchiere crebbero personalit memorabili
del secolo passato, tra cui Giovanni Malagodi, Guido
Carli, Ugo La Malfa ed Enrico Cuccia. Mattioli fu sodale e
reverente discepolo di Benedetto Croce, prese parte al Partito
d'Azione mentre nello stesso periodo si prodigava alla
tutela costituzionale della Casa Savoia. Sostenne case editrici,
istituti culturali e riviste letterarie. E si dedic con
passione ai restauri di Chiaravalle, mai nascondendo la sua
devozione per la santa Guglielma, disapprovata dalla Chiesa
cattolica.
Alla fine della sua vita il cenobio di Guglielma accolse la
salma del banchiere. Non vi furono, e non vi sono, opposizioni
da parte delle autorit ecclesiastiche.

UN DINOSAURO SOPRAVVIVE
SUL PORTONE DEL DUOMO.

Di tutte le statue del Duomo di Milano, impossibili da
contare dal momento che nessuno se ne  ancora preso la
briga per davvero, una pare suscitare la curiosit dei visitatori
(pi dei turisti che dei milanesi, naturalmente).
Sul fregio in marmo che sovrasta e circonda il portone
centrale della cattedrale campeggia un misterioso animale
in pietra con il muso di un dinosauro. Un sauro di quelle
specie erbivore che si trovano sui manuali di preistoria naturale.
Il rettile  riprodotto in una posa sinusoide che rivela
un corpo quasi glabro, privo di coda, simile nell'anatomia
a un cane spelato. Ma dotato di un lungo collo che termina
in una testa di rettile vegetariano, di quelli vissuti milioni
di anni or sono.
Delle cinque porte di accesso al Duomo dalla facciata
principale, tutte realizzate in epoche molto distanti tra il
Medioevo e l'et Moderna, il portone centrale  stato il primo
completato nel Trecento. Occorre dunque immaginare
che scultori e scalpellini dell'epoca dovessero essere dei conoscitori
raffinati dei bestiari che circolavano come merce
rara tra abbazie e biblioteche. Ma si tratterebbe di un'ipotesi
molto poco verace. Non era infatti cos diffusa nelle coscienze
degli artigiani del secolo XIV l'iconografia tipica di
specie estinte che solo nei secoli a venire sarebbero state ricostruite
a beneficio della divulgazione scientifica.
N, tantomeno, si pu ritenere che le fattezze del mostro
raffigurato sul Duomo potessero essere state ricavate dall'osservazione
di animali viventi durante gli anni della prima
edificazione.
Resta dunque un mistero la presenza di questo rettile erbivoro
dal corpo di mammifero, con zampe palmate e testa
piatta di serpente, che si nasconde a stento in un festone di
rami e foglie. Ma ci soccorrono le leggende.
In molti hanno tramandato la suggestione che si tratti del
famoso drago Tarantasio, bestione leggendario che infestava
il lago Gerundo, quel vasto bacino lagunare che, come
sembra, si distendeva nella pianura dalle porte sud di Milano
fino ai territori cremaschi. Il Mare Padanus, come
chiamavano i romani tale immenso catino, non molto profondo
ma ampio come quattro laghi di Garda.
La bestia fu uccisa da un eroe visconteo, secondo una
certa mitologia, in epoca coeva ai primi cantieri della Veneranda
Fabbrica del Duomo. Ma pu anche darsi che
qualcuno abbia visto qualcosa di simile a un immane iguanodonte
mentre pescava rane sulle rive dell'antico lago di
Milano. E che abbia chiamato in soccorso, come dice
un'altra leggenda, il potente monaco esorcista e cacciatore
di mostri biblici venuto dall'Irlanda, san Colombano.
Il fondatore del monastero di Bobbio, portale universale
di scienza e conoscenza dei primi secoli medievali, sarebbe
stato chiamato per una missione speciale anche alle porte
di Milano, nell'attuale San Colombano al Lambro, che
all'epoca era a tutti gli effetti una sorta di borgo costiero
del grande mare padano. Qui, il santo bobbiense avrebbe
affrontato il drago Tarantasio, forte di una precedente esperienza
vittoriosa a Inverness, in Scozia, dove ancora oggi
gli abitanti dei luoghi venerano il santo per la sua sfida con
il celebre mostro di Loch Ness. Che per doveva essere
ben pi coriaceo del suo simile padano, considerate le successive
apparizioni. Di Tarantasio, il cugino primo di Nessie
abbattuto dagli strali di san Colombano, restano enormi
costole appese sulle volte di varie pievi e chiese sull'arco
costiero del prosciugato Gerundo, oltre alla sua effigie
scolpita sul portone del Duomo, straordinariamente somigliante
alle riproduzioni del mostro lacustre scozzese.

E SATANA DISSE A GALEAZZO:
VOGLIO LA MIA CHIESA.

Il diavolo nella cattedrale. Certe presenze, in certi luoghi,
non suggestionano soltanto gli autori dell'horror e del thriller.
Prima di Bruce Montgomery e di Frank Shatzing il tema
ha alimentato leggende medievali in molte parti d'Europa.
Montgomery, con lo pseudonimo di Edmund Crispin, aveva
ambientato il suo romanzo a met degli anni Quaranta nel
Devon inglese, tra visioni, enigmatici delitti e misteriosi indizi.
Shatzing, romanziere contemporaneo e attualissimo, ci
narra le secolari vicende del Duomo di Colonia, dalla fisionomia
storica molto somigliante alla cattedrale di Milano,
soprattutto nella consonanza dei tempi di costruzione.
A Milano gli spunti di una mitologia satanica attorno al
Duomo non sono mancati. Ma si tratta di tradizioni orali,
mai codificate dalla letteratura, solo trasferite a bassa voce
da timorate generazioni di milanesi.
A infestare con alito di zolfo le volte gotiche della cattedrale
di Milano  il maligno in persona, apparso a Gian Galeazzo
Visconti, signore della citt, in una notte d'inverno
del 1386.
E una lapide inserita tra le navate del Duomo riporta
proprio quella data, a indicare l'anno di posa della prima
pietra.
Fu proprio il diavolo insomma a volere l'edificazione del
Duomo, secondo le tradizioni storiche che accompagnano
le vicende infinite della Veneranda Fabbrica, istituto che
sovrintende il cantiere del monumento in perenne costruzione.
Un highlander architettonico che attraversa le epoche
e gli stili portandosi addosso una sopravveste gotica ormai
quasi irriconoscibile, contaminata com' dagli strati
successivi degli stili di costruzione.
Dunque come and? Gian Galeazzo si apprestava a coricarsi
per la notte, nella sua camera rischiarata dai tremori
luminosi delle torce, quando il signore del Male emerse
dalla sponda del letto balenando frecce di fuoco dagli occhi
e rilasciando pestilenziali zolfate. Il diavolo prese a
minacciare il principe, imponendogli l'edificazione di una
grande chiesa per lui, ricca di icone sataniche, di ircocervi
e grifoni.
L'ordine fu condito dalla minaccia, se per caso si fosse
rifiutato di accondiscendere, di impossessarsi dell'anima
del principe di Milano. Va da s che Galeazzo fu preso dai
tormenti per la scellerata responsabilit che avrebbe dovuto
assumere, ma dopo pochi giorni dall'incontro con il diavolo,
si accord con l'arcivescovo Antonio da Saluzzo per
avviare il cantiere che tutt'oggi prosegue nella costruzione
del Duomo. E l'anima di Milano e dei milanesi, almeno
per la leggenda nera che accompagna la nascita del Duomo,
fu per sempre consegnata nelle mani del principe delle
tenebre.
Impressiona la quantit di immagini demoniache che
abbondano nella cattedrale, dal Medioevo ai giorni nostri.
Il solo Gian Galeazzo, secondo quanto si tramanda,
volle 96 doccioni incombenti con sembianze minacciose
sporgenti fra le guglie. Ma anche l'ultimo portale della
facciata, realizzato negli anni Sessanta del secolo scorso,
reca tra i bassorilievi simboli desunti dall'esoterismo
nero.

QUANTE SONO LE STATUE DEL DUOMO?

Quante sono le statue del duomo? Un numero certo e finito
c': 3159. Tante sarebbero le sculture del Duomo di
Milano, tra l'esterno e l'interno. Il conto, per,  approssimativo,
ha un capo ma non ha una coda, come i secoli che
sono serviti e che ancora serviranno per completare questa
mastodontica chiesa. Un numero finito s, ma condizionale.
Un censimento non ancora ufficiale se si includono le
gran teste e i mezzibusti, gli altorilievi e i doccioni. Un bestiario
che pare infinito, che pare scatenato dal gusto ipertrofico
per le meraviglie naturali e soprannaturali di un
maestro dell'immaginazione fantastica.
L'intera superficie architettonica esterna esibisce un ricchissimo
repertorio di arti e stili scultorei. Finestre e finestroni
sono impreziositi da statue e busti, i contrafforti sono
decorati con sculture contenute in baldacchini di marmo e
i cosiddetti giganti sono sovrastati da doccioni rappresentati
come esseri mostruosi.
Altre statue, poi, svettano dalle guglie, e sono contenute
nelle nicchie dei pinnacoli in marmo. L'innumerevole campionario
delle sculture del Duomo, a opera di maestri lombardi,
tedeschi, boemi, francesi borgognoni, toscani, veneti
e campionesi, forma la pi straordinaria galleria di stili
compresi tra il XIV secolo e il Rinascimento. Fino alla contemporaneit,
se si tiene conto - come si deve - degli ultimi
concorsi per la realizzazione di opere scultoree commissionate
dalla Veneranda Fabbrica, negli anni Settanta
del secolo scorso.
La prima guglia, chiamata del Caretti, mecenate medievale
benemerito della Fabbrica,  del XIV secolo, l'ultima
 stata posata negli anni Trenta del 1900. Una parabola
di sei secoli che ha messo in fila una tale schiera di decoratori,
scultori e scalpellini che i registri ne hanno perso il
conto.
I primi libri contabili della Fabbrica, a compulsare gli archivi,
riportano i primi nomi di quei raffinati Maestri Comacini
e Campionesi che furono ingaggiati per le opere di
muratura artistica. Sono Simone da Orsenigo, Guarniero de
Sirtori, poi Marco, Jacopo e Zeno da Campione. Nominati
con il seguito delle maestranze, gli elenchi dei materiali e i
corrispettivi per le giornate di lavoro. Non conviene addentrarsi
nell'occulta disciplina dei Fratelli e mastri, corporazione
riconosciuta fin dal VII secolo con l'editto di Rotari e
radunati sotto misteriosi sigilli, detentori di tecniche segrete,
per molti secoli a venire. Furono loro a costruire la cattedrale,
capitello su colonna, fregio su timpano, scultura su
guglia, intarsio su cornice, e via dicendo per un numero imprecisabile
di opere, fino a comporre uno dei pi vasti organismi
lapidei che la storia dell'arte di ogni luogo e tempo
possa vantare.
Forse il numero delle sculture  certo, finito. E ha un significato
complessivo noto solo alle generazioni di artisti e
artigiani che le hanno concepite e realizzate, forse una tale
proliferazione di talento creativo  una sfida lanciata ai posteri
affinch fosse censito per intero, se  vero che un misterioso
ordine occulto sovrasta i numeri della cattedrale.
Ne  sicuro Giuseppe Merzario, deputato e ricercatore ottocentesco,
che nei suoi fitti studi sul Duomo ritrova in un
documento datato 21 febbraio 1400 le espressioni: ...Nos
inzignerii et operarii massonerie e Nobis videtur quod si
habeant bonum Magistrum operarium massoneriae....
(Noi ingegneri e operai della Massoneria, A noi pare che
se ci fosse un buon mastro operaio della Massoneria...).
Per il Merzario, la massoneria nel Duomo c'era. E aveva
fatto conti e calcoli sterminati ma precisi.
Oppure,  proprio vero che a mettersi a contare le statue
del Duomo, inerpicandosi, interrandosi, compulsando la
superficie artistica religiosa pi vasta d'Europa, il conto si
perde. Come il filo del discorso in un labirinto.

LO ZODIACO CHE ATTRAVERSA LA CATTEDRALE.

Una Via crucis pagana, anzi profana. Disposta all'ingresso,
ai piedi dei visitatori e dei fedeli: il modo migliore per
nasconderla. O almeno per renderla meno visibile. Parallela
alla facciata, all'interno della cattedrale del Duomo, corre
una sottile linea di ottone, inserita nel 1786 dagli astronomi
dell'Accademia di Brera che intervallarono il percorso del
pattino di metallo con piastrelle raffiguranti i segni dello zodiaco.
Il ciclo astrologico termina con il segno del Capricorno,
alzato lungo la parete nord della chiesa. Da un foro sul
soffitto, a un'altezza di 24 metri, penetra ogni giorno la luce
del sole, che a seconda dei vari momenti dell'anno, colpisce
il segno zodiacale corrispondente al mese in corso.
I misteri che avvolgono le curiose rappresentazioni non
sono pochi. Anzitutto, che ci fa uno zodiaco nella cattedrale
di Milano, realizzato in un'epoca in cui la separazione
tra l'Astronomia come scienza ufficiale e l'Astrologia come
scienza occulta era gi conclamata da un paio di secoli?
I maestri di Brera posero lo zodiaco nel Duomo per volere
di padre Gian Antonio Cesaris, con il chiaro intento di illuminare
il corso delle costellazioni sul suolo terrestre attraverso
il passaggio della luce del sole dall'oculo posto alla
sommit delle navate. Ma perch l'opera fu asportata nei
primi decenni del secolo successivo, il 1800, a causa di lavori
di restauro del pavimento, e non pi riposizionata fino
agli anni Ottanta del secolo scorso?
E c' da chiedersi come mai i dodici segni dello zodiaco
si concludano con il capricorno, mentre il ciclo termina con
il segno dei pesci, e soprattutto perch il capricorno sia
eretto sulla parete.
Vi  una particolare branca dell'astrologia che studia fin
dai tempi pi antichi le relazioni tra i luoghi geografici e i
segni dello zodiaco. Ecco che al solido, laborioso e allo
stesso tempo ascetico capricorno vengono attribuite influenze
su certi punti del mondo e della storia dell'uomo
che l si  sviluppata dai tratti tipici del segno. Come Montreal,
capitale canadese, come Oxford, citt universitaria rigorosa
e spirituale, o Paesi come il Messico, l'india e l'Afghanistan,
tormentati e profondi, silenziosi e meditativi. E
tra i punti del pianeta governati dal serissimo e meticoloso
capricorno vi  anche la citt di Milano.
Pu darsi che gli astronomi di Brera lo sapessero? Che
cos abbiano voluto celebrare la nascita zodiacale della citt
della Madonnina?
Oppure  pi legittimo il sospetto degli analisti dell'occulto
che associano il segno corrispondente al periodo del Natale,
cio il capricorno (21 dicembre-21 gennaio), con il segno del
diavolo? In questo caso tornerebbe a farsi sentire l'odore dellozolfo tra le volte gotiche della cattedrale. Ecco che, ancora
una volta, le ombre dell'occulto si allungano sulle formelle e
i doccioni sotto la Madonnina. Anche se, proprio a Natale, 
la luce divina che si proietta sull'ultimo segno dello zodiaco.
Ma per rischiarare le tenebre o per celebrare l'oscurit?

L'ABRAXAS PARCHEGGIATO
NEI BOX DI PIAZZA MEDA.

Il diaspro nero, scrostato dai sedimenti della terra e del
tempo,  tornato a lanciare i suoi bagliori di tenebra sotto il
cielo di Milano. L'amuleto giaceva nel sottosuolo del centro
storico dai primi secoli del Medioevo, e gli addetti agli
scavi del parcheggio di piazza Meda, inconsapevoli Indiana
Jones, lo hanno recuperato insieme a una terracotta di
origine africana che raffigura il sacrificio di Isacco.
Un'effigie antichissima, che precede le religioni e ne diventa
parte del corredo iconografico pi misterioso: un
Abraxas. Sepolto nelle viscere di Milano dal IV secolo dopo
Cristo.
Il ritrovamento  del dicembre 2007. A volere credere alle
coincidenze si potrebbe fare corrispondere con l'inizio
della caduta dell'economia e della finanza nella piazza affaristica
italiana. E magari ad altre sventure, basta rileggere
le cronache del periodo.
L'immagine che  emersa dalla pulizia della gemma, subito
presa in cura dalla Soprintendenza,  quella arcana
dell'Abraxas: un idolo polimorfo con corpo di uomo, testa
di gallo ed estremit di serpente. Nella mano destra una
verga, in quella sinistra uno scudo. Un vero mostro arcaico
che evoca da millenni il sembiante del diavolo (Abraxas 
uno dei nomi del demonio). A questa radice semantica si fa
pure risalire l'origine della formula magica pi famosa:
Abracadabra.
Gli Abraxas, secondo gli storici delle religioni cristiane
antiche, sono oggetti di culto che con diversi significati e
valenze hanno attraversato ebraismo, cristianesimo delle
origini e gnosticismo. Ma la loro origine e la loro storia 
legata al mondo dell'occulto, della magia nera, del demonismo.
Molte, confuse e contraddittorie le linee di risalita
alla nascita dell'idolo. Il complicato dibattito religioso medievale
pone l'Abraxas al centro di tutto e del suo contrario:
collegato al nome di Abramo ma anche al nome dell'Anticristo.
Carl Jung e Herman Hesse ne fecero oggetto
di studio e riflessioni, riconducendo l'essere al caos originario
di Bene e Male, di Notte e Giorno, di Maschile e
Femminile. Spesso l'Abraxas ha infatti corpo di donna.
Secondo l'impenetrabile universo gnostico antico, la traduzione
numerica di Abraxas dava come risultato il 365,
ovvero il numero dei cieli da valicare per raggiungere Dio
(e guarda caso anche il totale dei giorni di un anno). Abraxas
sarebbe, secondo Basilide, il primo dei cieli da attraversare.
Una suggestione che non manc di trafiggere
l'ispirazione di Jorge Luis Borges, che rest sedotto dall'antico
simbolo e lo tratt nei suoi esercizi di compilazione
della Biblioteca universale. Borges, sfidando Basilide
in un vertiginoso ribaltamento interpretativo, cita l'Abraxas
come l'ultimo dei cieli da superare, e giustifica l'affermazione
con un argomento mnemotecnico (da par suo).
Poich i nomi dei cieli erano troppi, la via del cielo supremo
si poteva ridurre a un solo nome, quello dell'ultimo
cielo: Abraxas. Ancora una volta, l'enigma del primo e
dell'ultimo.
Parcheggiare sotto piazza Meda, ora che l'opera interrata
 conclusa, pu diventare un viaggio nei misteri dello
spirito.

IL CHIODO DI CRISTO SULLA
SOMMIT DEL DUOMO.

A quasi cinquanta metri di altezza, incastonato in una teca
di cristallo contenuta nel perno di una grande croce in
bronzo sollevata in cima alla volta maggiore dell'abside
del Duomo, c' uno dei tre chiodi della croce di Cristo.
Il chiodo scende una prima volta nel corso dell'anno il
3 maggio, festa dell'invenzione della Santa Croce, ovvero
quando la Croce di Cristo fu trovata, e portato in processione
il 14 settembre, festa dell'Esaltazione della Santa
Croce. Alla fine dell'estate infatti, l'Arcivescovo
ascende sulle sommit della Cattedrale avvolto nella Nivola,
sorprendente macchina barocca decorata con angeli
e oggi manovrata da argani elettromeccanici, trae la gran
reliquia al suolo e la depone per tre giorni alla devozione
dei fedeli.
Il chiodo  dei milanesi fin dal IV secolo d.C., da quando
il vescovo e poi patrono della citt Ambrogio ricevette dalle
mani di Elena di Costantinopoli il sacro ferro, che custod
in santa Tecla, proto basilica anteriore alla Cattedrale. In
seguito il chiodo fu traslato a santa Maria Maggiore, sulle
cui rovine fu edificato il Duomo. E la reliquia trasvol sulla
cima della volta maggiore, per volere di Gian Galeazzo
Visconti.
A guardarlo, l'antico e contorto arnese del Golgota mette
in animo il terrore profondo che evocano le visioni fisiche
dei peggiori ordigni di tortura, immaginando l'offesa
cruenta di un tale oggetto sulle membra umane. L'oggetto
 infatti composto da varie parti in ferro, avviluppate, inanellate.
Del chiodo si scorge l'origine e spaventa: lungo
una trentina di centimetri con un calibro di almeno sette.
Gli specialisti affermano che tale dovesse essere la portata
del ferro adatta a sostenere il peso di un corpo umano crocifisso.
 forse dunque il terzo chiodo alla base della croce, quello
che trafiggeva entrambi i piedi di Ges? Di quale dei tre
chiodi del Golgota si tratta, sempre che si tratti di una reliquia
autentica?
Secondo i canoni della tradizione, dentro il Duomo c' il
chiodo della Vera Croce (Sacro Chiodo). La reliquia, come
detto, pende da un'altezza considerevole, l'abside del Duomo
 infatti il pi alto fra le chiese italiane, con i suoi quarantacinque
metri, e una spettacolare luce rossa lo rende
immediatamente identificabile da qualunque punto della
cattedrale lo si cerchi con lo sguardo.
In un'orazione del vescovo Ambrogio dell'anno 395 d.C.
 tramandata la rivelazione: fu Elena, madre dell'imperatore
Costantino, che rinvenne due dei chiodi della Croce in
Terrasanta e li affid a Teodosio (che poi di uno fece dono
ad Ambrogio). Elena fece per trasformare le reliquie in
oggetti diversi: uno divenne la corona ferrea che ora  custodita
a Monza, e l'altro un morso per cavalli. Quest'ultimo
conservato a Milano a simboleggiare il freno del potere
temporale su quello della Chiesa.
Che sia davvero uno dei chiodi della Croce resta un mistero
da risolvere per chi non  confortato dalla fede. Ma
vi  un mistero, non pi solo milanese da scandagliare: una
ierografia millenaria ci restituisce l'immagine di Cristo
martoriato sulla croce con un solo perno all'estremit inferiore.
La tecnica della crocifissione romana presentava alcune
varianti patibolari: il corpo del condannato poteva essere
appeso con chiodi, anelli o corde. Su un palo verticale
oppure su due pali a croce. I piedi potevano anche pendere
senza alcun sostegno. Ma i punti di presa per la crocifissione
erano al massimo tre: due per le braccia e uno per i piedi.
Eppure, esisterebbe un quarto chiodo del patibolo di
Cristo, nientemeno quello con la scritta inri, nella cattedrale
di Colle Val d'Elsa in provincia di Siena.

IL TESORO DEI TEMPLARI
ALLE ORIGINI DEL DUOMO.

Intorno ai primi giorni di aprile del 2010 un articolo che
circolava sul web, dettagliato e verosimile, nei toni e nello
stile giornalistico, riport la notizia di un eccezionale ritrovamento:
una cripta di circa 80 metri quadrati e profonda 40,
sotto l'altare maggiore del Duomo, tornata alla luce fortuitamente
a causa di un cedimento del pavimento per un'infiltrazione.
Nel vano misterioso una fortuna immensa in preziosi
e oro zecchino, custodita in dieci casse di fattura molto
antica e subito messa al sicuro nei caveau della Banca d'Italia
in piazza Cordusio: il mitico tesoro dei Templari. Le casse
infatti, secondo la finta cronaca, avrebbero contenuto una
piccola parte del mitico tesoro dei Cavalieri della Chiesa,
quel tesoro favoloso che avrebbe preso il largo su navi clandestine
verso le Americhe, non ancora scoperte dalla geografia
ufficiale, ma che forse, essendo troppo ingombrante, in
parte sarebbe rimasto in Europa, occultato nelle segrete di
sedi religiose di grande o piccola fama. Il tutto, dopo l'ordine
di dispersione dei Templari imposto da Papa Clemente V
e dopo la morte dell'ultimo gran maestro, Jacques de Molay,
bruciato vivo dal re di Francia Filippo il Bello nel 1314.
La notizia rimbalz e si moltiplic sulla rete come un
bombardamento di neutrini impazziti, ma naturalmente era
un pesce d'aprile tardivo, e si dissolse come le ultime nevi
di primavera.
E per, nei secoli che hanno accompagnato l'edificazione
della grande cattedrale, le leggende sul tesoro della Milizia
di Cristo non si sono fatte mancare. Non che gli studiosi
e la gente comune abbiano mai ipotizzato sul serio
l'esistenza di ricchezze nascoste dentro il Duomo, ma la
domanda su come sia stato possibile realizzare una simile
opera architettonica, con centinaia di guglie e migliaia di
sculture, vetrate imponenti e stucchi, marmi, mosaici che
nemmeno i viaggiatori e i narratori pi prolifici avrebbero
saputo raccontare, questa s, in molti se la sono posta.
E il dubbio, non ancora del tutto dissolto, che i promotori
e benefattori del Duomo siano stati i cavalieri della
Croce, continua ad alimentare le fantasie di ricercatori e
archeologi.
In effetti, per la costruzione di una cattedrale che  considerata
la terza per grandezza e fastosit in tutta Europa
sarebbe servita una quantit di denaro molto pi grande di
quella di cui disponeva il Comune, pur nella particolare
condizione amministrativa delle signorie feudali. Ecco
che, a partire dal dato prosaicamente economico, l'intervento
massiccio di abbondanti finanziamenti di origine misteriosa
si renderebbe pi che plausibile.
Come  noto, i Templari assommarono fra i miti che li
consegnarono alla storia la particolare propensione ad accumulare
incalcolabili ricchezze e il gusto sistematico per
l'edificazione di cattedrali gotiche in tutta Europa. Due ingredienti
storici reali che messi insieme lanciano al galoppo
la fantasia su possibili, verosimili scoperte sensazionali.

E LA MADONNINA VOL
SOPRA IL LAGO DI BELISAMA.

Milano  un regno di terra, che pi terra non si pu. Si
trova al centro di una grande pianura, cos stabile che persino
i terremoti, anche quando sono vicini, si sentono da
lontano. E le acque, che pure bagnano le falde sotterranee
cittadine, sono da millenni acque addomesticate, domate
dalla scienza e dalla tecnica. Pure la cattedrale, il Duomo,
sorge dall'acqua. Un'origine talmente remota che ricostruirla
 argomento misterioso.
Molti milanesi hanno sentito parlare del fantomatico laghetto
proprio sotto l'altare maggiore, il coro e l'abside.
Un piccolo bacino sotterraneo che un tempo era emerso ed
era adorato dai Celti, primi residenti del primo nucleo urbano
della antichissima Mediolanum.
Sede acquatica, dimora mitico religiosa della dea Belisama,
divinit celtica fertile, materna e benigna, patrona della
vita e della prosperit. Effigie femminile pagana, poi convertita
dalle generazioni cristiane sopravvissute ai Celti,
nell'attuale Madonnina. Sembra in effetti di intuire una remota
parentela, sincretistica direbbero gli studiosi di religioni,
tra i due culti matriarcali che si passano le consegne
nello stesso luogo nel corso di quasi tre millenni. La Vergine
cristiana che oggi splende nel cielo di Milano insomma,
in un lontanissimo passato abitava nel placido mondo sommerso
del lago sottostante le guglie. Due divinit maternali,
feconde e protettive: l'acquatica Belisama che allatta
suo figlio, il Sole, componendo cos i simboli archetipici
dell'alchemica pietra filosofale, ovvero l'acqua e il fuoco;
e la Madonna che porta nel ventre il Salvatore.
Belisama, tra le sue molteplici forme magiche, conserva
quella della scrofa lanuta, che ancora campeggia in un bassorilievo
incastonato su uno degli archi del Palazzo della
Ragione, in piazza Mercanti.
Resta da immaginare, in attesa di altre scoperte archeologiche
definitive che non sembrano essere vicine, il primitivo
panorama del luogo di culto pi antico di Milano:
un Cromlech, ovvero un tempio arcaico costruito con grandi
monoliti disposti in forma circolare attorno al perimetro
delle sponde del mitico laghetto. Una scenografia naturale
e di rudimentali architetture, circonfusa dalle nebbie che si
sono quasi del tutto diradate a Milano solo da qualche decennio,
ma che fin dai tempi pi lontani velavano la pianura
con afrori pungenti di muschio di palude.
Questa, probabilmente, la quinta suggestiva che precedeva
i secoli cristiani. Poi, sulle stesse coordinate geografiche,
sorsero le proto basiliche di Santa Tecla e di Santa Maria
Maggiore, ancora riproponendo alla devozione dei milanesi
divinit femminili protettive. Poi il grande Duomo,
che fu completato verso il cielo con la posa della madonnina.
A Milano vi sono altre chiese che conservano il mito
acquatico della fecondit. Sono il pozzo della chiesa di San
Calimero, presso Porta Romana, edificata sui resti di un
tempio celtico dedicato al dio Sole Belenos. Poi la chiesa
di San Calogero, in corso di Porta Genova, che contiene
una fonte sotterranea considerata dai milanesi miracolosa.
E taumaturgica  pure l'acqua che sgorga dai sotterranei di
Santa Maria alla Fontana.
Dall'acqua al cielo, sempre perpetuando il culto della
maternit e della fecondit.

IL MISTERO DEI MAGI 
SEPOLTO A SANT'EUSTORGIO.

A migliaia di leghe marine e terrestri da Betlemme, molto
lontano dalla spelonca dove nacque il mito cristiano, nel
cuore della movida milanese, a pochi passi dai Navigli la
stella dei magi sovrasta pedoni, automobilisti e ciclisti.
Ma senza indicare una meta definita, senza emanare i bagliori
ipnotici della cometa che portava verso la luce in
terra.
Alla basilica di Sant'Eustorgio, sulla sommit del campanile
non svetta una croce, ma una stella a otto punte. A
Sant'Eustorgio si venera l'Epifania, si racconta il mito dei
tre Re.
Secondo la tradizione infatti, robustamente sorretta da
aloni di mistero e di leggenda, la basilica contiene le spoglie
dei Magi, donate dall'imperatore di Bisanzio, Costantino,
a Eustorgio, vescovo di Milano nello stesso secolo, il
quarto dopo Cristo, ma di alcuni decenni predecessore.
Come nel caso del chiodo della Croce, a reperire le reliquie
in Terrasanta, dove i misteriosi Magi andarono a morire,
fu ancora una volta l'imperatrice Elena, madre di Costantino.
Ma  da attribuire al vescovo di Milano Eustorgio
la volont ferma di ottenere quelle vestigia e di costruire
un grande mausoleo, la Cappella dei Magi, per custodirle.
La traslazione a Milano avvenne intorno all'anno 344
dell'era cristiana. Lo stesso Eustorgio si sarebbe fatto seppellire
in quella cappella.
Parti di scheletri umani che in vita portavano i nomi tramandati
di Gaspare, Melchiorre e Baldassarre furono custodite
nella chiesa al quartiere Ticinese, fino all'anno Mille,
quando Federico il Barbarossa, otto secoli dopo, sempre
stando alle cronache, le trafug per portarle a Colonia. E
solo nel 1904 le vestigia tornarono a Milano, almeno in forma
di alcuni, sparuti, frammenti ossei. Fu il Cardinal Ferrari
a ottenere dal Duomo di Colonia la restituzione di una
piccola parte delle reliquie, corrispondenti a due fibule,
una tibia e una costola.
Ogni anno, nella notte dell'Epifania, a Milano  molto
seguito un gran corteo religioso che rievoca il viaggio dei
Magi, dal Duomo a Sant'Eustorgio, con figuranti riccamente
vestiti nei costumi raffinati dell'antico Oriente. La
processione si conclude nella basilica Della Stella dove
viene esposta una medaglia, si dice, fusa nell'oro donato
dai Re Magi al neonato Ges Cristo. Lo spettacolo della
notte dei re raggiunse negli anni passati una particolare
forza evocativa grazie alla ieratica regia di Sisto Dalla
Palma, gran sultano del teatro milanese recentemente
scomparso.
Ma chi erano i Magi, enigmatiche figure di maestri, regnanti,
sacerdoti e alchimisti? Quando e dove realmente
incontrarono Cristo? Quanti erano davvero?
La tradizione vuole che fossero tre, come i loro doni, ma
potrebbero anche essere stati decine, se  vero come  vero
che in quell'epoca i regnanti orientali erano tanti, a capo
di molti e ricchi regni, e che in tanti accorsero a salutare il
Bambino.
Da tanto mistero conviene lasciarsi sedurre con una visita
alla basilica di Sant'Eustorgio, tanto che non serve nemmeno
chiedersi se davvero quelle ossa possano essere appartenute
a qualcuno dei Magi.

URLA DI STREGHE NELLA
MOVI DA DELLE BASILICHE.

A perpetuare il mito negativo e oscuro di luogo proibito,
oggi, sono le cancellate fatte erigere dalle ultime amministrazioni
comunali, sul finire degli anni Novanta. Al calar
della sera, nel parco delle Basiliche, non si entra pi.
E chi resta dentro, dopo che le ultime luci si sono spente,
guai a lui.
Il perimetro che racchiude piazza Vetra, Sant'Eustorgio
e San Lorenzo brulica di movida notturna durante le
estati milanesi contemporanee, ma il rumore e le grida
degli attuali abitanti della notte si confondono, nello
spaziotempo, con gli strazi siderali e remoti dei condannati
ai roghi dell'inquisizione, e soprattutto delle streghe
arse vive sulle pire purificatrici dei tribunali ecclesiastici.
Davanti al sagrato di San Lorenzo, e dietro la basilica, in
piazza Vetra appunto, le forche del Giudizio Vaticano erano
parte fissa del paesaggio urbano, dal Medioevo fino
all'ultima esecuzione per rogo, nel 1617, quando sal per
l'ultima volta sul patibolo l'ultima strega milanese, Caterina
de Medici. Nulla a che spartire con le dame della signoria
fiorentina, la povera Caterina, si scopr, era in effetti solo
colpevole di non avere ceduto alle lusinghe amorose di
un certo capitano Vaccallo, reggente di polizia milanese,
che indispettito la pun con la peggiore delle accuse: stregoneria.
E magari era stata proprio quell'aura, che oggi si
direbbe dannata come attributo di attrazione, a scatenare
la turpe libido del capitano.
Nei secoli precedenti, il teatro delle esecuzioni era spostato
di pochi passi, a Sant'Eustorgio, dove gi si celebravano
i Magi e, come oggi, l'arrivo della meno temibile
befana, che sembra essere pur sempre imparentata con le
streghe. Qui arsero Sibilla Zanni e Pierina Bugatis, ree
confesse (ma solo dopo indicibili torture naturalmente) di
avere partecipato ai sabba con il demonio che i giudici
dell'inquisizione erano propensi a ritenere si svolgessero
nella zona di Porta Romana. Le due donne arrivarono a
dire s, con il capo riverso e solcato di sangue, al santo inquisitore
fr Beltramino di Cemuscullo, che chiedeva loro
se avessero partecipato al Gioco di Diana che chiamano
Erodiade. Dissero s, sebbene non ne avessero inteso
il significato, anche alla richiesta del santo inquisitore
se avessero chiamato madama Horiente, la signora
del gioco. Ammisero, le streghe nate dal ventre di una
madre incolpevole, colpe che loro non avevano commesso,
annuirono con l'ultima forza della vita alle domande
dei giudici, preferendo una morte rapida a quel supplizio
infernale.
Ma i raduni satanici convergevano anche da altri punti
della citt. Secondo quanto i milanesi tramandano ancora,
infatti, in via Laghetto al numero 2, abitava una fattucchiera
che stava alla testa delle streghe del Verziere, l'antico
mercato ortofrutticolo, oggi largo Augusto.
Molti corpi sono bruciati e sangue  stato versato nelle
cripte della tortura: vittime innocenti, almeno per gli
esorcisti di oggi, occorre augurarsi, eppure c' chi giura
che ancora ai giorni nostri, di notte, il diavolo in persona
calpesti, defecando, il selciato delle basiliche.

L'IGNOTO DEFUNTO CHE
RIPOSA A SANT'EUSTORGIO.

Di chi  l'antica pietra tombale che si scorge sulla parete
di sinistra della basilica di Sant'Eustorgio? La lapide non
reca alcun nome, e l'effigie del defunto i cui resti riposano
all'interno della parete  ormai indistinguibile. Tutto quello
che poteva ricordare la vita della misteriosa salma  stato
violentemente cancellato a colpi di mazza e scalpello, molti
secoli or sono.
Per non fare paragoni irriverenti o inadeguati, ma solo per
evocare la portata della dissacrazione del ricordo, della
pietas, conviene accostare la pratica della cosiddetta Damnatio
memorae, ovvero la cancellazione totale dell'identit e della
storia di chi  ormai morto e sepolto, alla tecnica mafiosa
di andare ben oltre il semplice gesto di uccidere, di valicare
l'omicidio facendo semplicemente sparire il cadavere. Per
sempre. Una tecnica che non solo estingue ogni prova che
addirittura il delitto possa essere stato commesso, ma cancella
ogni testimonianza dell'esistenza del defunto. Una
simbologia rituale che assomiglia molto alla prassi diffusa
nel mondo cristiano medievale nel comminare una penitenza
post mortem terribile: la cancellazione del ricordo di coloro
che, in vita, avevano particolarmente ingiuriato i Sacramenti.
Ma la tradizione giuridica della Damnatio memoriae
ha radici nell'antichit romana. Fu infatti il diritto romano
a istituire quella pena, terribile se si pensa al prestigio
quasi sacrale dell'immagine pubblica nell'antica Roma. A
subire la condanna alla distruzione del ricordo di s, sono
stati imperatori come Caligola, Nerone, Commodo e Massenzio.
E in epoche pi tarde, anche alcuni papi ne furono
colpiti. In momenti della storia recente particolarmente
cruenti per la sussistenza dell'intera umanit, la cancellazione
della memoria ha riguardato personaggi e ideologie
che si sono resi responsabili di regimi totalitari colpevoli di
eccidi e stragi, e si  tradotta in atti solenni come l'abbattimento
dei simboli fisici di quelle tirannie.
Ebbene, qualcuno, in epoche remote, aveva evidentemente
meritato la sepoltura nella basilica dei Magi, un diritto
riservato a nobili e notabili, ma dopo la sua morte fu
privato della titolarit stessa della sua esistenza passata in
terra. Nessuno avrebbe pi nemmeno potuto pregare per la
sua anima.
Chi era? Chi ha meritato, in un punto imprecisato del
Medioevo milanese, l'onore della sepoltura in una delle
chiese pi venerate della storia della citt, e poi la dannazione
eterna della sua memoria?
Un predicatore ignoto giudicato dopo la morte un eretico
impunito? Un cospiratore politico? Un traditore pubblico
o privato?
Non si pu sapere.  certo per che la Chiesa prestava
ascolto con molta cautela alle acclamazioni in vita di personaggi
pubblici che il popolo avrebbe voluto santi. E che
spesso, dopo il trapasso di figure illustri dell'epoca, si intentavano
processi ex post e si emanavano condanne.
 da supporre che il misterioso defunto senza nome e
senza immagine, che ancora riposa senza preghiere nella
basilica di Sant'Eustorgio, fosse stato qualcuno di molto
ascoltato e rispettato durante il suo passaggio mortale. E
che in molti avrebbero voluto santificare, che in molti ricordavano
con pellegrinaggi di devozione anche dopo la
morte.
Ma l'ultimo verdetto, quello ecclesiastico, ne ha decretato
la dimenticanza.

LA FIERA BESTIA CHE
TERRORIZZAVA IL MILANESE.

Le gazzette e le grida della fine del terzo decennio del secolo
diciottesimo riportarono l'immagine terrificante di un
essere polimorfo, dalla testa di suino, il corpo di lupo e gli
artigli di grifone. Era la fiera bestia di cui si riproduceva
l'identikit per mettere in guardia le popolane e i popolani del
vasto territorio che si estendeva dalle propaggini nordoccidentali
della citt lungo tutta la bassa novarese e vercellese,
affinch si riducessero le morti strazianti che insanguinarono
tali pertinenze durante i primi anni del Settecento.
Il testo che recitava la descrizione dei misfatti del misterioso
animale, accompagnando l'identikit manuale vergato
dal ritrattista scientifico dell'epoca, sembra uscire da una
black novel del primo periodo del genere gotico in letteratura.
Sotto l'immagine dell'ibrido demoniaco, colto in flagrante
atteggiamento di attacco a qualche malcapitata preda, pur
se ormai lontano dai confini milanesi, i pubblici uffici della
sicurezza ammonivano: ecco il Ritratto della Fiera Bestia
veduta sul contado di Novara dove ha fatto e va facendo
strage di uomini e donne d'ogni et, particolarmente nel territorio
di Olegio di Ghemine di Momo, e di Barengho gi
come si  raguagliato da lettere e notizie riportate nella pubblica
Gazzetta di Milano numero 26, del 30 Giugno 1728.
Dunque la notizia del passaggio infernale della fiera bestia
era rimbalzata dai territori contigui alla cerchia milanese
fino ai confini con il Piemonte. Una lunga scia di orrore,
stando alle cronache dell'epoca, attraversava le pianure,
i boschi e le risaie. Ma chi, o che cos'era il mostruoso
animale che faceva strage di contadine e contadini?
In molte parti d'Europa, in quegli stessi periodi, le campagne
si popolavano di presenze misteriose e terribili, soprattutto
in Francia, e sempre richiamando le fattezze del
lupo. Sebbene deformati e resi ben pi paurosi della realt.
Il fenomeno riguarda un lungo arco di tempo, corrispondente
a quello che convenzionalmente  definito Basso
Medioevo (dall'anno Mille a tutto il Quattrocento, ma anche
oltre, quando le campagne europee sembravano infestate
da creature demoniache associate a streghe e stregoni:
i lupi mannari). Dalla Controriforma in avanti si moltiplicarono
i processi e i roghi ai danni di individui, uomini e
donne, accusati di essere promanazioni del diavolo cangianti,
soggetti cio all'influsso lunare che li trasformava
in bestie feroci e divoratrici di altri esseri umani. Si sono
accatastate, nel corso dei secoli, cronache, referti, diagnosi
parascientifiche che descrivono il processo di mutazione di
uomini in lupi oppure il contrario. Perfino la psichiatria antica
se ne  occupata, associando la licantropia a disturbi
simili all'isteria. I lupi mannari hanno imperversato nei boschi
e nelle campagne dalla Sicilia alla Scandinavia a branchi
numerosissimi, tanti se ne sono visti e uccisi, pur se gli
avvistamenti e le catture furono sempre isolati. Bestie
dall'indole solitaria e disperata infatti, sono sempre state
rappresentate nell'iconografia popolare.
La fiera bestia del milanese non era propriamente un
mannaro: secondo le raffigurazioni che ci sono giunte fu
un mostro dalla natura polimorfa s, ma esclusivamente
belluina. Fece molte vittime per circa una decina d'anni,
poi si dilegu, e non se ne parl pi.

LA DAMA NERA CHE ABITA
NEL PARCO SEMPIONE.

C' chi giura, tra sospiri e tremori, di avere passato una
notte d'amore con lei, dopo avere tardato a uscire dai cancelli
del parco ed essersi trovato solo tra i viali alberati.
C' chi ha avuto l'ardire di scostarle il velo nero che le ricopriva
il volto, sempre dopo avere consumato un etereo
amplesso, e si  ritrovato faccia a faccia con un orrendo
teschio.
La leggenda della dama nera del parco Sempione  nata
durante i secoli che hanno visto fiorire l'antica vegetazione
del parco degli Sforza, o forse ancora prima, quando il
castello fu costruito, verso la fine del Quattordicesimo secolo,
per volere dei Visconti. Ma pu anche darsi che la
leggenda sia fiorita in et napoleonica, quando l'imperatore
fece costruire l'immensa piazza d'armi alle spalle del
Castello Sforzesco, che in seguito divenne il parco dei milanesi.
Ella apparirebbe solo nelle ore notturne, in preda a smanie
amorose incontenibili, interamente vestita di nero e con
il volto coperto da una maschera di cuoio, secondo alcune
versioni, o da un velo nero secondo altre. Ricerca passanti
perduti tra i viali, li persuade ad accompagnarla in una misteriosa
villa, altrimenti invisibile di giorno, ma che si trova
all'interno del parco. Anche la villa  completamente
parata a lutto, e in androni tenebrosi o sotto pesanti baldacchini
la dama nera consuma la sua passione inestinguibile
ed eterna con i vivi.
Solo dopo avere saziato il suo desiderio, il misterioso ectoplasma
riaccompagna il suo occasionale partner attraverso
i viali del parco Sempione e lo riporta dove lo ha incontrato.
Inutile cercare di ritrovarla, n tantomeno si pu sperare
di ritrovare la sua luttuosa magione.
Sono ormai diversi decenni che la dama del parco non si
lascia pi vedere, le ultime apparizioni risalgono alla met
degli anni Settanta dello scorso secolo. Il primo a incontrare
la dama nera, in pieno Ottocento, fu il giovane Alvisio
(del malcapitato si conosce il nome di battesimo), gaudente
e scapestrato frequentatore di osterie che una notte decise
di rincasare attraversando il buio parco Sempione. La dama
nera lo colse di sorpresa a una svolta dei viali, lo prese
per mano e lo condusse nella sua nera abitazione. Seguirono
ore di sfrenati e travolgenti amplessi, tale era l'ars amatoria
del fantasma. Lo stremato Alvisio la volle per conoscere,
le sfil la maschera e inorrid.
I viali adorni di antiche e odorose essenze, oggi, sembrano
avere nascosto per sempre la dama nera. I divieti di accesso
e le cancellate l'hanno forse per sempre rinchiusa
con il suo indomabile desiderio?
In attesa di rivedere le cupe crinoline della dama nera del
parco, magari in un crepuscolo di inizio autunno, tra i milanesi
si  diffusa un'altra leggenda metropolitana dal sapore
pi contemporaneo: quello del fantasma che fa jogging.
Il parco Sempione  infatti uno dei regni degli amanti
della corsa lenta. Ebbene, la nuova comparsa ultraterrena
dei viali del parco  proprio una donzella in assetto da mezzofondista,
che si affianca ai corridori placidamente e pare
prodiga di consigli salutistici sui danni del fumo. Del nero
della leggenda, a quanto pare,  rimasta solo la nicotina.

E IL FANTASMA DELLA NINFA
USC DALLA TELA.

L'anno non  dato conoscerlo. Le testimonianze, ancorch
precise nella ricostruzione del fenomeno, si limitano a
indicare il giorno e il mese: il 24 giugno, notte di san Giovanni
di qualche anno fa.
Ci che accadde quella notte, in prossimit cronologica
con il solstizio d'estate, una delle notti di tregenda, periodo
noto alle sfere dell'occulto per la simbologia legata ai transiti
dal mondo terreno a quello ultraterreno, fece sobbalzare
dalle sedie gli addetti alla sorveglianza della Pinacoteca
di Brera.
Da un dipinto del XV secolo, attribuito a Bernardino Luini
e noto con il titolo La ninfa dei boschi, fuoriusc una figura
di donna quasi del tutto svestita, circonfusa di bagliori,
comp una breve passeggiata tra i corridoi del museo.
Poi si riaccost alla tela e la indic.
Il fantasma della ninfa aveva lasciato la sua postazione
fissa, ai piedi di una fonte, in compagnia di quello che parrebbe
un satiro gentile, in un ambiente di natura idilliaca,
per un passaggio breve al di qua della materia. Il tutto, ripreso
dalle telecamere del circuito chiuso.
Ma il mistero della ninfa non finisce cos: tempo dopo
l'inquietante manifestazione, l'opera fu sottoposta a restauro
e le analisi rivelarono qualcosa di ancora pi sconcertante.
Sotto i colori e le forme del dipinto si nascondevano
altre immagini, pratica non certo rara nel passato,
quando nelle botteghe d'arte si usava con abbondanza il riciclo
dei supporti pittorici. Molte tele sono infatti state ridipinte
con nuovi soggetti.
 il soggetto originario della ninfa che per scatena domande
senza risposta: i raggi x hanno svelato un paesaggio
agreste, probabilmente del XII secolo, che ospita un oggetto
a forma di disco adagiato al suolo e circondato da esseri
quadrumani di aspetto umanoide.
Si tratterebbe insomma di una delle testimonianze (non
poche per la verit) di incontri ravvicinati con alieni che
ogni tanto il mondo antico riporta alla ribalta dell'attualit.
Ma che cosa  successo la notte di san Giovanni di un
passato ancora recente (ma non definito dalle tradizioni on
line della leggenda urbana)? Certe notti accadono certe cose.
Soprattutto quando cade il solstizio d'estate. Il periodo
 pregnante di significati occulti in molte antiche culture,
da quella ind che crede nell'apertura del Pitri Vana, la
porta degli pomini, a quella dai nativi americani e degli antichi
greci. Tutte credenze accomunate dal principio della
transizione. Come se nella notte che la cultura cristiana
ha dedicato a san Giovanni (autore dell'Apocalisse) i fenomeni
paranormali di contatto tra il mondo sensibile e gli altri
mondi concentrino energie convergenti. Una specie di
imbuto spaziotemporale. Anche le tradizioni religiose precristiane
occidentali attribuiscono a quella notte un misterioso
potere.
Sembra quasi che il quadro di Bernardino Luini (leonardesco,
misterico, profondamente religioso) sia una sorta di
portale per l'aldil.
Ma i misteri della Ninfa dei boschi erano destinati a infittirsi,
poich del dipinto si  persa ogni traccia. Non  pi
esposto, dopo il prelievo per restauro, e nessuno ne sa pi
nulla.

L'ANIMA DI LUCREZIA
TORNA ALL'AMBROSIANA.

Spirito di donna controverso e inquieto in vita, non ha
trovato pace nemmeno dopo la morte, avvenuta a soli trentanove
anni, per complicazioni dovute all'ennesimo parto,
dopo decine di gravidanze. Vale la pena di annotare che
Lucrezia spir nella notte del 24 giugno 1519, la notte di
san Giovanni, quel solstizio d'estate che occultisti e sciamani
di tutte le culture spirituali del pianeta indicano come
data ricorrente ogni anno per la comunicazione eterica tra i
vivi e i morti. Forse questo spiegherebbe la permanenza indistinta
dello spirito irrequieto di questa nobildonna tra
questa e l'altra dimensione.
Lucrezia Borgia, emblema femminile di libertinaggio e
dissolutezza del primo Rinascimento italiano (immagine
non del tutto convalidata dagli studiosi e dagli storici), torna
ogni notte dei Morti, tra la fine di ottobre e l'inizio di novembre,
a vagare tra le sale della Pinacoteca Ambrosiana,
alla ricerca della teca che contiene una ciocca dei suoi riccioli
biondi, antico dono d'amore per il poeta Pietro Bembo.
La reliquia laica  oggi conservata nella biblioteca voluta
dal Cardinal Borromeo agli albori del secolo XVII, splendidamente
viva, come se il taglio dalla chioma d'oro della
dama fosse avvenuto ieri.
Quando Lucrezia compare nella notte dei morti, ella sa
dove dirigersi, e una volta trovata la sua ciocca, la libera
dal vetro che la custodisce e la lava, la pettina e la ripone.
Solo cos - credono in molti - si spiegherebbe l'eccezionale
stato di conservazione dei capelli, la luminosit dei riflessi
dorati che avevano reso celebre, in vita, la bellezza
di Lucrezia.
Lucrezia Borgia  sepolta a Ferrara, nel convento del
Corpus Domini, terra che le diede i natali e dove visse
per diciassette anni della sua breve vita. Un'esistenza
consumata per al ritmo di una febbre convulsa di esperienze
e accadimenti: castellana rinascimentale esemplare,
figlia di un papa (un'illegittimit che per l'epoca non
doveva essere cos scabrosa, dal momento che tutti lo sapevano
e immediatamente fu tramandata come placida
verit storica), tre mariti di cui uno assassinato, con non
pochi sospetti circa la sua stessa responsabilit, otto figli
di cui uno illegittimo, in odore di incesto sia con il padre
pontefice, sia con il fratello, rampollo aragonese. E inoltre,
un certo numero di amanti, tra cui molti esponenti
delle pi belle arti fiorenti in Italia a cavallo dei secoli
umanistici.
Particolarmente intensa fu la corrispondenza con il Bembo,
che accolse alla corte estense.
In una delle carte del poeta fu ritrovata la ciocca, che oggi
il fantasma di Lucrezia accudisce, mantenendo vivo il sentimento
che li legava.
Si dice anche che perfino Lord Byron, cantore appassionato
del Romanticismo poetico, affezionato turista culturale
in Italia e curioso indagatore della vita di Lucrezia, di
passaggio a Milano lesse le corrispondenze amorose della
gentildonna con il Bembo e rub un capello da quella bionda
ciocca oggi custodita nel Museo Ambrosiano, definendo
quei capelli ancora cos vivi come i pi belli e i pi biondi
che si possano immaginare.

MARIA CALLAS TORNA
A CASTIGARE I LOGGIONISTI.

Il 16 settembre 1977 a Parigi muore Maria Callas. Aveva
cinquantaquattro anni. Molti sono i misteri che riguardano
le ultime ore di vita della divina della lirica. A cominciare
dai motivi stessi che causarono la sua morte, per finire alle
ceneri disperse nell'Egeo, secondo quanto ella stessa desiderava,
su cui cadde il sospetto che fossero state scambiate
con i resti di qualcun altro. Per non dire dei suoi gioielli, di
incommensurabile valore, che non si trovarono pi.
Ma oltre ai miti che accompagnano le morti e le vite, di
tante celebrit, vi sono anche i misteri che provengono dall'ultraterreno.
Al Teatro alla Scala di Milano, da dove la Callas incant
il mondo per l'intero decennio che va dal 1950 al
1960, un corista testimonia di avere assistito alla ricomparsa
della soprano pi famosa di ogni tempo, in forma
ectoplasmatica, con il preciso scopo di inquietare gli
spettatori.
A dire il vero, tra i sostenitori del ritorno della Callas nel
tempio della lirica vi sono anche coloro, tra gli addetti ai
lavori, che hanno dei dubbi sull'identit del fantasma: secondo
alcuni si tratterebbe infatti dello spirito di Maria Malibran,
soprano incantevole del 1800.
Sembra comunque pi suggestiva e accreditata la presenza
della Callas in arrivo occasionale dall'Ultramondo. La
cantante grecoamericana tornerebbe sul loggione, sempre
e solo nelle ore diurne, per vendicarsi di alcuni fischi che
provenivano dai palchi pi alti del teatro.
Maria Callas ebbe in vita vastissima gloria, le furono tributati
onori che andarono dal principesco al divino. Ma anche
per lei vi furono fischi e lanci di ortaggi, e proprio alla
Scala. Ai molti applausi, veri e propri sfoghi scalmanati di
delirio fanatico, mossi da autentico rispetto per quella che
veniva considerata una voce siderale, come disse una
volta il maestro Riccardo Muti, si mischiavano i fischi, talora
anche rabbiosi. Ci avveniva tra i loggionisti, appunto,
rigorosissimi censori del bel canto scaligero, forse per dissentire
da eccessivi virtuosismi, come nei gioir della Traviata,
ad esempio. Note critiche che alla Callas non sfuggirono
se, come pare, il suo spirito torna tra gli stucchi neoclassici
del teatro milanese per punire i suoi detrattori intonando
dall'oltretomba i suoi terribili mi naturali sovracuti,
magari partendo dai punti pi bassi della prodigiosa scala
vocale che riusciva a emettere in vita. La Callas fu l'ultimo
soprano drammatico d'agilit, secondo la definizione di
Teodoro Celli, che riprese appositamente per lei la categoria
canora che appartenne alle grandi interpreti classiche
del passato, come Giuditta Pasta. Bellini e Donizetti erano
gli autori che sembravano avere composto esclusivamente
per lei. Il suo carattere non era facile, Eugenio Montale si
chiedeva se potesse essere davvero possibile convivere con
una donna come lei, dopo un viaggio insieme su un aereo
che da Atene li portava a Parigi, al termine del quale ad
attendere la Divina c'era un'automobile con dentro un uomo
che non era n il Battista (Giovanni Battista Meneghini,
primo marito), n il Grande greco (Aristotile Onassis, secondo
marito). Chi l'ha conosciuta da viva non si  sentito
esonerato dall'appuntarne i difetti della personalit, oltre ai
meriti. Fra le ombre del carattere vi era anche una certa insofferenza
alla critica negativa e all'imposizione di ruoli
che non fossero da primadonna. E allora, pu darsi che il
risentimento per i fischi dei loggionisti non sia stato cancellato
nemmeno dopo l'ultimo respiro emesso da quell'ugola
miracolosa.

BERNARDA, IL FANTASMA
DI VIA SANTA RADEGONDA.

Della piccola Bernarda, fantasma storico della Milano
medievale viscontea, si sa che fu di aspetto procace e civettuolo,
figlia di una popolana, Giovannola, che ebbe la
sorte di entrare nelle grazie di Bernab Visconti, signore
della citt, in condivisione del potere civico con i fratelli
Galeazzo e Matteo. Giovannola abitava nei pressi della
Torre Moriggi, oggi in rovina, ma ancora sede di un'osteria
che ricorda negli arredi una Milano antichissima, e a
pochi passi da via santa Radegonda, dove ogni tanto si incammina
lo spettro della figlia Bernarda.
Bernab accolse Giovannola come concubina presso
una casa che le regal nelle vicinanze della Rocca di Porta
Romana, dove il signore di Milano usava amministrare
il vasto feudo. Bernarda nacque, figlia illegittima, nello
stesso anno in cui nacque il terzo figlio legittimo di
Bernab, nel 1353. Madre e figlia furono protette dal Visconti
per molti anni, fino a quando Giovannola trad il suo
pigmalione con il cavalier Pandolfo Malatesta, capitano
generale di Milano. L'ira di Bernab fu implacabile,
Giovannola fu cacciata ma Bernarda rest a corte, crescendo
sotto le cure - alcuni ritennero morbose - del Duca di
Milano.
Venne anche per la figliola illegittima il tempo delle nozze,
che il padre naturale aveva stabilito fossero con Giovanni
di Baldino Suardo, grande ghibellino, che la port
via dalla Rocca a 14 anni, per condurla con s a Bergamo.
Ma Bernarda mal sopportava la nuova condizione di moglie
bambina, del resto comune a molte coetanee dell'epoca,
e sovente tornava alla Rocca di Porta Romana, con il
consenso entusiastico del padre Bernab. Qui conobbe il
suo vero amore, tale Antoniolo Zotta, aitante cortigiano,
con cui fu scoperta in atteggiamenti inequivocabili nella
sua stessa camera da letto. La punizione di Bernab fu
esemplare: Antoniolo impiccato al Vigentino e Bernarda
spedita a espiare una pena tremenda: la morte per consunzione
nel carcere di Porta Nuova. Era il 4 ottobre dell'anno
1376, quando Bernarda spir, dopo sette mesi di inedia.
E qui la storia si fa misteriosa, perch Bernarda Visconti,
presentandosi proprio con questo nome e rievocando il
passato della figlia di Bernab, ricomparve, in carne e ossa,
anni dopo, a Bologna. Secondo un cronista dell'epoca la
donna era pi alta della defunta Bernarda e faceva la prostituta.
S, ma chi era davvero? E perch si presentava con
l'identit della defunta illegittima di casa Visconti?
Bernab ne venne a conoscenza e fece riesumare il corpo
della figlia per constatarne l'effettivo decesso. Che tale risult.
Ma da allora Bernarda ricompare. Viva, vegeta e florida.
La seconda volta a Firenze, probabilmente dopo la
morte del padre, ma riconosciuta dalla sorellastra Donnina
Visconti, sposata al capitano di ventura John Hawkwood
(tradotto in Giovanni Acuto dagli storici del periodo).
L'Acuto  scettico, ma acconsente a fare sposare la sedicente
Bernarda con un suo arciere, tale Vilichoch e i due
prenderanno dimora a Lucca.
E si arriva al 1424, quando Bernarda ricompare a Bergamo
(dove tutto era cominciato) per dare seguito a quello che
sembra essere l'epilogo di una colossale truffa da trama
contemporanea. A Dalmine, infatti, in presenza di notai,
giudici e avvocati, una donna che afferma di essere Bernarda
Visconti, riconosciuta come al solito da diversi parenti,
cede ai fratelli i beni immobili avuti dal Suardo - che nel
frattempo si era risposato - per ottomila fiorini. Tutto registrato
sulle cancellerie del tempo. E poi sparisce di nuovo.
Fu abilissima truffa o mistero ultradimensionale?
A Milano Bernarda passeggia, ogni tanto, in via Santa
Radegonda.

IL MONACO MORALIZZATORE
DEL QUARTIERE CINESE.

In pieno quartiere cinese c' un monaco che impreca contro
i cattivi costumi e la mancanza di morale. L dove brulica
un'umanit operosa e scattante, da molte generazioni integrata
in una delle zone storiche della citt, tanto che il ricambio
degli ultimi decenni ha favorito l'immigrazione di sempre
nuove famiglie cinesi, e l'estinzione progressiva delle famiglie
residenti milanesi, proprio l pu capitare di incontrare
una figura in saio sdrucito e lacero, pencolante e gesticolante,
quasi sempre animata da rabbiose invettive. Come a
un crocevia di un sentiero di pellegrinaggio, come nel pieno
di una parabola medievale o di un racconto picaresco.
 il monaco di via Paolo Sarpi, altra leggendaria presenza
misteriosa che ha cominciato a fare la sua comparsa
quando ancora a Milano c'era la nebbia. Anzi, per
meglio dire, le nebbie. Quelle druidiche.
La leggenda del monaco infatti, che ancora si incontra a
tarda sera lungo la via, sembra si possa fare risalire ai primi
secoli della fondazione di Milano, ben prima dell'insediamento
romano. La zona di Porta Tenaglia, allo sbocco
dell'attuale via Paolo Sarpi, era conosciuta come la Selva,
ed era sede del Nemus, una sorta di campus precristiano
dove i sacerdoti celti tenevano le loro scuole.
Ma anche sant'Ambrogio, vescovo da vivo e santo patrono
da morto, usava ritirarsi in quella zona a meditare. Lo
testimonia un altro autorevole padre della Chiesa e suo sodale:
sant'Agostino.
Il luogo conservava una piccola cella eremitica, probabilmente
coincidente con il Romitorio di Martino, dove in seguito
si insedi un ordine di monaci, chiamati di Sant'Ambrogio
ad Nemus, poi affiancati ai Carmelitani, nel corso del secolo
XIII. La comunit and infoltendosi con l'arrivo di molti preti,
eremiti, frati e confratelli che scelsero la vita cenobitica. Fino
al riconoscimento da parte di Papa Gregorio XI, nel 1375, che
impose loro l'obbligo di seguire la regola di sant'Agostino e
il rito ambrosiano. Dapprima furono conventi autonomi, tra
cui quello di sant'Ambrogio ad Nemus, poi furono costituiti
in ordine mendicante accentrato, con una bolla papale nel
1441. L'Ordine era diretto da un rettore generale, manifestazione
di un capitolo che si radunava ogni tre anni per eleggerlo.
L'elezione doveva poi essere approvata dal vescovo di Milano.
Fino al XIX secolo l'insediamento religioso vide l'occupazione
di celle e romitori da parte di numerose schiere di monaci
di vari altri ordini, per disposizione di papi e imperatori,
dai Barnabiti ai Francescani. Nell'Ottocento fu ospedale e poi
ospizio per sacerdoti anziani e invalidi. Oggi il complesso che
sorge sui resti sovrapposti di molteplici insediamenti sacri,
ospita il ricovero per anziani don Guanella.
Ma sono migliaia le anime sante che hanno frequentato
quei luoghi nel corso dei secoli, anime di frati e monaci che
hanno dedicato la vita terrena a redimere altre anime e a castigare
costumi. E l'anima tormentata di un professo, a
quanto pare non ha ancora lasciato quei luoghi.

LE MOLTE OMBRE INTORNO
A CORSO XXII MARZO.

A nord est di Milano si concentrano le forze occulte della
citt pi razionale d'Italia. Nel centro padano del business
e della fretta lo spazio per il mistero sembra essersi fatto
largo nella zona intorno a corso XXII Marzo. La direttrice
urbana che porta dal centro cittadino verso Linate sembra
catalizzare forze ectoplasmatiche che hanno alimentato
racconti e leggende.
Si narra infatti di oscure presenze che appaiono e
scompaiono come ombre, soprattutto quando c' nebbia,
nei dintorni della chiesa di Santa Maria del Suffragio.
All'incrocio con via Cadore, e lungo tutta la via che si
connette al corso di Porta Romana, l'incontro pi temibile
 quello con un infernale cane nero. Il pericolo non
sono n le fauci n gli artigli, ma l'alito. Il terribile molosso
infatti rilascerebbe sui passanti insopportabili zaffate
di acetilene.
Non sono pochi inoltre, coloro che affermano di avere incontrato,
ancora pi a est, in via Mecenate, lo spettro di un
uomo vestito con un giubbotto di pelle. Costui, dall'andatura
dimessa ed elegante, sarebbe un aviatore che passeggia
ancora nella zona dove una volta si trovavano gli stabilimenti della Caproni, gloriosa azienda produttrice di aerei
fra le due guerre mondiali.
Bisogna arrivare in piazza Maggi per, ormai al limitare
della zona sud, per incontrare, augurandosi sempre che
non accada, lo spirito di un vecchio morto alla Senavra, il
primo manicomio di Milano, che risale al Settecento.
L'edificio si trova sempre in corso XXII Marzo, all'altezza
del numero civico 50. Oggi  una chiesa, consacrata nel
1959 al Santissimo Sangue di Ges Cristo, ma fino al
1927  stato un luogo di indicibile sofferenza psichica e
fisica, considerate le condizioni in cui erano tenuti gli ospiti.
All'origine sede gesuitica, poi residenza estiva di Ferrante
Gonzaga, governatore borbonico a Milano fino al
1780, quando, per volere di Maria Teresa d'Austria fu sottratto
alla Chiesa per essere trasformato in manicomio, e
accolse matti e li cosiddetti pazzerelli di Milano. Ma
non solo: anche sordi, muti o ciechi. O bambini malformati
ripudiati dai genitori.
E le cure del tempo per questo genere di sofferenti erano
quantomeno disumane. Perch i pazienti non erano considerati
appartenenti al genere umano. Il luogo fu chiamato,
per tradizine etimologica popolare, Senavra, che in dialetto
milanese significa senape, ma che poco sembra
avere a che vedere con la nota spezia se non, appunto, l'assonanza
linguistica che va a catturare il significato pi vicino
alla comprensione di un suono altrimenti non alla
portata del vocabolario minuto. L'origine linguistica del
nome  infatti da fare derivare dal primitivo toponimo ecclesiastico:
Sanctus Petrus in scena aurea. Scena Aurea
divent Senavra.
E il modo di dire milanese X' vn de la Senavra equivaleva
a tacciare qualcuno di pazzia.
Il vecchio spirito di piazza Maggi, ospite della Senavra
durante la sua vita disperata, vi si accosta con passi claudicanti
e non vi lascia stare fino a quando non gli avete lanciato
una monetina.

IL PIANOFORTE SOLITARIO
DI VILLA ARCONATI.

Un pianoforte solitario diffonde fraseggi lenti e gravi, talvolta
anche mossi, nelle notti d'inverno della brughiera milanese.
Le melodie si sentono anche nelle campagne attorno
al vasto giardino alla francese di villa Arconati. A una
manciata di chilometri da Milano, nella frazione di
Castellazzo di Bollate, occupa la vista con una spettacolare messinscena
architettonica barocca, la villa degli Arconati, detta
appunto il Castellazzo.
Oggi la villa  di propriet di una societ immobiliare, e
sede di un apprezzato e ormai tradizionale festival musicale
estivo, che si tiene nelle pertinenze verdi dell'edificio, e
raduna migliaia di spettatori durante la stagione calda.
Ma quando i riflettori e gli amplificatori si spengono,
quando calano le brine dell'autunno e si stratificano le gelate
dell'inverno e i vasti spazi interni del Castellazzo rimangono
animati solo dalle memorie cristallizzate sugli
stucchi e sugli specchi opachi, presenze misteriose di antichi
abitatori o visitatori scivolano sui marmi dei pavimenti
e sfilano sotto le volte affrescate dei soffitti, sfiorano
i pochi resti di quello che fu un arredo sontuosissimo,
imperiale. Ci che resta delle vecchie glorie  una statua
romana di Pompeo Magno, alta tre metri, posta in una nicchia
decorata con conchiglie barocche, dono seicentesco
di un papa al collezionista fondatore Giuseppe Antonio
Arconati. Ma nella preziosissima boiserie della biblioteca,
un tempo era conservato il Codice Atlantico di Leonardo.
E nelle scuderie, fastosamente arricchite da un abbeveratoio
su cui veglia un superbo Poseidone settecentesco,
sembrano ancora dormienti gli addetti alla strigliatura, alla
sellatura, al restauro dei finimenti, tanto ben conservati sono
gli oggetti.
Fuori, nel meraviglioso giardino che ricorda gli ozi di
Versailles, si incontrano fontane, orangerie, teatri naturali
che accolgono Diane, Ercoli e Andromede. Tra voliere,
berceaux e un laghetto.
 in questi ambienti, pieni di echi assopiti dal silenzio dei
secoli, adornati dalle scenografie pittoriche dei fratelli
Galliari, che scorrono le note di provenienza misteriosa di un
pianoforte mai trovato.
Ma un'altra leggenda misteriosa circola nella villa, o meglio
nei suoi vasti circondari. Fino a un secolo fa, uno dei
corpi esterni dell'edificio storico era occupato da una fabbrica
di esplosivi, la Sutter & Thevenot, che impiegava
personale esclusivamente femminile. Il sette giugno 1918
una fatale esplosione provoc la morte di una sessantina di
operaie, tutte giovanissime, tra i 14 e i 30 anni. Anche le
loro anime, si dice, vagano ancora nei paraggi, come del
tutto contrarie a lasciare la terra dei vivi. Sono rimasti gli
abitanti del luogo a raccontare la straziante vicenda di quelloscoppio terribile, e vale la pena di ricordare che tra i testimoni
diretti della sciagura, quel pomeriggio di quasi un
secolo fa, c'era anche un giovanissimo volontario della
Croce Rossa americana, Ernest Hemingway, sopraggiunto
in treno da Parigi e subito inviato sul luogo dal suo comando
per i soccorsi. Anche dalle sue memorie ricaviamo le
immagini vive della tragedia. Quindici anni dopo, Hemingway
le trascrisse nel racconto Una storia naturale dei
morti.

LA STAZIONE FANTASMA
DI CORSO SEMPIONE.

Un respingente ferroviario che spunta isolato come
un'installazione d'arte contemporanea, il cui significato va
compreso con l'aiuto di un critico molto convincente: l'oggetto
 ancora visibile, radicato come un cippo miliare inestirpabile,
alla fine di corso Sempione, all'incrocio con via
Moscati, nascosto tra le auto posteggiate sullo spartitraffico
del controviale.
I tram scorrono sull'altro lato della carreggiata, e la stazione
ferroviaria pi vicina  il nuovo scalo del passante in
via Domodossola, se si esclude la Bullona, scalo delle ferrovie
Nord ormai in disuso.
Che ci fa il residuato di quella che un tempo era la fine di
un binario, insieme al resto delle strutture necessarie all'arrivo
e alle partenze dei treni, proprio in pieno traffico cittadino?
La risposta non  ignota.  anzi ben circostanziata storicamente:
nel 1877, il 24 giugno, entr ufficialmente in
servizio a Milano la linea Milano-Saronno dei gloriosi
Tramways, subito milanesizzati con l'etimologia popolare
Tranvai. Alla fine del 1800 il trasporto pubblico economico
era gestito dai cavalli, ippovie erano chiamate le
prime tratte su rotaia da Milano all'hinterland. Ma a ridosso
del XX secolo furono introdotte le prime locomotive
a vapore, e le linee si dotarono di vere e proprie stazioni
urbane, di cui oggi non rimane traccia. A parte alcuni
monumenti che hanno trovato nuovi inquilini, come
la stazione detta di Porta Nuova, oggi caserma della
Guardia di Finanza in via Melchiorre Gioia, o la Dogana
di via Farini. Oppure questo inusitato reperto in corso
Sempione.
In seguito le rotaie, e i relativi capolinea, si spinsero fino
in via Cusani, in pieno centro storico odierno, e le vetture
si dotarono di motrici elettriche che garantivano tempi di
percorrenza e regimi di consumo prossimi alla contemporaneit.
Si sa che nel 1906, quando Milano era alle prese con la
sua prima Esposizione universale, che era dedicata ai trasporti,
la citt non si lasci sfuggire l'occasione di esibire
sfarzo tecnologico e stupefacenti messe in scene. E proprio
corso Sempione era interamente attraversato da una
piccola ferrovia sopraelevata a trazione elettrica che collegava
le sedi dell'Expo di inizio secolo XX, a piazza Castello.
La linea era in grado di trasportare circa sessantamila
persone al giorno, con una media di quaranta corse
all'ora.
Il 10 giugno 1906 la linea Stazione-Esposizione fu attivata
con una dotazione di omnibus automobili a vapore costruiti
dalla Serpollet italiana. La linea mantenne per due
mesi la regolarit del servizio, vantando una percorrenza
media di circa novanta chilometri al giorno. Di tutto quel
poderoso allestimento espositivo, che celebrava l'era pioniera
del trasporto su rotaia a Milano, non  rimasto nulla,
anche se gli impianti si sono trasformati e sono aumentati
per dimensioni e per potenza.
Ma perch il respingente fantasma  rimasto l, come una
rovina antica che non ha alcun altra suggestione se non
quella di una dimenticanza, di una svista della manodopera
demolitrice?

I RETTILI ALBINI SOTTO
LA STAZIONE CENTRALE.

A New York, un rapporto ufficiale del Sovrintendente
delle fogne, Teddy May, degli anni Trenta, afferm che effettivamente
erano stati avvistati alligatori di piccola taglia
lungo i condotti della rete fognaria della citt.
Da allora le leggende metropolitane sul tema si sono
moltiplicate con infinite variazioni. La convinzione che
i sotterranei acquatici della Grande Mela siano abitati da
coccodrilli  stata riprodotta in una certa quantit di
film, fumetti e canzoni popolari. Negli anni Ottanta del
secolo scorso la leggenda ha ritrovato spessore dopo
l'avventura di alcuni spalatori di neve che si sono visti
aggredire da un coccodrillo uscito da un tombino. Tutt'oggi
c' chi si impegna a dimostrare scientificamente
che la sopravvivenza di rettili di specie predatoria nelle
fogne cittadine sia una possibilit biologicamente attendibile.
E il timore che ci possa essere vero si  diffuso anche a
Milano. Luogo delle mostruose proliferazioni sarebbe la
stazione Centrale. O meglio, una stazione parallela sottoterra.
Come nell'immaginario del doppio, categoria filosofica
e letteraria che ha sempre alimentato gli spiriti intellettuali
pi audaci e fantasiosi, il monumentale complesso
della stazione Centrale di Milano nasconde effettivamente
una replica di se stessa ad alcune decine di metri
sotto la sua superficie. Lo stesso reticolo di binari e scambi,
ugual numero di vani, depositi e magazzini. E anche la
stessa (pi o meno) animazione vitale di addetti e materiali
rotabili in movimento. Oggi le attivit sono diminuite,
ma fino a qualche anno fa, sotto la stazione passeggeri,
quella emersa, giorno e notte non si fermavano mai i lavori
di carico e scarico dei convogli, gli smistamenti di merci
con i mezzi su gomma, e il passaggio continuo del personale
ferroviario. Ma anche di centinaia di clochard e senzatetto.
Di nascosto, durante gli anni dell'ultima guerra, dai binari
sotterranei partivano i treni blindati delle deportazioni.
E per centinaia di metri quadrati si estendevano (ancora
oggi sono molto ben conservati) i cunicoli dei rifugi antiaerei.
Costellati di bunker ipogei, dotati di luce elettrica e di
impianti di areazione e igienici.
Gli ambienti sepolti della stazione Centrale sono stati
perlustrati e indagati in larga parte, negli ultimi anni, grazie
all'appassionato interesse dei gruppi speleologici milanesi,
che hanno riportato alla luce strutture con quasi un secolo
di vita.
Ricerche e scoperte che si sono svelate con chiarezza
inequivocabile, sebbene il campo di indagine si presti a
infinite suggestioni. Ma con la sopravvivenza, ancora ai
giorni nostri, della credenza diffusa che esista anche un
secondo livello sotterraneo. Il ritrovamento, in effetti, di
due accessi ostruiti da macerie che immetterebbero verso
maggiori profondit, ha rimpinguato le supposizioni.
Per ora, le uniche testimonianze vive dell'esistenza di
un secondo piano interrato sono quelle della foltissima
corte dei miracoli che popola la stazione e i suoi dintorni.
Secondo le dicerie dei senzatetto, nelle profondit
ignote della stazione vagano rettili albini di ancora pi
ignota origine.

I FANTASMI LUCENTI
DI VIA PONTE SEVESO 19.

In via Ponte Seveso 19, parallela di via Sammartini, lungo
le prime tratte della stazione Centrale, a fianco delle
strade ferrate che conducono verso ogni punto della Nazione,
c' un condominio dal sapore intatto dell'Italia della
primissima urbanizzazione.
Il complesso, racchiuso in un paio di cortili a cannocchiale,
conserva l'eleganza architettonica degli insediamenti
piccolo borghesi del primo razionalismo, con un selciato a
mosaico di pietra di fiume e gli intonaci ocra ormai un poco
anneriti, in una composizione di volumi ben armonizzata
da balconcini geometrici e terrazze fiorite.
Molte generazioni di inquilini hanno abitato i locali di
questi edifici, per lo pi mantenuti negli infissi d'epoca (i
primi decenni del Novecento) e nei pavimenti di macinato
veneziano.
Secondo Rosalba, residente storica, molte delle vite che
hanno animato le case e i cortili di via Ponte Seveso, non
vogliono ancora lasciare il luogo, pur essendo defunte da
molti anni.
Certe presenze, pur discrete o addirittura timorose, si manifestano
quasi tutte le notti negli ambienti esterni del cortile.
Purch non piova, afferma Rosalba, che ha fotografato,
tanto per non lasciare spazio allo scetticismo, gli ectoplasmi
di via Ponte Seveso 19.
Solo la sensibilit meccanica di un obbiettivo fotografico
pu coglierli, dice la testimone. Ed esibisce scatti misteriosi
di luci multiformi vagolanti sopra i piani alti, in
prossimit delle terrazze. Ma non sono rari gli incontri anche
al suolo, verso le ore tarde della sera, entrando nel cortile.
Sfuggono, si nascondono dietro le piante, non amano
essere scoperti, spiega Rosalba.
In effetti, lei non  l'unica a percepire la presenza di entit
ultra dimensionali, nel condominio. Altri si ritrovano a
conversare in una lingua muta con esseri che pur non appartenendo
alla famiglia sono spesso ospiti fissi dentro le
case. Altri ancora giurano di avere dovuto interrompere feste
e ritrovi a causa dell'impertinenza di alcuni intrusi da
mondi ignoti ultraterreni che si sono divertiti con scherzi
da fantasmi per ore, facendo cadere soprammobili o sbattendo
porte e finestre.
Gli abitanti permanenti dei cortili di via Ponte Seveso sono
in tutto e per tutto, assicura Rosalba, persone che hanno
mantenuti i loro caratteri e le loro personalit. Non sembra
che il passaggio nell'aldil abbia donato loro superiori ispirazioni
di luce. Non possono fare molto per manifestarsi,
spiega la medium, sono pur sempre spiriti che non hanno
dominio sulla materia. Ma si comportano come se fossero
ancora vivi, spesso lamentandosi perch nessuno li saluta,
scansandosi se qualcuno li investe, nascondendosi se non
vogliono farsi vedere da vicini ritenuti antipatici o petulanti.
Fra loro ci sono anime giovani, giovanissime e vecchie.
Tutti insieme hanno popolato, in epoche diverse ma non
lontane fra loro, i cortili e gli appartamenti dell'interno di
via Ponte Seveso.
Ogni tanto Daniele, il portinaio dello stabile, che governa
su uomini e spiriti, tiene aperto il cancello durante il giorno,
anche se non devono passare mezzi tecnici o vetture
private. Forse un segreto regolamento condominiale impone
fasce orarie di apertura per la ventilazione delle anime
in sosta nei cortili senza tempo.

IL FANTASMA DI CARLINA,
SPOSA NERA NEL DUOMO.

Meglio morte, o addirittura fantasmi, piuttosto che cedere
al sopruso dello Ius primae noctis, ovvero la deprecabile
usanza che fino a qualche secolo fa consentiva ai padroni
delle terre, e degli uomini e delle donne che le abitavano,
di passare la prima notte di nozze con le spose del feudo.
Carlina era una giovane vergine promessa, e prossima all'altare,
che viveva a Schignano, dalle parti di Como.
Di Schignano  gi curiosamente inquietante ricordare,
prima di considerare la misteriosa vicenda di Carlina, anche
la figura di Giuseppe Peduzzi, un giovane del paese
che nel 1900 emigr appena dodicenne in Inghilterra e dodici
anni dopo, a ventiquattro anni, si imbarc con l'America
negli occhi sul Titanic. Fu una delle 1518 vittime del
terribile naufragio del 15 aprile 1912. Una lapide nel cimitero
del piccolo borgo natale, restaurata nel centenario
dell'infausto evento, lo ricorda con un'effigie ritoccata che
riproduce un volto di giovane del primo Novecento, con
baffetti e pizzetto, dall'aria triste.
Schignano  anche il borgo dove si celebra un pittoresco
carnevale mascherato che ha ispirato il cantautore comasco
Davide van de Sfroos, e dove da tempo immemore si
usava celare al signore locale il gioioso evento del
matrimonio vestendo le spose a lutto, completamente avvolte in
seta nera.
Ma Carlina portava in grembo un segreto scabroso, poich
ben prima delle giuste nozze si era concessa a un giovane
straniero, di cui si sa, grazie ai referti leggendari, che
era biondo. E la sventurata arriv all'altare, debitamente
bardata come se il rito fosse funebre, e non sponsale, decisa
a nascondere il peccato allo sposo facendogli credere che
il figliolo fosse suo. Tutto bene fino al s, nessuna incursione
da parte di pretendenti per diritto feudale, n ripensamenti
circa il da farsi per giustificare la gravidanza.
Il tormento della colpa cominci per proprio fra le guglie
del Duomo di Milano, dove i novelli sposi andarono a
passare una giornata di luna di miele. Carlina era ancora
rigorosamente vestita di nero, per non lasciare tracce delle
sue nozze fino a fuori dal paese. La visita alla cattedrale
di Milano era d'obbligo, una volta giunti in citt, e nonostante
la nebbia i due salirono alle terrazze, il punto pi alto
visitabile, proprio alle pendici della Madonnina. E fu a
quel punto, complici gli effetti terrificanti dei doccioni
mostruosi e dei draghi in pietra che popolano le guglie,
che Carlina fu assalita dal rimorso, lasci la mano del marito
e prese a correre all'impazzata. Il giovane sposo la vide
scomparire nella foschia, poi cadere nel vuoto in un viluppo
di nera seta.
Il corpo di Carlina non fu mai trovato, ma ancora oggi
molti testimoni parlano di un'inquietante figura vestita di
nero che appare nelle foto ricordo dei loro matrimoni, scattate
proprio sul portone del Duomo. Il fantasma di Carlina
non  per salutato con apprensione da chi lo incontra.
Secondo la tradizione popolare, l'apparizione della giovane
donna sulla filigrana della carta fotografica  considerato
un evento lieto, un augurio dall'Aldil affinch il matrimonio
immortalato nella foto dove  stampata anche la sua incursione
sia pi felice del suo.

CASTELLO SFORZESCO,
DIMORA DI SPETTRI ILLUSTRI.

A Milano c' un castello medievale tra i pi imponenti
e meglio conservati d'Europa, bench buona parte delle
strutture antiche pi spettacolari sia il frutto di libere e
disinvolte ristrutturazioni di fine Ottocento. A cominciare
dalla superba Torre quadrata che sovrasta l'accesso
nella piazza d'armi, detta del Filarete, ma rifatta in stile,
come si usava dire con la formula del neogotico
eclettico, dall'architetto Beltrami, poco pi di un secolo
fa.
La magione signorile milanese, che fu prima residenza
dei Visconti, nel XIV secolo, e poi degli Sforza, che se ne
intestarono il nome, , come c'era da aspettarsi un grande
albergo per spiriti e fantasmi che registra un tutto esaurito
permanente.
La prima anima vagante in ordine di apparizione, appunto
nella Torre quadrata,  Bona di Savoia, inconsolabile
e dolente per la perdita di numerosi amanti. Ma lo
stesso Ludovico, detto Il Moro, sembra ancora ravvisabile
in veste di ectoplasma mentre tenta la fuga dai suoi
nemici passando a cavallo dalla Ponticella del Duca, che
sfocia nel parco Sempione. Storicamente, tra questi due
personaggi non mancarono occasioni in vita di reciproci
risentimenti, che forse si sono riverberati anche dopo il
trapasso nel mondo delle anime. Alla morte di Francesco
Sforza, nel 1466, la reggenza della signoria pass nelle
mani di Galeazzo Maria, fratello maggiore di Ludovico.
Mor presto anche il successore, in circostanze non chiare,
e il trono divenne di potest di Gian Galeazzo Sforza,
il figlio del defunto Galeazzo Maria, un bambino di soli
sette anni. Figlio di Bona di Savoia, Ludovico fu costretto
all'esilio dopo che insieme all'altro fratello, Sforza Maria,
tentava di impossessarsi del regno. Riusc, anni dopo
a riconciliarsi con Bona che per, in seguito, condann
all'esilio nel contado di Abbiate (l'attuale Abbiategrasso).
I due si rincorrono ancora tra le volte e gli androni
del castello.
E un poco defilata, nei pressi della Fontanella dei Leoni,
ecco ogni tanto comparire Bianca Sforza, nel domestico
atteggiamento di intrecciare ghirlande funebri, rimpiangendo
la sua infelice prima notte di nozze con Galeazzo
Sanseverino, suo marito, che la sent spirare tra le
sue braccia.
Anche Isabella d'Aragona, infanta di Spagna, circola
eternamente inquieta e divorata dall'odio per gli Sforza,
cercando veleni da somministrare ai membri maschi della
dinastia. Spesso si incrocia la sfortunata Beatrice d'Este,
morta di emorragia per un parto sventurato, durante il
quale nacque un figlio gi morto.
E nelle ore notturne che passano tra il 31 ottobre e il primo
novembre di ogni anno si materializza lo spirito di
Bianca Scappardone Visconti, decapitata nel castello nel
1526.  senz'altro il pi impressionante fra gli spettri
locali: la nobildonna aveva convinto l'amante Pietro Cardona
ad ammazzare il suo predecessore, Ardizzino Valperga,
che l'aveva svergognata rivelando dettagli intimi
della dama. Il suo fantasma apparirebbe bevendo il sangue
di Ardizzino poco prima che la testa le si stacchi dal
collo.

ATTENTI AL FANTASMA
SUICIDA DI VIA ALDINI.

Quarto Oggiaro  un quartiere isolato di Milano. Per conoscerlo
bisogna proprio volerci andare. E anche volendo
non  facile da trovare. Quand'anche lo si trovi, per uno
smarrimento temporaneo di concentrazione alla guida, non
 facile uscirne. E per dirla tutta, non  nemmeno facile viverci.
Per tradizione, il quartiere di Quarto Oggiaro, concluso
tra gli assi ferroviari che portano all'hinterland nord
e le autostrade per i laghi,  il Bronx milanese, il luogo di
periferia dove gli sterminati stecconi delle case popolari
sono diventati terra proibita per la legge e per i sacramenti.
Nel 2006, un film di Fabio Martina ha dato notoriet al
quartiere narrando le storie di formazione di due giovani
calciatori che sognano la seria A e che fra inghippi e tranelli
riescono entrambi a entrare nel vivaio dell'Inter. La
pellicola si intitolava A due calci dal Paradiso e la produzione
scelse gli attori tra la gente del luogo, che bene interpretava
i ruoli disperati e ambiziosi dei figli e nipoti di
emigrati degli anni Cinquanta, che inseguono la promozione
sociale divorati da una febbre pi calda di quella per
la promozione scolare.
Lo scenario  quello dell'asfalto e del cemento, ma qualche
zona verde c': recentemente il Comune ha intitolato
uno dei giardini di Quarto Oggiaro al defunto Gianluigi
Bonelli, editore di fumetti, il pap di Tex Willer. Altro eroe
del West che come giustiziere troverebbe del filo da torcere
tra le vie del quartiere, peggio che tra i rinnegati Navajos o
i bounty killers sulle piste dell'Arizona. Per il resto, casermoni
e antenne paraboliche, cassettoni bruciati e anche
qualche carcassa di automobile.
Come se non bastasse, gli abitanti di Quarto Oggiaro,
da alcuni anni, sono anche vittime delle incursioni proditorie
di un fantasma suicida. Un vero e proprio kamikaze
della strada che si lancia all'improvviso davanti a ruote e
fanali.
I primi casi si sono cominciati a registrare nell'indifferenza
generale, ma poi si sono susseguiti richiamando
l'interesse intorno al fenomeno. E allora, la leggenda metropolitana
ha preso piede. O la psicosi ha preso il sopravvento.
I fatti avvengono in un luogo preciso: lungo la via Aldini,
che come una secante geometrica taglia il quartiere nel
mezzo.
Le prime volte poteva sembrare un'allucinazione, un abbaglio
nella nebbia: un uomo in abiti contemporanei si lancia
in mezzo alla strada mentre sopraggiunge un'automobile.
Una frenata disperata e poi la constatazione sorprendente
che del fantomatico suicida non c' alcuna traccia.
N sulla carreggiata, n sui marciapiedi. Sparito.
Il fatto si  poi ripetuto in altre occasioni, a distanze non
regolari di tempo, coinvolgendo altre auto, oppure moto.
Vi sono testimoni allibiti, anche fra i motociclisti, che assicurano
di avere frenato, o sterzato, o addirittura di essere
caduti dalle due ruote, per l'improvvisa apparizione di un
passante (proveniente non si sa da dove) che si  buttato
letteralmente sotto il veicolo. Ma allo stesso modo, inspiegabilmente,
una volta scesi per soccorrerlo, non hanno mai
trovato nessuno.

SANTA MARIA DELLE GRAZIE,
IL MISTERO DEL MONDO.

I punti e le linee del Cenacolo ricompongono il disegno
dell'universo. Fra le sorprese pi avvincenti del colossale
restauro del dipinto nel refettorio della chiesa di Santa Maria
delle Grazie, c' stata la scoperta del foro di un chiodo
proprio nella fronte del Cristo, al centro dell'opera. L'artista
di Vinci fece partire da quel punto il reticolo dei fili prospettici
per la composizione dell'Ultima Cena. E dopo il
successo planetario del libro di Dan Brown, le letture misteriose
della rappresentazione leonardesca dell'ultimo
convitto apostolico si sono moltiplicate come un contagio
magico-mistico. Fino a lambire la supposizione che l'intera
spiegazione del mondo sia contenuta negli enigmi fissati
su quella parete.
Le immagini dell'ultima cena di Cristo sono riemerse
con sufficiente nitore, dal degrado dei secoli, al termine di
una pulizia e un recupero ventennali. Il dipinto fu terminato
nel 1498, e cominciato circa quattro anni prima, ma gi
in fase di completamento l'opera iniziava a deteriorarsi,
poich Leonardo non amava lavorare con la tecnica dell'affresco,
molto pi durevole, ma con una tempera grassa
stesa su intonaco ruvido, in modo da potere cambiare pi
volte i dettagli della stesura.
Numerosi e faticosissimi furono i cambi in corso d'opera,
e anche le modifiche a volte radicali intervenute nei secoli
successivi a opera dei restauratori. Ma la scena, per cos dire
la pi drammatica di tutto il cristianesimo,  quella in cui
Cristo annuncia il suo tradimento. Ogni dettaglio ruota attorno
all'occhio destro del Redentore, su cui convergono
appunto, tutte le linee prospettiche.
Molti sono i significati occulti ravvisati dagli esegeti del
mistero, a cominciare dai particolari riferimenti simbolici
degli apostoli, raffigurati in quattro gruppi da tre. Quattro
come gli elementi naturali, e dodici, come  noto, che rimanda
ancora una volta allo zodiaco. Con Cristo, sole centrale
e origine della luce dell'universo.
Dan Brown, inutile ignorarlo, ha contribuito al rilancio
del Cenacolo lanciandosi con singolare perizia, o per una
fortunata coincidenza, sulla conclusione temporale del restauro
ventennale, con un romanzo che  diventato una
promozione di visita globale al dipinto di Leonardo.
Ogni anno quasi mezzo milione di turisti da tutto il mondo
fa la fila per ore pur di entrare nel refettorio delle Grazie
a esaminare lo strano volto femmineo dell'apostolo Giovanni,
il misterioso pugno riverso con coltello che spunta
sulla mensa tra Pietro e Giuda, le enigmatiche assenze delle
aureole e del calice. Tutti a cercare i segni dell'eresia che
sono alla base del giallo del Codice da Vnci.
Recentemente, alcuni studi hanno ipotizzato che i paesaggi
alle spalle di Cristo, sullo sfondo rinascimentale della
scena leonardesca, siano monti e valli molto vicine a Milano,
uno scorcio ben identificabile con una precisa veduta
dalla Valcamonica del lago d'Iseo.
Sempre nuove congetture, mentre il dipinto si polverizza
e si smaterializza inesorabilmente da oltre cinque secoli,
lasciando filigrane di comprensione sempre pi flebili, ma
il suo mistero vive sotto gli occhi dei visitatori, con prenotazioni
che arrivano fino a sei mesi prima da ogni parte del
mondo.

A PALAZZO CASTANI
UNA GRATA IMPOSSIBILE.

Questo  il mistero di un dettaglio. L'inspiegabile origine
di un particolare che non  nemmeno architettonico - pur
riguardando la facciata di un palazzo storico - ma solo tecnico,
squisitamente artigianale: una grata in ferro medievale.
Il ferro  il metallo pesante che forma il telaio ancestrale
della storia di Milano, dalle prime fucine celtiche fino ai
grandi impianti siderurgici degli ultimi secoli di storia della
citt. Impianti e officine ormai estinti, grandi padiglioni di
trasformazione e lavorazione dei metalli che oggi sono vestigia
industriali consacrate alla cultura (ma ancora molto
vuote).
La piccola grata che ognuno pu scoprire passeggiando
nel centro di Milano  sopravvissuta alla storia e conserva
un segreto inestricabile, che appartiene alla memoria remota
dei lavoratori-sacerdoti del metallo fuso, coloro che secondo
Mircea Eliade entrarono in comunione con la materia
pi resistente che offre la terra per forgiare i propri destini
e quelli dell'umanit, modellando spade per offendere
e armature per difendersi. Coloro che piegando il metallo
con l'acqua e con il fuoco erano i pi vicini discepoli degli
di.
Quell'Homo faber che forgi la grata era un semplice artigiano
metallurgo, ma infuse nella sua opera la forza della
magia, come Efesto che era brutto e cattivo, ma con la forza
bruta delle spalle, delle braccia e delle mani plasmava
oggetti di perfetta bellezza. E di inspiegabile fattura.
In piazza San Sepolcro, sull'area centrale di Milano che
fu dell'antico Foro romano, proprio dirimpetto alla chiesa,
sorge palazzo Castani. Il palazzo fu edificato nel
Quattordicesimo secolo sulle fondamenta di un pi antico
edificio pagano. Oggi, palazzo Castani  la sede del comando
locale della Polizia di Stato, ma vale la pena ricordare
che proprio al suo interno - che durante i primi anni
del secolo scorso era sede dell'Associazioni Industriali -
si tennero le prime riunioni di fondazione dei Fasci di
combattimento (in seguito Partito Nazionale Fascista),
con un giovane Benito Mussolini sostenuto dal presidente
degli industriali dell'epoca, l'ebreo Cesare Goldmann.
Mistero nel mistero.
Al palazzo si accede attraverso un bel portale bramantesco,
e sulla destra dell'ingresso, la vecchia grata  ancora
l, a testimoniare un piccolo segreto antico. L'oggetto appassiona
gli esperti di forgiature e saldature, poich non
presenta, appunto, alcuna traccia di sigilli a fuoco. Sembra
invece essere stato costruito completamente a mani nude,
attraverso un complicato sistema di giunture alternate.
Di solito una grata  composta in modo semplice e utile:
sbarre di metallo dotate di anelli che si incrociano regolarmente.
Invece il reticolo delle maglie della grata di palazzo
Castani, guardato da vicino,  un ordito irregolare e stravagante
di intersezioni che non presentano anelli di congiunzione neipunti di incrocio delle sbarre. Un lavoro ritenuto
impossibile, per le tecniche di lavorazione dei fabbri medievali.
Ma perch, ci si chiede, perdere tanto tempo per mettere
insieme un pezzo che, dopotutto, non ha alcun valore artistico
o decorativo? Insomma, la grata  il frutto del lavoro
minuzioso e virtuoso di uno straordinario artigiano oppure
 il talismano di un misterioso alchimista?

LA LEGGENDA DEL PRETE
COTTO SULLA MARTESANA.

Per molti milanesi che abitano e lavorano nel quadrante
ovest della citt, Precotto  soltanto il nome di una remota
(e per lo pi inesplorata) stazione metropolitana della linea
rossa. E naturalmente non sono pochi coloro per cui
invece la piazza Precotto, a est, all'incrocio tra viale Monza
e via Pelitti,  una destinazione e una partenza familiare.
Ma perch si chiama cos? Forse nemmeno chi vi abita
o lavora lo sa. Un toponimo strano, dal suono buffo e incomprensibile.
Precotto, borgo antico lungo il naviglio della Martesana,
era Comune autonomo, fino al 1923, quando fu incorporato
a quello di Milano, e sull'origine del nome alita una leggenda
dannata e comica: quella del prete cotto. Ovvero
arso vivo. Ma sembra di potere immaginare che lo sventurato
- si tratterebbe di un eretico, qualora sia vera la tradizione
orale del luogo - sia stato immerso in un pentolone,
magari imbragato da robuste corde, e lasciato cuocere con
lenta morte come un'aragosta.
La gente di Precotto, o almeno chi vi abita da sempre,
ama ricordare questa vicenda, di cui non si conoscono per
circostanze pi dettagliate. Vi sono anche versioni etimologiche
sull'origine del nome della zona che godono di
maggiore attendibilit, come quella che farebbe derivare il
toponimo dal costrutto pullum coctum, che farebbe pensare
all'esistenza di un'antica osteria con cibi cotti.
Eppure resta ben pi suggestiva, e tutt'altro che fuori luogo
se si considera la derivazione linguistica e semantica,
l'ipotesi che dalle parti della Martesana sia bruciato sul rogo
un sacerdote sfortunato. Gli indizi potrebbero anche essere
di natura storica, anche se questo  un azzardo interpretativo.
Intorno all'anno Mille si diffuse in Europa, particolarmente
in Francia, il catarismo, movimento religioso
ultraortodosso cristiano che fu condannato e perseguitato
come eretico dalle autorit ecclesiastiche. Al di l delle Alpi,
secondo alcuni cronisti medievali, furono vicine al milione
le vittime delle crociate papali contro i Catari, o Albigesi,
come venivano anche chiamati i seguaci della cosiddetta
eresia.
Il catarismo si diffuse anche in Italia e fra i centri maggiori
della predicazione nel milanese vi era Concorezzo,
comune brianzolo sulla direttrice Milano-Monza, dove si
incontra Precotto, sul quale nel XIII secolo si accan la persecuzione
del podest di Milano Oldrado da Tresseno, che
letteralmente annient gli aderenti alla setta, che i locali
chiamavano Puertt (Poveretti).
Non  escluso che durante il passaggio dalla citt verso
Concorezzo le truppe sterminatrici di eretici siano incappate
nel prete della Martesana, e abbiano cominciato a Precotto
la loro azione di pulizia religiosa. E nemmeno 
escluso che la brutta fine del prete in questione sia stata decretata
dal popolo in rivolta, come qualcuno sostiene. Del
resto, certe esecuzioni mortali di condanne sancite dai
giudici dell'inquisizione o dal giudizio della folla erano spesso
fonte di spasso e spettacolo straordinario per il popolo.
Nulla di meno raro che qualche faceto spettatore abbia coniato
il nome del luogo ispirandosi alla scena straziante di
un povero frate messo a bollire.

UNICORNI E DIAVOLI NELLA
CAMERA DI MANFREDO.

Testine umane mummificate e ridotte alle dimensioni del
cranio di una piccola scimmia, giganteschi denti di narvalo
e di unicorno, draghi spaventosi impagliati e appesi, automi
infernali e altre misteriose creature della natura e della
scienza alchemica, occulta, paranormale.
Parodie di esseri e di macchine, esposte in grovigli e accumuli
sconcertanti, abbaglianti, folli. Erano queste le
Wunderkammer che nascevano in Europa tra i secoli sedicesimo
e diciassettesimo: antri di meraviglie e di misteri,
di prodigi e di miracoli. Almeno per l'epoca, poich oggi
parecchi di quegli enigmi naturali e artificiali sarebbero
spiegati, se ancora si potessero visitare certe collezioni.
Quella di Manfredo Settala, canonico milanese di San
Nazaro, lungo l'attuale corso di Porta Romana, non esiste
pi. Una raccolta di oltre tremila pezzi selezionati, trasportati
e catalogati dal bizzarro nobile meneghino nel
corso di molti viaggi nel vicino e lontano oriente, nell'Africa
conosciuta, e anche in buona parte di terre equatoriali
inesplorate.
 ancora intatta una particolare attrazione della camera
delle meraviglie di Manfredo: un diavolo meccanico che si
muoveva da solo, saltando fuori da una scatola che lo
conteneva. L'automa ha l'aspetto terribile di un satanasso infuriato
e l'effetto che produceva nei visitatori era terrificante.
C'erano pure, come testimoniano alcune stampe dell'epoca,
colossali coccodrilli imbalsamati appesi al soffitto,
e semi bizzarri o addirittura mostruosi di piante molto
rare, oggi estinte.
Manfredo amava stupire anche con inestimabili meraviglie
naturali, come gli introvabili corni di unicorno, in
verit nient'altro che zanne di animali esistenti in natura
che fino a qualche secolo fa erano considerati quasi mitologici.
Ma dove  finita quella sterminata e sorprendente collezione
di pezzi rari della natura e della scienza? La camera
delle meraviglie di Manfredo Settala  stata progressivamente
smembrata a partire dal giorno stesso del suo funerale,
una sontuosa cerimonia in San Nazaro dove fu allestito
un catafalco barocco adorno di una gran quantit di oggetti
della raccolta del defunto. Al termine delle esequie,
tutto fu smantellato e i pezzi non tornarono pi nel museo
di via Pantano. Anche i gesuiti di Brera vollero onorare la
memoria di Manfredo e organizzarono una sorta di rappresentazione
teatrale presso la loro sede, richiamando numerosi
pezzi della collezione per la messa in scena, che non
fecero pi ritorno al loro posto.
Il testamento di Manfredo parlava di una cessione della
collezione alla Biblioteca Ambrosiana, ma nel corso dei
successivi cento anni dalla sua morte si protrasse una lunga
controversia giudiziaria di cui fu investito il Senato di Milano,
e che ebbe come protagonisti la famiglia Settala e
l'Ambrosiana. Quando il patrimonio scientifico di Manfredo
pass definitivamente al titolare testamentario, vi pass
smembrato dei pezzi che la famiglia riteneva di possesso
del casato, prima ancora della nascita di Manfredo. E il
corpus collettaneo che and all'Ambrosiana fu mischiato
ad altre collezioni naturalistiche ereditate dall'istituzione.
Della pi ricca e mirabolante collezione di curiosit naturali
e artificiali dell'Italia del XVIII secolo non si ha pi
nozione. E anche del vasto catalogo pittorico che il Settala
aveva commissionato agli artisti del suo tempo si sono perse
le tracce.

IL TEMPIO DELLA NOTTE, NEL
PARCO DI VILLA FINZI.

Durante una passeggiata estiva dell'anno 2005, lo speleologo
Andrea Thum, della benemerita Associazione scavi
cavit artificiali di Milano (SCAM), concentrandosi su un
impercettibile rilievo nel bel parco della villa
Ottolenghi-Battyani-Finzi, nel quartiere di Gorla, intu che
sotto quella terra poteva esserci qualcosa di interessante.
Gli scavi furono immediatamente autorizzati dal Comune e ci
che venne alla luce, o meglio ci che la luce torn a rischiarare
dopo almeno un paio di secoli di oscurit, fu un misteriosissimo
tempio ipogeo. Subito battezzato dagli scopritori
come Il tempio della notte a Gorla.
Una cavit piuttosto vasta di ci che in epoca medievale
era stata una ghiacciaia, costruzione sotterranea tipica, e
molto diffusa, per la conservazione di cibi e bevande al fresco.
L'architettura  quella tradizionale: conica, a laterizi
in cotto e cunicoli di accesso e di uscita convergenti. La
differenza  che il vano  stato ritrovato con resti ben conservati
di decorazioni e abbellimenti ornamentali che richiamano
gli arredi architettonici degli edifici religiosi: colonne,
capitelli, un'edicola votiva. La pianta  circolare,
quella delle ghiacciaie appunto, ma l'aspetto generale
dell'ambiente  quello, inspiegabile, di un luogo di culto.
Le colonne, a peristilio, sono otto, i capitelli sono di ordine
corinzio; da quello che potrebbe sembrare un altarino  stato
rimosso l'intonaco, lasciando supporre che sulla parete
vi potessero essere delle raffigurazioni. Ad affresco, o magari
a bassorilievo. Tutto perduto.
Sul ritrovamento non sono state compiute ulteriori indagini,
a quel che se ne sa, ma le prime ipotesi si sono da subito
concentrate sull'idea che il luogo dovesse essere stato
un tempio della massoneria. Anche se in molti trovano del
tutto fuori luogo tale congettura poich il fasto e la cura degli
elementi decorativi non ha riscontri con il gusto dell'occultismo,
quasi sempre anticlassicheggiante.
Ma allora quali altri tipi di raduni, sacri o profani, si sono
svolti sotto il parco di villa Finzi? E perch le ricerche non
sono proseguite? E soprattutto chi fu il progettista di questo
bizzarro tempio ipogeo?
La peculiare architettura nascosta del tempio di Gorla rimanda
a un personaggio storico rimasto ai margini dei libri
di studio: Ercole Silva. Era un nobiluomo milanese vissuto
a cavallo dei secoli XVIII e XIX, viaggiatore, sovrintendente
alla Scala e a Brera, raffinato collezionista di opere d'arte
e autore di trattati sull'arredo urbano piuttosto apprezzati
dai suoi contemporanei. A Ercole Silva  attribuito (poich
non amava firmarsi) un libello celebre tra i cultori della
materia: Dell'arte dei giardini inglesi, operetta preziosa
per le applicazioni pratiche riguardanti i suggerimenti ornamentali
che ispirarono i suoi contemporanei. I precetti di
gusto del Silva furono introdotti nel parco della villa Belgiojoso
(oggi villa Reale), al parco della reggia di Monza e
nella villa di Alessandro Manzoni a Brusuglio.
La residenza estiva del Silva era a Cinisello Balsamo,
non distante dalla villa Battyani-Finzi nel cui giardino 
stato ritrovato il Tempio della notte. E le caratteristiche della
costruzione sotterranea rimandano alle descrizioni contenute
nel trattato di Silva. Belli e raffinati, ma a che cosa
servivano certi ambienti?

LA CASA 770 IN VIA CARLO
POERIO, SEDE DEL MESSIA.

In via Carlo Poerio 35 c' la casa del Messia. Ne esistono
dodici in tutto il mondo, sono tutte uguali, e in Europa,
l'unica esistente, si trova a Milano. Pare ne sia stata costruita
una tredicesima in Ucraina, in un posto dal nome
impronunciabile e non trascrivibile.
La chiamano la Casa 770. Un brano nascosto della
storia del mondo, del senso segreto di una delle religioni
pi antiche e potenti, l'ebraismo, appare in una strada
semicentrale della citt, che la storia recente ha consegnato
alla memoria dolente degli orfani della legge Merlin,
quasi all'angolo con piazza Fratelli Bandiera, dove
fino a una sessantina d'anni or sono vi erano le case
chiuse.
Eppure qui c' una delle dodici case 770 del mondo. La
prima, l'originale che ha prestato il modello architettonico
alle altre, si trova al numero 770 di Eastem Parkway, a
Crown Heights, Brooklyn, New York. Fu proprio l che
trov rifugio il rabbino Menachem Mendel Schneerson,
nel 1940, fuggendo da Parigi alle persecuzioni naziste.
Dalla Casa 770 di Brooklyn non si mosse pi, fino alla
sua morte, nel 1994, ma seppe diffondere nel mondo in
modo prodigioso il credo della setta rabbinica ultraortodossa
a cui apparteneva, i Lubavitcher, sostenitori della
teoria dello Chabad, profetizzando per decenni l'imminente
arrivo del Messia ebraico. Lo stesso rabbino Menachem
non manc di presentare se stesso come messia degli
Ebrei.
La Casa 770 di Milano  sorprendentemente uguale alla
casa madre di New York, con simbologie formali che riconducono
ai misteri simbolici della Torah, soprattutto
nei numeri che si possono contare cabalisticamente: una
facciata tripartita che si conclude verso l'alto con tre timpani
che recano croci all'apice, finestre in serie di otto, di
sei e di tre, fregi con bassorilievi che recano immagini sacre
della cultura cifrata dei codici giudaici.
Non  noto l'anno di fondazione dell'edificio in via
Poerio, anche se si pu ipotizzare che non sia di molto
posteriore agli anni vicini al secondo conflitto bellico
mondiale. Si sa che la comunit cominci il suo insediamento
a Milano nel 1959, anche se i primi contatti con la
citt risalgono a dieci anni prima, subito dopo la guerra.
Furono ebrei milanesi a richiedere l'arrivo di Rav Gershon
Mendel Garelik, che diede il via alle attivit del
Merkos L'Inyonel Chinuch (Centro per l'Educazione
Ebraica), ovvero l'associazione che sovrintende il movimento
Lubavitcher e che nel 1986 fu riconosciuto come
ente morale.
Da quella data i progetti della comunit sono andati aumentando
con la fondazione di una scuola, un asilo e la
costituzione di un'organizzazione giovanile Lubavitch.
Gli appartenenti alla sede religiosa che fa capo alla Casa
770 sono spesso riconoscibili in giro per la citt, nei loro
vestiti tradizionali ortodossi e i grandi cappelli neri a larghe
tese. I Lubavitcher hanno scelto Milano per replicare
il loro tempio, e Milano come sempre li ha accolti. C'
forse una relazione tra questa citt e i luoghi misteriosi
del Messia ebraico?

IN PIAZZA DELLA BORSA
ESAGONI CANCELLATI.

C' una Milano delle impronte misteriose che calpestiamo
ogni giorno e ogni notte, senza guardare le tracce antiche
o recenti dove i piedi poggiano a migliaia, milioni di
volte. Un'indifferenza al pericolo o alla profanazione che
non  certo colpevole, poich di innocui resti si tratta, semicancellati
dalla memoria. Come i misteriosi esagoni che
spuntano da sotto le suole camminando nelle vie centrali
della citt, intorno al Duomo, da San Babila fino alla piazza
della Borsa.
Capita in questi paraggi di sfiorare senza nemmeno percepirne
il rilievo alcuni strani esagoni conficcati nel selciato
marmoreo. Capita proprio nel cuore della city milanese, in
quella piazza della Borsa dal tono quasi surreale, tutta inclusa
nelle architetture del Ventennio fascista e oggi resa ancora
pi metafisica dalla presenza di un gran dito medio
in marmo che svetta verso il cielo, opera transitoria di Maurizio
Cattelan ormai destinata alla permanenza sine die.
Ma se ne trovano altri, di questi esagoni misteriosi, anche
lungo altri camminamenti centrali nei pressi di piazza della
Borsa. Inserti metallici conficcati al suolo di perfetta forma
esagonale, nascosti in parte solo dall'usura di legioni di pedoni
che vanno di fretta.
Non  un mistero inconoscibile quale sia l'origine di tali
effigi. Sono i resti di spezzoni incendiari lanciati dagli aerei
che sorvolavano Milano nel 1943, anno dei pi intensi bombardamenti
della seconda guerra mondiale. In particolare,
la notte tra il 12 e il 13 agosto di quell'anno, una formazione
di oltre 500 aerei angloamericani pass radente sul cielo di
Milano come uno stormo infernale, spaventoso e assordante.
Il centro della citt, con obiettivi sensibili di inestimabile
valore, come il Duomo, la Galleria, Santa Maria delle Grazie,
l'Accademia di Brera, la Scala, sub squarci tremendi
sotto il peso esplosivo delle bombe sganciate dall'alto. Ma
anche le periferie non furono risparmiate. Ancora oggi, in
molte parti della citt si trovano carcasse inesplose che paralizzano
interi quartieri per giornate intere, per consentire
alle squadre di artificieri il lavoro di disinnesco e asportazione.
Ma gli aerei da bombardamento non sganciavano soloordigni esplosivi, spesso rilasciavano in grandi quantit
delle aste esagonali incendiarie che una volta a contatto con
il suolo scoccavano scintille potenti che propagavano il fuoco
negli edifici. Alcune di queste bombe incendiarie cadevano
di punta e lasciavano un solco geometrico perfetto nel
terreno. Ve ne sono tracce lungo il corso Vittorio Emanuele,
sul selciato antistante il sagrato del Duomo, e lungo l'asse
tra piazza San Babila e largo Augusto.
Ecco l'origine degli esagoni dunque, ma un piccolo mistero
li riguarda: in piazza della Borsa, in tempi recentissimi,
dopo essere rimasto praticamente inosservato per oltre
mezzo secolo, lo spezzone esagonale  stato stuccato e nascosto.
Da chi? E perch mai?

IL TRIANGOLO INCANTATO
DI PORTA VENEZIA.

Anche le citt credono d'essere opera della mente o del
caso, ma n l'una n l'altro bastano a tener su le loro mura.
D'una citt non godi le sette o settantasette meraviglie, ma
la risposta che d a una tua domanda.
Cos spiega Marco Polo al Kublai Khan l'approccio corretto
con le Citt invisibili, nel racconto che ci ha consegnato
Italo Calvino sul viaggio nascosto dell'esploratore
veneziano in Oriente. Conoscere le citt pu essere
un'esperienza inedita anche per chi le abita e vi  nato.
Dentro a ogni citt o attorno a essa, oppure anche sotto o
sopra di essa, vi possono essere inserti strani e misteriosi,
inaspettati brani onirici che si allacciano al tessuto ordinato
e noto delle vie e delle case, una struttura meravigliosa e
invisibile, se non la si vuole vedere di proposito.
 quanto accade addentrandosi come puri esploratori nel
triangolo di vie incluso tra corso Monforte, corso di Porta
Venezia e via Vivaio. Qui  nascosto un raffinatissimo museo
a cielo aperto degli stili architettonici del Novecento.
Talmente raffinato e prezioso che gli umori di orrido e di
spaventoso - e di curioso e grottesco - che pure costellano
questo esclusivo fregio urbanistico di Milano sembrano
mitigati dalla ricercatissima bellezza degli edifici.
Bellissima  la Casa Castiglioni, al numero 47 di corso
di Porta Venezia, ricca di rami e foglie in bronzo, e un autentico
capolavoro si trova al civico 11 di via Bellini, Casa
Campanini, che lascia ancora oggi sgomenti per la ricchezza
e la fantasia dei decori, soprattutto negli straordinari
balconi.
Puntando verso il corso Monforte  da dedicare un attento
sguardo alla via Barozzi, con il curioso innesto di Casa
Morganti al numero 2, e via dei Cappuccini, che conserva
al numero 8 Casa Berri-Meregalli, originale costruzione
composta con una miscela di stili che propone al visitatore
un impasto estetico ai limiti dello stordimento, soprattutto
quando si imbatte nella sconcertante testa marmorea dello
scultore Adolfo Wildt.
E poi la sorpresa inaudita dell'incontro con i fenicotteri
rosa, in pieno centro cittadino milanese, placidamente inseriti
in un giardino incantato che scopre il mondo di una
favola.
Una stranezza inquietante, che appunto incanta per la
perfezione del manufatto,  l'orecchio di casa Soia-Brusca,
al numero 10 di via Serbelloni. Incavato nella facciata,
proprio sul fianco destro del portone principale, ad altezza
d'uomo, un enorme orecchio umano fuso nel bronzo
ascolta ogni bisbiglio dei passanti. La scultura attrae per
la precisione anatomica dei particolari dell'organo uditivo.
Pare che fosse l'antico citofono del palazzo, ora in disuso.
Anche se  difficile immaginare un sistema tecnologico
di trasmissione sonora a circuito chiuso cos evoluto
da potere essere supportato da una simile struttura ai primi
del Novecento.
Sono tante le domande che si infilano come frecce nella
testa di chi passa attraverso questo lacerto di citt, che sembra
una specie di sogno sospeso della storia progettuale di
Milano.
Le risposte che auspica il Marco Polo immaginato da
Calvino, quando raccomanda l'atteggiamento da tenere visitando
le citt, sono baleni dell'intelligenza di ognuno,
che si dimenticano quando si esce dal triangolo di Porta
Venezia, come se quel pezzo di citt sia davvero invisibile
ai sensi e alla ragione.

FRECCE E LETTERE DOVE
IWRITER NON PASSANO.

A Milano la diffusione dei graffiti sui muri  stata vissuta
come una piaga sociale. Si sono moltiplicate, negli ultimi
anni, le misure amministrative e sanzionatorie contro i writers,
con la stessa intensit in cui sono aumentate le pareti
esterne coperte dagli spray colorati. Non sono mancati i dibattiti,
le polemiche, gli interventi e gli appelli, le decine di
milioni di euro stanziati dal Comune per ripulire i muri da
tag e pezzi firmati da sempre nuove crew di artisti di
strada rapidissimi e silenziosi.
Il contagio non  diminuito, ma oggi sembra accolto con
rassegnata indulgenza. Gli interventi di rimozione, costosissimi,
proseguono. E in una sola notte, o in un passaggio
di una mattina di un corteo studentesco che protesta per i
tagli alla scuola, i graffiti tornano a splendere sotto la Madonnina
con i loro riflessi acrilici.
Vi sono segni sui muri di Milano, per, che sono rimasti
integri, in molti casi anche luminosi e nitidi come se fossero
vernice fresca, da oltre mezzo secolo. Sono frecce orientate
verso il basso, con aste bipartite in bianco e nero (alcune
volte si trova anche il rosso), accompagnate da sigle
cifrate con le lettere U, S e R. Anche i caratteri alfabetici sono
cerchiati in bianco e nero. Oppure in rosso.
Sono le segnaletiche belliche che indicavano la prossimit
dei rifugi sotterranei nelle cantine dei palazzi (Unit di
Sicurezza, Rifugio). Sono rimasti perfettamente leggibili.
In molti si chiedono che cosa significhino quei segni, soprattutto
in zone trafficatissime come Porta Ludovica, o via
Curtatone, oppure la breve via privata, in pieno centro, che
collega corso di Porta Vittoria con via Cesare Battisti, in
corrispondenza con l'attuale sede del Consolato turco. C'
piuttosto da chiedersi come mai su quei muri non vi sia
traccia alcuna di moderne tag. A parte alcuni sporadici trasgressori
di quello che sembra essere una specie di codice
unificato dei writer, che impedisce tacitamente la copertura
dei segni a vernice della seconda guerra mondiale, i soli
graffiti ante litteram che sopravvivono su certi muri sono
quelli dei rifugi antiaerei.
In alcuni casi le frecce e le sigle sono state anche restaurate
ad arte, in altri eliminate per improrogabili necessit
di restauro strutturale degli edifici. Se ne trovano ancora
molte tra via Archimede, via Piolti De' Bianchi e corso Indipendenza.
In pochissimi casi si trovano anche altri simboli,
oltre a quelli detti. Si tratta di dischi neri con al centro
la lettera I, e in un solo caso il disco  bianco con la lettera
in nero. Tale segno indicava la presenza di idranti, naturalmente
nel caso di improvvisi incendi causati dalle bombe.
Non si capisce il motivo della variazione cromatica in negativo,
dal momento che le disposizioni grafiche del Comitato
per la sicurezza antiaerea e dei Vigili del fuoco imponevano
lo sfondo del cerchio nero e la I bianca. Un altro
piccolo mistero nella storia delle frecce sui muri.

I LAMPIONI BUCATI
CHE PARLANO DI GUERRA.

Venne il momento, nella storia amministrativa recente della
citt di Milano, che il Comune si mise a fare la conta dei
pali inutili. Al termine di un computo estenuante durato circa
sei mesi dell'anno 2004, scientificamente affidato al Politecnico
di Firenze (chiss perch) e costato 38 mila euro, il risultato
dava 173 mila. Tanti erano i pali di Milano, secondo
infallibili calcoli, contando la differenza tra quelli installati
e rimossi nel corso degli anni dal Comune per la segnaletica
stradale, circa 60 mila, dalla aem (oggi a2a), che ne ha posti
74.600, dall'ATM (9 mila) e dall'AMSA (29.200).
Il vicesindaco e assessore all'arredo urbano di allora,
Riccardo De Corato, presentando la conclusione del censimento
universitario sui pali, annunci una storica decisione:
il Comune avrebbe proceduto senza por tempo in mezzo
alla depalificazione (sic) della citt. Previa, naturalmente,
ulteriore mappatura pi dettagliata, bonifica campione
in alcune zone della citt e finalizzazione dell'intervento
entro il 2006, a partire dalle periferie, con l'asportazione
di 30 mila pali inutili.
Detto per inciso, pur senza l'onere dell'ingaggio di
superconsulenti universitari, non  difficile constatare che i
pali sono ancora tutti al loro posto.
E anche gli storici panettoni dissuasori del parcheggio
selvaggio, proliferati a partire dagli anni Ottanta come bubboni
cementizi ai bordi delle strade cittadine. Anch'essi oggetto
della bonifica comunale annunciata.
Meno male, in un certo senso, perch fra quei pali ci sono
anche pezzi di storia contemporanea che pur in assenza di
precise disposizioni, e di sostanziale mancanza di pubblicit,
 bene che non siano mai rimossi.
I lampioni bucati di Milano sono una sopravvivenza della
cronaca passata, che ormai si sono fatti storia. Come le cicatrici
di ferite remote, non fanno pi male, non si notano
nemmeno pi. Fanno parte della vita di un organismo complesso
e vivo come la citt di Milano.
Ce ne sono in piazza della Repubblica, tra gli intrecci di
rotaie di una delle aree pi trafficate dai mezzi pubblici, e
l'imbocco di via Turati. Se ne trovano di fronte al Padiglione
d'Arte contemporanea di via Palestro. Sono vecchi
pali della luce squarciati e con profonde ulcere di ghisa
contorta.
I lampioni bucati sono in queste condizioni dalla seconda
guerra mondiale, da quel tremendo agosto del 1943, quando
Milano fu squassata da bombardamenti aerei frequenti
e intensi. Le schegge si conficcarono anche nei lampioni, e
quelli che rimasero in piedi restarono offesi per sempre.
Ma funzionanti.
Milano conserva ancora resti e rovine della guerra, sono
inserti anacronistici di edifici crollati e mai sistemati, in
pieno centro. Ma sono rovine riconoscibili, sventramenti
tipici di esplosioni. I lampioni bucati sono sopravvivenze
misteriose, se non se ne conosce l'origine. Di misterioso
c', oggi, nella citt che celebra la luce e l'avvento dei led,
l'ostinata presenza di residuati bellici dall'aspetto sinistro.
Che sembrano fissati per sempre sotto gli occhi di tutti.
Per quelli che vedono questi brandelli di storia inspiegabilmente
sfuggiti ai censimenti dei pali inutili.

GLI STRANI OBELISCHI
NELLE ANTICHE FABBRICHE.

Operai e addetti della Magneti Marelli e della Innocenti
erano fra le maestranze pi protette, a Milano, sotto
i bombardamenti della seconda guerra mondiale. Anche
quelli sono solo ricordi, ormai conservati da pochissimi
viventi, ma per i contemporanei i sylos a cuspide
di via Pitteri e di via Adriano, zone archeologico-industriali
al giorno d'oggi, sono davvero monumenti misteriosi.
Ogni fine settimana il traffico si intensifica lungo
quelle arterie urbane, che un tempo erano affollate di tute
blu in marcia composta e rassegnata verso le officine.
Oggi le transumanze motorizzate si dirigono ai centri
commerciali che hanno occupato gli spazi liberi del benessere,
con sacrari del consumo di massa. In migliaia
costeggiano gli impianti delle fabbriche dismesse, osservano
con distratta curiosit quelle strane forme allineate
come bizzarre piramidi di cemento armato, all'interno
dei recinti che una volta erano zoo di tubi e lamiere,
e componenti tecnologici di strumenti radiofonici
pionieristici.
A obelischi, pi che a piramidi, potrebbero essere assimilati
i sylos a cuspide della Innocenti e della Marelli.
Non erano templi, n mausolei, erano rifugi antiaerei di
concezione originale e misteriosa. A Milano sono ancora
visibili, sempre se in possesso di imprescindibili autorizzazioni,
i rifugi sotterranei contro le bombe che
piovevano dal cielo. I pi attrezzati e capienti erano
quelli della cosiddetta ghirlanda sotterranea del castello,
recentemente restaurata, quelli della stazione Centrale,
che collegavano sotto la superficie terrestre lo scalo ferroviario
con il lussuoso hotel Gallia, e quelli in corrispondenza
di tutti quegli edifici del centro che ancora
esibiscono sui portoni le insegne a vernice bianca e nera
che indicavano l'esistenza di rifugi e di uscite di sicurezza.
Le imponenti torri a cono di via Adriano e di via Pitteri
sono oggi fantasmi architettonici nel paesaggio urbano di
periferia, e sono l'unica testimonianza di ricovero antiaereo
che svetta verso il cielo, anzich nascondersi nelle profondit
della terra, con i loro trenta metri di altezza. Non si
sa chi ne fu l'inventore, n se vi siano altri esempi di architetture
simili in altre zone industriali, destinate al ricovero
di emergenza di un grande numero di persone. Probabilmente
sono stati realizzati ricalcando lo schema ingegneristico
dei bunker militari.
La particolare struttura a cono sommitale serviva infatti
a lasciare che le bombe scivolassero lungo le pareti nel tentativo
di vanificare cos l'impatto esplosivo degli ordigni.
Per ipotesi, si potrebbe affermare che i sylos antibombe
siano stati progettati e realizzati in una zona non densamente
abitata e dunque sprovvista di luoghi idonei da adibire
a rifgi sotterranei. Meglio quindi adottare una soluzione
di sfida aperta, per cos dire, alla minaccia che incombeva
dal cielo, neutralizzandola nel suo stesso elemento:
l'aria.
E in molti si sono salvati, protetti all'interno dei coni, immobili,
su sedili elicoidali costruite all'interno delle pareti
dei sylos.

I SOLCHI DELLA FATICA
SUGLI ARGINI DEI NAVIGLI.

Il naviglio, a suo modo, pur non avendo la portata suggestiva
dei grandi fiumi continentali, trasporta lentamente, da
secoli, piccoli miti e leggende. E anche qualche inosservato
mistero. Come i solchi incisi sugli argini che pare fossero
stati modellati da precisi scalpellini subacquei.
Camminando sulla sponda dell'Alzaia Grande, quella da
cui provengono le acque dal lago Maggiore per riversarsi placidamente
nel pieno centro cittadino, nella Darsena di Porta
Ticinese, e poi si scaricano virando in quel catino attraverso
il Naviglio Pavese nel fiume Ticino, l si notano durante i periodi
di asciutta i misteriosi solchi. Asciutta si definisce
il periodo di secca dei canali che oggi comprende tutto il periodo
autunnale e invernale. Suda, detto in milanese.
Le rigature, profonde e perfette, sono pi visibili lungo
l'argine quando incontra via Valenza, alla confluenza con
la stazione di Porta Genova. Sono incisioni che rigano il
parapetto in pietra e alcuni pali in ferro. Sembrano scheggiate
da artigli terribili e poi levigate dal tempo.
 da supporre che siano invece i resti della fatica del trasporto
di merci che si muovevano con il solo impiego della
forza umana e animale. Spesso i barconi che navigavano
sul Naviglio caricavano ogni genere di merci: carichi molto
pesanti per un viaggio che per i tempi era molto lungo.
Giorni e notti di navigazione a remi e pali, con tempi di
percorrenza che non superavano le due miglia all'ora. E in
alcuni tratti, come forse quelli pi prossimi agli approdi, si
procedeva con l'ausilio di funi e catene lanciate sulle rive
e assicurate ai muli.
Si possono immaginare le schiene di uomini e bestie solcate
dalle funi con quegli stessi segni che sono rimasti sulle
pareti degli argini artificiali: una lunga e lenta processione
di merci e materiali trainati per costruire la cattedrale, per approvvigionare
taverne, case e botteghe, per traghettare passeggeri
tra le conche. Un'erosione degli argini che va dal
Medioevo fino alla fine dell'Ottocento. E anche oltre, con
regimi di navigazione molto pi ridotti, ma durati fino agli
anni Settanta del secolo scorso, quando l'ultima chiatta di
sabbia e ghiaia fece scalo per l'ultima volta alla Darsena. Tra
quegli argini, all'interno di quel lungo bacino che  largo
nemmeno una decina di metri, sono passate migliaia di tonnellate
di marmo di Candoglia, dalle cave della val d'Ossola
dove si estraeva la pietra servita per costruire il Duomo.
Quei solchi, insomma, che sembrano fossili di lunghi serpenti
di fiume, o artigliate di mostri acquatici, o piccoli calanchi
immersi durante le stagioni della piena, sono solo
l'anima di un mistero che ha lasciato la sua traccia come il
segno di una prolungata e incessante fatica. Il sudore e il
sangue non lasciano tracce, a lungo andare, se non forse
per gli esperti contemporanei delle indagini scientifiche.
Ma passando una mano sulle ferite di quelle pietre e di quei
ferri, pare di avvertire il calore di un attrito che non si  ancora
smorzato.

LA CASA A MET E ALTRE
STRANEZZE IN VIA PORLEZZA.

Le macerie dell'ultima guerra mondiale, anche a Milano,
sono ancora in molte parti rimaste a cielo aperto. Con l'irregolare
e angosciosa morfologia dei resti da devastazione.
Muri sbrecciati, ante cadenti, ballatoi sventrati e porzioni
fatiscenti di muri, dall'aspetto di quinte deflagrate come biscotti
spezzati.
Non ci si aspetta di incontrare nel bel mezzo della city
pi esclusiva, una rovina che sembra una sezione completa
di condominio in attesa di essere ultimata, come una costruzione
a mattoncini per bambini.
La casa di via Porlezza, nascosta in un camminamento
poco battuto che collega piazza Cadorna al Cordusio,
non incuriosisce per l'aspetto macilento e spettrale, tipico
delle costruzioni bombardate, ma per l'insolita aria di
una casa che sembra tagliata a met per il verso orizzontale.
L'alzato dei muri  perfettamente omogeneo fino a qualche
metro da terra, il vano interno  vuoto. O meglio, all'interno
 stato ricavato un parcheggio privato con tanto
di segnaletiche e posti numerati. L'accesso al ricovero per
automezzi  garantito da una cancellata su uno dei lati della
casa dimezzata. Solo la facciata, che potrebbe avere
avuto in origine il portone di ingresso,  rialzata rispetto
al resto del perimetro, ma il portale  murato.
Lungo i fianchi dell'edificio si distribuiscono regolarmente
le prese d'aria e di luce per i locali delle cantine, i
fregi delle facciate, i vani per le finestre del primo piano.
Anch'essi sezionati a met. Con tanto di balaustre protettive
interrotte. Un angolo dell'edificio, ad altezza regolamentare,
reca la lapide toponomastica: via Porlezza. E c'
anche il numero civico.
La casa  stata bombardata e sventrata o  stata interrotta
all'inizio dell'edificazione? Naturalmente  molto pi probabile
la prima ipotesi, anche se  davvero inspiegabile la
precisione architettonica del danno bellico. Se di questo si
tratta.
Si potrebbe trattare anche di un tentativo, seppure interrotto,
di ricostruzione post bellica. Resta il fatto che la casa
dimezzata  rimasta cos. E nessuno  pi intervenuto.
Nello stesso scorcio angusto di citt, in via Giulini,
molto difficile da attraversare in auto, si incontrano almeno
un altro paio di stranezze urbane. La prima  la
parrocchia dei Santi Sergio, Serafino e Vincenzo: in assoluto
la chiesa pi corta di Milano, praticamente una
facciata profonda tre o quattro metri addossata al fronte
posteriore di un edificio moderno. La chiesa fu affittata
da padre Dimitri a met anni Novanta e l si radunano per
il culto ortodosso i credenti dell'Est, ogni domenica mattina.
Irrecuperabili le origini (recenti) del piccolo anfiteatro
in pietra che si trova sempre nei paraggi. Il luogo, tra sacro,
profano e profanato,  silenzioso e quieto. Qualche
anno fa rischi per un momento la scoperta mediatica e
la dissacrazione poich divenne il luogo di raduno del
cosiddetto Partito dei trentenni, un meritorio quanto
effimero movimento politico-generazionale cittadino
che fu inghiottito dalle spire di ben pi forti riflussi di
potere.

IL CAMPANILE ORFANO
DI UNA CHIESA ERETICA.

Un campanile romanico si  perso in citt. Ma almeno
quello, orfano della sua chiesa, per caso o per intenzione,
lo si pu trovare ancora. Ci si imbatte nella sua surreale
presenza, solo come un lascito di visite extraterrestri quasi
millenarie, camminando per via Giannone, zona Sempione,
antica area di orti sacri.
Quello che manca, che si  davvero perso,  tutto il contorno
del misterioso campanile. Ovvero la chiesa della
Santissima Trinit, citata dal proto poeta meneghino Bonvesin
de la Riva, che fu prevosto della santissima Trinit,
in un documento del 1288.
L'edificio sacro, dopo settecento anni di vita quieta e appartata,
fu inopinatamente demolito nel 1968. E le ragioni
di questo gesto irragionevole non sono mai state rese note.
Ma non  difficile comprendere che al posto della chiesa
sconsacrata si sarebbe sviluppata una speculazione edilizia.
Ancora meno comprensibile  il motivo per cui i demolitori
abbiano lasciato in piedi il campanile, che ancora
troneggia nella via come un arto amputato della storia.
Quello che si sa  che fu salvato da un imprenditore milanese,
Guido Bordiga, uno dei fondatori del FAI (Fondo per
l'ambiente italiano), che acquist la torre campanaria rimasta
miracolosamente intatta durante i lavori di demolizione
della struttura. La torre  diventata il logo del gruppo imprenditoriale
Bordiga; il salvatore ne vorrebbe valorizzare
la presenza con luci e cartelli, ma quel che resta del monumento
 letteralmente nascosto dalla mole delle costruzioni
moderne. Difficile restituire al godimento dei visitatori
questo reperto tenuto in piedi per miracolo. Allo studio vi
sarebbe un progetto di recupero che dovr passare al vaglio
della Sovrintendenza. Nel frattempo il campanile resta ancora
in piedi grazie alla protezione del suo benefattore, che
vorrebbe anche liberarlo dai cassonetti dell'immondizia
che il condominio ha proditoriamente collocato proprio
sotto il campanile.
 in corso anche una ricostruzione storica dell'edificio e
delle sue funzioni, sempre a cura della famiglia Bordiga,
che ha adottato la torre da dove suonarono le prime campane
della sera all'Ave Maria.
A fondare la chiesa con la canonica fu, all'inizio del dodicesimo
secolo il prete decumano Liprando. Patarino, ovvero
eretico, fu sempre Liprando a sfidare la Chiesa ufficiale
nel 1103 con una temeraria prova del fuoco.
La chiesa della Trinit nell'attuale via Giannone era destinata
alla vita comunitaria dei preti, ma da quando Fr
Liprando si oppose alla partecipazione di Milano alle crociate,
chiesa e canonica gli furono sottratte dal vescovo
Anselmo. Decisione poi ratificata dal papa Urbano, che
pose sotto la protezione della Santa Sede la Santissima
Trinit.
Successivamente il papato assegn la chiesa di Liprando
ai benedettini, come grangia (la zona dei monasteri dove
si producevano manufatti, trasformazioni agricole) anche
se il periodo della donazione  ignoto.
Lacerti di storia, irreparabilmente demoliti dopo secoli.
Della Santissima Trinit, che sorgeva in localit Pons Guinizeli, presso la roggia di San Rocco, resta solo la torre
campanaria.

SAPORE DI ZOLFO NELLE
FALDE SEGRETE DI MILANO.

Milano nasce sull'acqua. Sull'acqua mista alla terra. Sopra
un tappeto di materia solida e irrigua. Morfologicamente
una palude. Ma l'acqua di Milano  fra le migliori e pi
potabili d'Italia. Lo hanno confermato numerose analisi e
per qualche tempo, anni fa, il Comune aveva vagheggiato
l'idea di farne un marchio di qualit.
Un'idea accarezzata dalla giunta comunale durante lo
scorso decennio, poi abbandonata e ripresentata con vigore
sotto forma di protesta civica dall'opposizione in consiglio
comunale (che oggi  maggioranza), quando i consiglieri
del centrosinistra entrarono in aula a palazzo Marino con
bicchieri colmi d'acqua di rubinetto per invitare l'assemblea
a varare provvedimenti di adozione dell'acqua di falda
per il consumo potabile. E in questo modo rinunciare alle
bottiglie confezionate in vetro e plastica (era il caldissimo
luglio del 2007). In effetti, le analisi organolettiche dell'acqua
di Milano la danno ai primi posti nazionali per qualit
e potabilit. Un acquedotto da fare invidia alle sorgenti delle
Alpi, in accordo con le origini acquatiche della citt di
Belisama, dea celtica delle fonti e della fecondit.
Ma fra i promotori dell'acqua di falda meneghina DOC si
contano anche coloro che si servono regolarmente per il loro
consumo idrico alle fonti dell'acqua marcia. C' anche
a Milano. Acqua solforosa, dal sapore tipicamente termale,
ritenuta salutare e anche miracolosa.
I consumatori dell'acqua marcia milanese sono sempre
meno, ma sono affezionati al prodotto.
Le fonti sono tre: la pi famosa  quella del parco Sempione,
sul lato occidentale dell'Arena.  quella che fino a
qualche anno fa erogava il liquido dagli effluvi caratteristici
delle bocche dell'inferno con zampilli ininterrotti. Oggi
 quasi sempre inattiva durante le stagioni fredde, ma torna
a sgorgare quando si avvicina l'estate. Un un cartello avverte
per che l'acqua non  potabile. Non importa, i bevitori
di acqua sulfurea continuano le loro libagioni proibite.
I primi divieti arrivarono a ridosso dell'anno Duemila,
quando fu varato un ciclo tutt'ora ininterrotto di proibizioni
imposte sotto l'usbergo della sicurezza e della salute
pubblica.
Ma i milanesi pi impavidi, gente che del coraggio ha
fatto una virt razionale, si sono detti: se hanno messo i
cartelli per avvertire che non  potabile, ma non hanno
chiuso i rubinetti, vuol dire che tanto male non fa. E gi a
riempire bottiglioni con l'acqua dell'eterna giovinezza che
avevano imparato a conoscere tramite i loro nonni.
Le altre fontane dell'acqua marcia sono sullo spartitraffico
di viale Piceno, in corrispondenza del numero 17, e
nella suggestiva piazzetta Sant'Angelo. Quella di viale Piceno
 stata restaurata da poco ma il funzionamento non 
garantito a pieno. L'erogazione  a intermittenza, con intervalli
irregolari. La fontana di piazza Sant'Angelo si trova
proprio sul sagrato della chiesa omonima, in pieno centro
urbano. Nel 1926 la fonte fu abbellita da una scultura
in bronzo che raffigura san Francesco che predica agli uccelli,
di Giannino Castiglioni. Le bocche di uscita dell'acqua
sono state murate.
Il mistero che accomuna le tre fontane  che, pur essendo
state costruite in momenti diversi, sono tutte pressoch identiche,
e di forma ottagonale. L'acqua sa di zolfo, elemento
diabolico, e l'ottagono  una delle forme dell'occulto.

I NUMERI SEGRETI DI MARIA
TERESA SUI PORTONI.

Eleganti numerazioni in caratteri neoclassici, incastonate
sulle facciate e sui portoni di esclusivi palazzi del centro di
Milano. Cifre incise nel marmo, dipinte ad affresco, bordate
da fronzolute cornici. Che cosa sono? Perch alcuni edifici
storici milanesi, talvolta contrassegnati dalle segnaletiche
austere della Sovrintendenza che li hanno per sempre
consegnati alla dignit di capolavori intoccabili dell'arte
monumentale e architettonica, sono marchiati con numeri
all'apparenza sconnessi, indecifrabili?
Fu la severa ed efficiente Maria Teresa d'Austria, imperatrice
e dominatrice di Milano per buona parte del secolo
Diciottesimo, a volere imporre una disciplina catalogatrice
e razionale alla topografia cittadina.
Per questo le case dei milanesi furono tutte contate e fu
attribuito loro un numero progressivo catastale, impresso
fisicamente con libert di espressione grafica e licenza
d'uso delle migliori tecniche artigianali dell'epoca.
La numerazione seguiva un criterio spiraliforme, dal centro
verso la periferia, con andamento circolare progressivo.
Quei numeri si trovano ancora conservati su molti ingressi,
e rimandano a misteriose supposizioni circa la loro presenza.
Poich il principio sequenziale  stato interrotto e
danneggiato da migliaia di eventi successivi durante gli ultimi
tre secoli di storia di Milano: guerre, demolizioni,
superfetazioni architettoniche, restauri poco rispettosi.
I numeri austriaci si possono ancora ammirare in corso
Garibaldi, all'attuale civico 88;  particolarmente ricco di
reperti il quadrilatero di vie oggi chiamato della moda:
in via della Spiga, via Montenapoleone, via Sant'Andrea e
via Bagutta.
Se ne trovano in via Meravigli, procedendo verso la zona
Magenta, in via Durini e in corso Venezia. In corso di
Porta Vigentina la numerazione arriva al 5387, oggi  il civico
23.
Migliaia di targhe di fogge diverse, apparse come un catalogo
misterioso secoli fa e non ancora del tutto estinte.
Misteriosa  la ragione per cui l'infallibile governo austriaco
abbia scelto un sistema di identificazione degli edifici
cos complicato. Solo all'apparenza razionale, ma di
fatto indecifrabile, non solo oggi che la ratio di una tale
numerazione si  appannata per la sovrapposizione con le
moderne targhe civiche. Perfino all'epoca teresiana non
era certo facile raggiungere un certo indirizzo con precisione.
Era praticamente un gioco dell'oca su scala chilometrica.
Lo stesso sistema di numerazione austriaco fu adottato
anche a Parigi, e anche nella capitale francese, come a Milano,
si trovano ancora edifici contrassegnati con placche
numerate d'epoca. Come invece succede ancora a Venezia,
dove gli interni di calli e campielli hanno una numerazione
progressiva unitaria che comincia e finisce all'interno di
ciascun sestiere in cui  divisa la citt.
Per i postini veneziani, e per gli stessi abitanti, non  facile
raccapezzarsi nel dedalo dei numeri progressivi. Ma
questo rimane un mistero di Venezia, mentre a Milano
quello dei numeri sulle case si  limitato a un centinaio di
anni compresi tra i secoli Diciottesimo e Diciannovesimo.

ANTONIO BOGGIA, PRIMO
ASSASSINO SERIALE MILANESE.

Un vicolo strano, per essere a Milano. Pare piuttosto un
caruggio ligure, o un basso napoletano. Un camminamento
da angiporto, piuttosto che una via centrale di Milano. La
stretta Bagner, cos era chiamata l'attuale via Bagnera
(anche il toponimo non suona tanto meneghino, sembra di
sentire il nome di un luogo malfamato di qualche vicolo di
un porto mediterraneo), un angusto e tortuoso passaggio
che interrompe inaspettatamente il reticolo un tempo ortogonale
delle antiche strade romane.
Ancora oggi la stretta Bagnera irrompe all'attenzione del
passante che costeggia via Nerino, svoltando da via San
Maurilio e procedendo verso piazza del Carmine, come
uno spiffero ghiacciato che scuote e agita i sensi pi tranquilli.
 in una delle cantine della via pi stretta di Milano che
Antonio Boggia, il primo serial killer milanese che la cronaca
ricordi, custodiva i corpi delle sue vittime. Quattro
omicidi riconosciuti, nel corso della seconda met dell'Ottocento.
Quattro concittadini che il mostro della Bagnera
uccise dopo averne carpito la fiducia, e a quanto sembra
anche informazioni riservate circa i loro depositi bancari.
Il Boggia cominci tardi a uccidere, intorno ai cinquant'anni.
Una tara biologica programmata per detonare nella
piena maturit, avrebbe detto il Lombroso, che perit il suo
cranio dopo la morte. La sua arma era l'ascia, che, balenando,
scatenava il suo istinto omicida. E nel suo codice delittuoso
scattava sempre il binomio omicidio-denaro.
Nel 1849 rub 1.400 svanziche d'argento a un operaio,
Angelo Ribbone, dopo averlo ucciso a colpi di scure e avere
smembrato il suo cadavere, che nascose nello scantinato
della stretta Bagnera, dove viveva. L'anno dopo squart
Giuseppe Marchesotti, venditore di granaglie, e il bottegaioPietro Meazza, sempre per rubare loro del denaro. L'anno
successivo, nel 1851, tent l'omicidio di un suo conoscente,
Giovanni Comi, che riusc a mettersi in salvo sbucando
dalla stretta Bagnera, dove il Boggia irretiva le sue
vittime come un ragno famelico, e dove per caso passavano
un paio di gendarmi. Il Comi lo denunci e il Boggia si fece
tre mesi di manicomio criminale, poi torn libero e i raptus
si sopirono per una decina d'anni, fino all'11 maggio
1861, quando decapit a colpi d'ascia la sua vecchia amica
Ester Maria Perrocchio. Fu il figlio della donna a denunciare
la scomparsa della madre e la polizia risal facilmente
a Boggia, che infatti nascondeva nella casa della stretta
Bagnera il corpo privo di testa di Ester. Mentre la donna parlava
vidi la scure: mi colse l'estro e le vibrai un fortissimo
colpo in testa, confess il killer al processo. Una tentazione
fatale, quella per le asce.
Il Boggia fu condannato all'impiccagione. E l'esecuzione,
l'ultima nel suo genere a Milano in cui il condannato
era un civile, si tenne tra le porte Vigentina e Lodovica.
Ai misteri della psiche dell'assassino della stretta bagnera
indag Cesare Lombroso, che richiese e ottenne dai pubblici
poteri di giustizia il permesso di dissotterrarne il corpo
e analizzarlo alla luce dei suoi studi sulla fisiognomica.
Nell'ottobre del 2009 il mercato collezionistico denunci
un'inquietante scoperta: una cassa di buona fattura, contrassegnata
con le sigle dell'ospedale Maggiore, contenente
una spaventosa mannaia da macelleria e un cartiglio con
la scritta, calligrafica: Del Boggia Antonio.

UXORICIDIO IN PIAZZA SCALA,
FU VERA COLPA?

Gli appuntamenti galanti, magari anche clandestini, si
danno ancora l, sotto il portico delle carrozze del Teatro
alla Scala. C' qualcosa di intimamente protettivo nello
spazio ombroso di quel loggiato.  un luogo simbolo per
la privacy dei milanesi, in mancanza di rifugi pi appartati.
Quel pomeriggio del 29 agosto 1925 faceva caldo a Milano,
l'aria era pesante del lezzo dei cavalli da tiro dei
tranvai, dei sudori di crinoline madide e di panciotti di lino
increspati. I camerieri dei caff della Galleria piroettavano
coi loro vassoi, evitando le gambe dei tavoli e delle dame,
i venditori di ghiaccio e acqua si scalmanavano per le grida.
E le voci erano quelle del dialetto, non i guaiti dei cellulari.
I quotidiani tesi nelle stecche erano aperti sui titoli
sconvolgenti del Delitto in piazza Scala, dove si era consumata
la tragedia dell'infedelt coniugale.
Ma fu infedelt? Vi fu tradimento? I colpevoli pagarono
il loro conto? Gli attori di quella vicenda di sangue e amore,
quel giorno giocarono le parti di una tragifarsa pirandelliana.
Nessuno dei ruoli di quella scena ebbe una tenuta
logica. Quella tragedia della gelosia, insomma, non si comprese
del tutto.
Poich di uxoricidio si tratt: i protagonisti del dramma
consumato in pieno centro erano i coniugi De Fabritiis.
Virgilio, il marito, era un giovane ufficiale di artiglieria.
Ester, la moglie, una giovane e seducente figlia di una famiglia
piccolo imprenditoriale milanese.
Ester era bella, cos bella che il marito non poteva sopportare
l'idea che lei potesse tradirlo.
Come in una trama pirandelliana, Virgilio de Fabritiis
cercava le prove dell'infedelt della moglie in ogni piega
delle sue vesti, in ogni cassetto del suo settimanile, in ogni
antina dei suoi secretaire.
E finalmente, secondo lui, la trov. Ester aveva lasciato
incustodita (probabilmente per buona fede, non si seppe
mai) una lettera in cui un uomo le dava appuntamento a
Milano, sotto il porticato della Scala.
Virgilio freme di rabbia e gelosia, vede in un delirio di
immaginazione le scene pi turpi degli amplessi degli
amanti, carica senza barriere di coscienza la Browning
d'ordinanza e si prepara alla vendetta.
Il giorno fissato per l'appuntamento De Fabritiis sarebbe
dovuto andare a Torino, per esigenze di servizio, invece
finge di salutare Ester, per assentarsi come prescritto, e la
segue. Fino a piazza della Scala, dove effettivamente la
moglie incontra l'uomo della lettera. L'ufficiale si avvicina
impugnando l'arma. I tre si incontrano faccia a faccia al
centro del porticato, mentre altri passanti occupano l'ingresso
del teatro. De Fabritiis guarda in faccia la moglie,
che abbandona con naturalezza il braccio del suo accompagnatore
e gli si avvicina senza alcun imbarazzo. Sei tornato?,
chiede Ester a un passo da suo marito. Questi estrae
la pistola e scarica cinque colpi sulla donna. Un proiettile
si va a conficcare sullo stipite del portone principale del
teatro, gli altri squarciano le membra della sventurata al
petto, all'addome, al braccio.
Il misterioso accompagnatore fugge e di lui non rester
alcuna traccia. De Fabritiis  aggredito da un certo numero
di presenti che lo vorrebbero linciare, ma viene salvato da
un maresciallo dei carabinieri.
L'uxoricida non scont alcuna pena, grazie alla convincente
difesa del suo avvocato. Anche se non si seppe mai,
fino in fondo, se Ester avesse davvero un amante.

RINA FORT, LA BELVA DI SAN GREGORIO.

L'anno 1946 fu il pi efferato del secolo, in Italia, per la
cronaca nera. Gli annali delle forze dell'ordine e dei quotidiani
archiviarono il primo anno di pace dopo la seconda
guerra mondiale come il pi sanguinoso per i delitti. Milano,
in particolare, fu teatro della scena del pi cruento
finale dell'anno criminale. Ci che successe la sera di sabato
30 novembre 1946 in via San Gregorio ha pochi precedenti
e pochissime emulazioni successive. Un'intera famiglia
fu sterminata senza piet: una madre e i suoi tre figli,
di cui il pi piccolo di soli dieci mesi, furono massacrati
nella loro casa da qualcuno a cui avevano aperto la
porta senza timori. L'autore, o meglio l'autrice della strage
fu nota fin da subito, e divenne subito una leggenda nera:
si chiamava Rina Fort, ribattezzata dai cronisti dell'epoca
la belva di San Gregorio con la sciarpa color canarino.
Sulla scena del crimine furono trovati i corpi riversi della
madre e del primogenito, i vicini all'ingresso; la bambina
giaceva sul pavimento della cucina e il neonato era accasciato
sul seggiolone. Cassetti aperti, effrazioni, mancavano
due assegni e la fotografia della famiglia era stata stracciata.
Madre e figli erano stati aggrediti a colpi violentissimi
di spranga con spigoli taglienti, poi soffocati con pannolini
imbevuti di un liquido per la pulizia domestica. Sul
tavolo, tre bicchierini di liquore consumati. Tre, non due,
come avrebbero dovuto essere, se non ci fosse stata anche
una terza persona nella casa.
Ma chi era il complice della Fort? Chi c'era insieme a lei
nella casa di via San Gregorio? Come avrebbe potuto una
donna sola scatenare la forza bestiale di quei colpi?
Il movente passionale fu subito chiaro agli inquirenti: la
Fort uccise per gelosia l'intera famiglia del suo amante,
Giuseppe Ricciardi, commerciante siciliano di stoffe con
cui da oltre un anno e mezzo l'assassina intratteneva una
relazione. I due si erano conosciuti quando lui le aveva offerto
un impiego come addetta alle vendite, nella bottega a
pochi passi dall'abitazione di Ricciardi. Da alcuni mesi era
stata allontanata dagli affari e dalle relazioni di famiglia,
proprio a causa di quella relazione adulterina, scoperta dalla
moglie del commerciante.
Il titolare, e padre di famiglia, non era a Milano la sera
della strage. La principale imputata, che negli anni a venire,
fino alla conclusione dei processi e alla sentenza, divenne
l'unica colpevole, fu fermata la domenica del primo dicembre
1946, mentre scherzava con alcuni clienti al banco
della pasticceria dove aveva trovato un nuovo impiego.
Dopo diciassette ore di interrogatorio negli uffici della
Mobile di Milano, guidata allora dal commissario Nardone,
rese piena confessione di responsabilit totale sui fatti.
E fu carcerata. Ma da subito si corresse: Ho ucciso la
Pappalardo, questo il cognome della vittima, ma non i
bambini.
Al processo di primo grado, nel gennaio 1950, Rina Fort
ribad la sua versione, e fece il nome di Michele Zappulla,
presentatole dall'amante pochi giorni prima del delitto.
Zappulla era il mio complice e Ricciardi  il mandante,
sostenne la Fort. Ma i giudici assolsero i due e condannarono
all'ergastolo la Fort.
L'assassina di via San Gregorio fu graziata dal presidente
della Repubblica nel 1975 e trascorse i suoi ultimi anni di
vita a Firenze, presso una famiglia che l'aveva adottata. Fu
intervistata pochi mesi prima di morire, nel 1988, per infarto.
I bambini no, disse, non sono stata io.

PIAZZA FONTANA,
BUIO ABBAGLIANTE DA OLTRE 40 ANNI.

Non c' strage, nella storia nazionale dell'ultima met
del secolo scorso, che sia pi ricordata, celebrata e indagata.
Sullo scoppio di una bomba nel caveau della Banca nazionale
dell'Agricoltura, in piazza Fontana a Milano, il 12
dicembre 1969, alle 16 e 37 minuti, che provoc la morte
di 17 persone e 88 feriti, si  innescata una serie ancora non
interrotta di indagini, ricerche, supposizioni, libri, documentari
e film.
Piazza Fontana  diventata un palcoscenico del mistero
inondato di luce permanente, una sorta di emblema dello
stragismo impunito italiano surriscaldato da riflettori perennemente
puntati sull'enigma. E mai risolto.
Il 3 maggio 2005 la corte di Cassazione riunita nell'aula
bunker di piazza Filangeri a Milano scagiona definitivamente
gli imputati di area neofascista estremista su cui per
decenni si sono concentrate le ipotesi di accusa.
Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi e Giancarlo Rognoni sono
ritenuti non colpevoli, mentre per Franco Freda e Giovanni
Ventura, gi scagionati da precedenti processi, i giudici
della Cassazione emettono una sorta di condanna morale,
precisando che i due sarebbero stati condannati alla
luce delle nuove prove acquisite negli anni successivi alla
loro assoluzione. Il risultato  che nemmeno loro, comunque,
sono colpevoli.
Negli anni immediatamente successivi alla strage l'attenzione
degli inquirenti si concentr senza esitazione sulla
cosiddetta pista anarchica. Furono sottoposti a processo
Pietro Valpreda, del circolo anarchico 22 Marzo, e Giuseppe
Pinelli (circolo Ponte della Ghisolfa) che al processo
non arriv nemmeno poich mor precipitando dal quarto
piano della Questura di Milano, dopo tre giorni di interrogatorio.
Poi, per decenni, fino ai giorni nostri, fiumi di inchiostro,
pagine sterminate di letteratura, fiction, verbali di inchiesta,
spettacoli televisivi, radiofonici, teatrali. L'ultimo spettacolo:
un film che la strage la chiama romanzo, che 
ispirato a un libro di oltre 600 pagine che teorizza l'idea di
una doppia bomba, del resto mai trovata. E non si tratta
della seconda bomba, effettivamente rinvenuta per una segnalazione
in piazza della Scala nella sede della Banca
commerciale italiana, e fatta subito brillare mandando cos
in fumo ogni indizio sulla composizione dell'ordigno e le
possibili relazioni con i responsabili dello scoppio a piazza
Fontana. Quello stesso giorno, inoltre, una terza bomba
esplode a Roma cinque minuti prima delle 17,00, nel passaggio
sotterraneo che collega l'entrata della Banca Nazionale
del Lavoro con quella di via di San Basilio. Tredici
persone ferite. Altre due bombe esplodono nella Capitale
tra le 17,20 e le 17,30, una davanti all'Altare della Patria e
l'altra all'ingresso del Museo centrale del Risorgimento, a
piazza Venezia. Altri quattro feriti.
Sono cinque, in definitiva, gli attentati terroristici del 12
dicembre 1969, concentrati in poco pi di mezzora, tra Milano
e Roma. Sulla strage, con il suo corollario di stragi
minori, dopo le prime piste confuse e contraddittorie, le
indagini si sono concentrate attorno alla presunta responsabilit
di formazioni di estrema destra nella diffusione di
una strategia di tensione che avrebbe dovuto favorire un
inasprimento della repressione e dell'autoritarismo in Italia.
Una strategia ancora piuttosto indecifrabile negli
scopi e negli obbiettivi.
Sulle indagini, sui processi, sulle supposizioni si  abbattuta
una valanga travolgente di attenzione dei media, della
gente di cultura e dei giudici. Sulla strage pi illuminata e
meno compresa della storia.

IL MISTERO DELL'ANARCHICO
VOLANTE IN QUESTURA.

Tra le aiuole dei giardini di piazza Fontana ci sono due
targhe commemorative. Non ricordano due diversi defunti,
gli epitaffi sono per la stessa persona: Giuseppe Pinelli,
anarchico, morto nella notte tra il 15 e il 16 dicembre
1969, quattro giorni dopo la strage nella Banca nazionale
dell'Agricoltura, a piazza Fontana.
Memorie su marmo per lo stesso estinto, ma con formule
diverse. Due distinte versioni per commemorare una morte
misteriosa. Con due date diverse per giunta, poich in
effetti non  certa nemmeno la data della morte di Pinelli,
spirato intorno alla mezzanotte tra il 15 e il 16 dicembre.
La targa del Comune riporta il 16, mentre quella degli
anarchici si ferma al 15.
Per la legge fu suicidio, per i compagni di fede anarchica
e per larga parte dell'opinione pubblica, del mondo intellettuale,
dell'arte e dell'informazione fu omicidio.
La lapide ufficiale, targata Comune di Milano, lo ricorda
come innocente morto tragicamente. Fu il sindaco
Gabriele Albertini che fece sostituire la lapide preesistente,
fino a quel momento l'unica, posta dal Circolo
Ponte della Ghisolfa qualche anno dopo la morte di Pinelli.
Il cambio avvenne una notte del marzo 2006, e tempestivamente,
stesso mese stesso anno, gli anarchici ricollocarono
la loro lapide, con la scritta: ucciso innocente.
I fatti noti: nelle ore successive alla strage di Piazza Fontana
furono fermati oltre un'ottantina di sospetti, poi rilasciati
una volta constatati gli alibi. Fra questi c'era anche
l'anarchico Pinelli, animatore del Circolo Ponte della Ghisolfa
e promotore della cultura beat, di importazione americana.
Il suo alibi non fu ritenuto credibile, anche se negli anni
successivi un ricorso della moglie port all'ammissione
della sua veridicit.
Pinelli fu trattenuto, oltre i termini legali di due giorni,
nei locali al quarto piano della Questura di Milano. Alla fine
del terzo giorno, intorno a mezzanotte, l'anarchico cadde
dalla finestra e si schiant al suolo. Spir dopo due ore
in ospedale.
L'indagine era curata dal commissario Luigi Calabresi,
assassinato tre anni dopo, accompagnato durante gli ultimi
anni di vita da una esplicita campagna stampa, in particolare
condotta dal quotidiano Lotta Continua, che lo giudicava
colpevole della morte di Pinelli.
Il giudice Gerardo D'Ambrosio ritenne al termine dell'inchiesta
che fosse tranquillamente da escludere la presenza
di Calabresi nella stanza, dalla cui finestra precipit
l'anarchico. Il responsabile dell'ufficio politico della Questura,
il commissario Antonino Allegra, che interrogava
l'anarchico insieme ad altri tre funzionari dell'ufficio, afferm
in una prima testimonianza che Calabresi era presente
nella stanza dalla quale precipit Pinelli, in un secondo
momento ritratt ed escluse che il commissario fosse
presente. Quanto alla fine dell'anarchico, Allegra testimoni
che Pinelli fu all'improvviso colto da una sorta di raptus
che lo spinse in un balzo felino verso la finestra aperta
(vale la pena di notare che siamo a pochi giorni dal Natale)
e cadendo avrebbe anche gridato:  la fine dell'anarchia!.
La causa della caduta fu ravvisata in un malore attivo.
Misteriosa definizione clinica.

DELITTO DELLA CATTOLICA,
33 COLTELLATE SENZA NOME.

Simonetta Ferrer  una giovane milanese dall'aspetto
normale, bella ma non attraente, n seducente. La sua
storia personale  un fascicolo di dati in cui nulla sfugge
al controllo della normalit: borghese, laureata, impiegata
alla Montedison, di famiglia decorosa, osservante
religiosa e volontaria nelle Dame di San Vincenzo.
Nemmeno un'ombra sulla sua giovane vita, fino al
giorno della sua morte, il 24 luglio 1971, nei bagni
dell'Universit Cattolica, squassata da trentatr coltellate,
di cui sette mortali inferte in profondit negli organi
vitali.
La reazione della famiglia alla morte di Simonetta, che
aveva due sorelle che erano figlie modello come lei, fu disperata
e sgomenta: il padre fu colpito da due infarti e la
madre da collasso.
Il corpo straziato di Simonetta fu trovato giorni dopo il
delitto da un giovane seminarista che frequentava la Cattolica.
Milano era avvolta nella canicola prevacanziera
della metropoli che si preparava all'esodo estivo. I corsi
all'universit erano terminati e i locali chiusi alle frequentazioni
del personale e degli studenti. Il delitto fu attutito
dal rumore assordante di un martello pneumatico che perforava
il selciato della Cattolica per dei lavori di rifacimento
degli impianti. Il ritrovamento fu casuale, giorni
dopo, grazie al richiamo dello scroscio dell'acqua ininterrotto
che proveniva dal bagno delle donne, dove Simonetta
fu accoltellata con una violenza belluina. Fu cos che il
giovane seminarista trov il cadavere e avvert le forze
dell'ordine.
La ragazza si era laureata alla Cattolica, un paio d'anni
prima, e da allora, secondo le ricostruzioni, non aveva pi
frequentato l'ambiente universitario. Non si  mai chiarito
perch quel giorno di luglio si trovasse l. In un primo tempo
sembrava che vi si fosse recata per fare un favore a
un'amica (non meglio definito), ma le indagini finirono
con l'escludere tale evenienza.
Non mancava nulla dalla borsa di Simonetta, n le furono
sottratti effetti personali che indossava. Nessuna violenza
sessuale. Nessun indiziato, nessun imputato, nessun colpevole.
Dopo oltre quarant'anni. L'unica pista, molto vaga e
imprendibile,  la testimonianza di una commessa di una
profumeria di corso Vercelli, dove Simonetta si era fermata
prima di recarsi in universit, che afferm di avere notato
una Cinquecento bianca posteggiata fuori dal negozio, ma
la testimone non seppe confermare se la ragazza sal su
quell'auto, o se quell'auto la segu. E comunque, in quegli
anni, la circolazione di Cinquecento bianche era pi diffusa
che una colonia di formiche attorno a una zuccheriera. Impossibile
da trovare.
Un padre spirituale veneto, allontanato dalla Cattolica
negli anni del delitto perch molestava le ragazze, fu chiamato
in causa negli anni Novanta da una lettera inviata da
una donna al prefetto di Milano, Achille Serra, che riapre
le indagini, ma senza esito.
Della morte di Simonetta, la famiglia non ha mai saputo
nulla. E nemmeno dei segreti della sua vita. Ammesso che
ne avesse e la sua morte non sia solo, invece, un tragico
mistero.

SERIAL KILLER DELLE SQUILLO,
LA SETTIMA VITTIMA.

L'ultima, almeno fino alla met circa dell'anno 2012,
era una prostituta cinese che operava in viale Jenner, in
un appartamento in subaffitto, dove accoglieva i suoi
clienti. La donna, alta, bruna, di bell'aspetto, educata, cos
come l'hanno descritta i vicini di casa,  stata trovata
dal connazionale che le aveva concesso l'uso dell'abitazione.
Morta per strangolamento, seminuda. Il 4 gennaio
2012.
La vittima aveva circa quarantanni e un giro piuttosto
ampio, ma gli inquirenti sospettano che l'omicida sia un
cliente occasionale, che l'abbia conosciuta per strada,
sotto la casa degli incontri.
Il soffocamento  avvenuto per mezzo di un laccio morbido,
oppure a mani nude. Nello stesso modo in cui si 
consumato un delitto molto simile, qualche mese prima,
in un appartamento di via Raffaello Sanzio.
Nel novembre 2011, una prostituta italiana, Maria Burgato,
di cinquantacinque anni,  stata strangolata da un
cliente occasionale che aveva incontrato sotto casa. Vittima
e carnefice sono saliti nell'appartamento della squillo,
hanno consumato la prestazione e poi  scattato il raptus
omicida: con un laccio morbido. Oppure a mani nude.
A volere scorrere la cronaca nera degli ultimi anni sono
anche di pi le ragazze di vita, di varie nazionalit ed et,
uccise per mano di uno sconosciuto assassino che si presenta
loro come cliente e poi le ammazza. Sempre strangolandole.
Sono sette, al momento, le prostitute strangolate in citt.
Tutte allineate secondo uno schema criminale ricorrente.
A Milano, insomma, anche se non se ne parla in
modo sistematico e ossessivo, secondo l'uso dei media,
circola un serial killer di prostitute.
Secondo le catalogazioni della psicologia criminale il
maniaco apparterrebbe al genere dei moralisti, quegli
assassini seriali che hanno come obbiettivo una categoria
specifica di vittime, ovvero persone che il killer identifica
come degenerate dal punto di vista morale, e che andrebbero
eliminate per purificare, o ripulire il mondo.
Capostipite del genere, almeno per la suggestione che
produsse,  stato Jack lo squartatore, l'assassino di prostitute
del povero quartiere londinese di Whitechapel, dove
alla fine dell'Ottocento morirono cinque prostitute orribilmente
sfigurate dallo stesso carnefice. Lo squartatore
di Whitechapel se la prendeva esclusivamente con le donne
di vita, che lasciava mutilate e sfregiate perlopi in androni
nascosti o angoli bui della periferia londinese. Il gusto
sadico e macabro nel sezionare le anatomie delle vittime
dell'ancora oggi ignoto serial killer di Londra non 
lo stesso del suo omologo milanese, ma Jack th ripper,
come si firmava lui, lasci delle tracce di s, come insegna
la moderna scienza criminologica, a titolo di sfida per
i suoi inseguitori. Vere o false che fossero, a Scotland
Yard arrivarono le lettere di rivendicazione del presunto
assassino.
Non succede lo stesso con il killer milanese, che per
lascia tracce involontarie. L'ultimo delitto conserva infatti
tracce di DNA dell'aggressore. Colpir ancora?

GASPARE ZINNANTI, KILLER BUONO E BELLO.

Quanti sono i serial killer in Italia? Le stime delle forze
dell'ordine sono caute: circa una decina. E gi non 
poco. Gli esperti pi pessimisti ne contano almeno una
trentina. C' da guardarsi le spalle. Soprattutto se gli
assassini seriali sono persone dall'aria del tutto affidabile,
addirittura attraenti e dai modi gentili. Come Gaspare
Zinnanti, che nella primavera del 1997, nel giro
di due giorni, ammazz tre persone a martellate e spinse
una donna sui binari della metropolitana (che per si
salv).
Perch uccideva Gaspare Zinnanti? E perch quella follia
omicida scatt all'improvviso dopo trentacinque anni di vita
non certo facile, ma non da assassino? Perch, ancora, le
vittime del killer erano persone a cui voleva bene, che gli
avevano fatto del bene?
Tutte, tranne una, ancora pi inspiegabile: l'anziana signora
che spinse sotto il treno in arrivo alla stazione metropolitana
di piazzale Sondrio. Le mancava l'aria, confess
Zinnanti alla Polizia, dovevo fare qualcosa per lei
prima che morisse. Dichiarazioni incomprensibili. Per un
caso fortunato la donna resta in coma per undici giorni ma
sopravvive all'agguato.
La perizia psichiatrica decret la diagnosi di soggetto
schizofrenico del tutto incapace di intendere e di volere,
gravemente pericoloso per s e per gli altri. Fu internato
nel manicomio criminale di Reggio Emilia, dove avrebbe
dovuto rimanere per almeno dieci anni, e dove invece fu
trovato morto, impiccato alle sbarre, nel luglio 2001.
Cos si concluse una vita passata tra piccoli furti, contrabbando,
droga, prostituzione e vagabondaggio. Anche se, a vederlo,
Gaspare Zinnanti, di genitori palermitani emigrati a
Magenta, pareva un bravo ragazzo di bell'aspetto, qualcuno
al quale, se ti si avvicina mentre sei sul ciglio della banchina
e aspetti la metropolitana, magari sorridi, attacchi bottone.
La prima a cadere sotto i colpi di martello del folle fu
Francesca Coelli, ex insegnante di cinquantadue anni, divorziata
e benestante, residente in via Vanvitelli in un palazzo
lussuoso. Con lei l'assassino aveva convissuto per
anni, era lei a mantenerlo. Lui continuava la sua vita di
strada tra la stazione Centrale e Porta Venezia. Ai Bastioni
di piazza Oberdan conobbe Alvaro Calvi, ex marinaio, poi
portavalori, all'epoca dei fatti pensionato, omosessuale.
Anche con lui ha una relazione e una convivenza, negli intervalli
in cui si stacca da Francesca.
Al termine di un periodo di detenzione di qualche anno,
nella fatidica primavera del '97, il pluriomicida rientra nell'abitazione
della Coelli e la uccide. Poi scappa a Roma,
dove resta un solo giorno, torna a Milano e va a uccidere
Calvi. Poi si avvia verso la stazione Centrale, incontra una
vecchia conoscenza, Vincenzo Lenzuola, tossicodipendente
di quarantatr anni, che lo invita a dormire in una casa
abbandonata in fondo a via Ripamonti. Lui accetta e quella
notte sfonda la testa dell'amico. Il corpo sar ritrovato
qualche giorno dopo dalla Polizia.
Zinnanti uccideva perch le sue vittime gli dicevano di
farlo, secondo quanto spieg durante gli interrogatori. Ma
basta questo a capire?

SALVATORE, EDICOLANTE
E BUON SAMARITANO.

L'anno 1999 si apr a Milano con il beneaugurante
ghigno di nove omicidi nei primi dieci giorni. Il pi misterioso,
rimasto senza perch e senza responsabili, 
quello dell'alba del 4 gennaio, all'edicola di piazza
Esquilino, zona San Siro, quando Salvatore Corigliano,
ventisette anni, gestore insieme alla sorella e al padre
pensionato del chiosco dei giornali, mor per tre colpi
di una Smith&Wesson .357 Magnum, sparati a bruciapelo.
Chi  l'assassino? Per la polizia, dopo mesi di indagini, il
caso  archiviato senza una soluzione.
La vittima non ha lasciato alcun sospetto grave sulla sua
persona, circa le sue abitudini, le sue frequentazioni, il suo
stile di vita, volontario cattolico, musicista dilettante, lavoratore
onesto, ex studente di ingegneria, fidanzato modello
di Isabella, una ragazza di Luino di ventitr anni.
Eppure, le indagini della squadra Omicidi qualche magagna
la portarono alla luce, ma si trattava di piste false, inconsistenti,
poco credibili.
Salvatore aveva una spasimante segreta, Cinzia, madre
separata di un bambino di quattro anni e convivente di un
certo Antonino. La donna nega, all'inizio, di conoscere
bene la vittima, ma i tabulati telefonici rivelano la sua ossessione:
fino a venti telefonate ogni giorno a Salvatore,
in cui parla di incontri clandestini alla Montagnetta di San
Siro. Il suo convivente dichiara di non sapere nulla della
tresca. Entrambi, subito dopo l'omicidio, vennero indagati
per il delitto, ma alla fine di tutte le perizie scientifiche
non emerse la loro responsabilit: Antonino era uscito
presto di casa, ma per andare sul suo luogo di lavoro, come
testimoni il suo principale, parlando benissimo dell'imputato.
Poi  Danilo, ex fidanzato di Isabella, a passare sotto il
torchio. Era stato sentito in un bar vantarsi di sapere sparare,
era stato sentito parlare con rabbia di Salvatore, ma
non c' una vera pista che conduca a lui. Della pistola alcuna
traccia, a nessuna relazione portano le indagini fatte
sulle armi dello stesso tipo rubate nell'ultimo periodo. E
cos pure delle auto rubate in zona.
Buio assoluto, salvo per una informazione riservata che
arriva agli inquirenti: Salvatore sarebbe stato in quel periodo
impegnato, secondo certe fonti, a togliere dalla strada
una prostituta albanese, una certa Suzanna, che batteva
in piazza Esquilino. Durante le indagini la ragazza si trova
al centro di accoglienza di via Corelli, dove interrogata nega
qualsiasi relazione con Corigliano. Spunta per il nome
di un certo Argjan, forse il protettore, che risiede in via
Lecco e che avrebbe chiesto a Salvatore 50 milioni per il
riscatto di Suzanna. Ma le supposizioni non bastano, le
prove sono labili, l'arma del delitto non si trova e le ricerche
scientifiche sui sospetti non rivelano nulla di
incriminatorio.
Dei primi giorni di sangue del 1999, che inaugurarono la
stagione della paura e vararono la strategia della Sicurezza
a Milano, che port pattuglie dell'esercito per le strade,
il delitto Corigliano resta il mistero pi fitto. E l'edicola di
piazza Esquilino, la scena di un omicidio senza colpevole.

PROFESSOR KLINGER,
UCCISO PER ERRORE?

Per il delitto Klinger non c'era proprio niente da analizzare.
Non una traccia biologica, non una traccia qualunque.
Fu questa la conclusione, afflitta e disarmata, di quelle
che mettono in discussione il lavoro di una vita, del sostituto
procuratore Claudio Gittardi, di turno la mattina del
18 febbraio 1992, intervenuto per avviare le indagini sul
luogo dell'omicidio del professor Roberto Klinger, sessantotto
anni, diabetologo e internista, gi medico sociale
dell'Inter e capo dello staff medico della Pallacanestro
Cant.
Il medico, di irreprensibile condotta professionale e morale,
abitava in via Muratori 29, in zona Porta Romana.
Come ogni mattina si alz presto, si prepar per la giornata
e port fuori il cane. Rientr a casa dopo la passeggiata
e poi usc di nuovo, percorse meno di cento metri per raggiungere
la sua auto, una FIAT Panda celeste parcheggiata
tra via Muratori e via Friuli. Entr in macchina ma l'assassino
non gli lasci richiudere la portiera. Il professor
Klinger fu freddato da tre colpi di pistola con proiettili calibro
7,65 sparati al petto e al viso. Erano le sette e mezzo
di quel mattino.
Le indagini si diressero quasi subito su un altro medico,
che prestava servizio nella stessa clinica di Klinger,
con fama di persona pericolosa. Il collega era noto per
essere un collezionista di armi, minaccioso sul posto di
lavoro e in altri luoghi pubblici; dalle indagini emerse
che una volta arriv a puntare una delle sue pistole al
volto di una donna ai giardini pubblici per una lite sui
cani.
Su costui convergevano le certezze degli inquirenti:
l'imputato aveva chiesto insistentemente alla vittima di
testimoniare in suo favore in una causa intentata alla clinica
San Pio X, lo tormentava di telefonate. Un carattere
volitivo fino alla prepotenza, fino alla minaccia.
Il PM chiese l'arresto, ma il sospettato in carcere non ci
and mai, e in tribunale fu assolto. Contro di lui nemmeno
uno straccio di prova. Anche se gli argomenti difensivi
dell'imputato apparvero subito contraddittori e confusi.
Disse di non conoscere l'indirizzo esatto della vittima e
invece poi si scopr che aveva mandato proprio a quell'indirizzo
un biglietto minaccioso. Mont e smont alibi che
via via si mostrarono poco verosimili, circa il suo arrivo
in ospedale quella mattina.
Tutto inutile. Dopo l'arringa dell'avvocato difensore,
il procuratore generale convalid l'assoluzione piena
per l'imputato. Lo stesso difensore si convinse in modo
irrefutabile che l'assassino si fosse confuso: nel palazzo
di Klinger abitava un'altra persona, somigliante in modo
impressionante alla vittima. Insomma, la corte si
convinse che si fosse trattato di un errore di persona. Lo
stesso convincimento che qualche anno fa sospese ancora
una volta le indagini dopo che il fascicolo fu riaperto
per rimettere gli elementi di indagine al vaglio dei nuovi
strumenti di investigazione. Ma niente da fare. Contro il
collega di Klinger nessuna prova, nessun indizio probabile,
nessun sospetto realmente sostenibile. Niente di
niente.

QUEI TRE SPARI SENZA
PERCH IN VIA GLUCK.

Cristoforo Gluck, compositore della corte viennese nel
Settecento,  diventato famoso in Italia a posteriori, a causa
del ragazzo della canzone di Adriano Celentano, che
abitava nella via intitolata al Kapellmeister asburgico e
che ha contrassegnato il Novecento musicalpopolare nostrano.
Della via Gluck si torn a parlare una ventina di anni fa
a causa di un delitto semplice, ma molto misterioso. Semplice
perch la vittima, Armando Blasi, titolare del ristorante
Il cuoco di bordo, in via Gluck numero 11, aveva appena
abbassato la saracinesca del suo locale, intorno alle
23,30, quando fu abbattuto ai piedi della grande ncora incassata
sulla parete esterna del ristorante da tre colpi di pistola,
sotto gli occhi del fratello, che lo accompagnava.
 la sera del 5 novembre 1994, l'assassino si para di
fronte ai due coperto da un passamontagna, intima al fratello
della vittima di spostarsi, spara tre colpi di Luger
che affondano nel torace e nell'addome del Blasi. Il ristoratore
portava con s l'incasso della serata: quasi nove
milioni di lire. Ma il killer non prende niente, sale in macchina,
una fiat Uno color beige, e sparisce. E qui sta il
mistero: di quel delitto, del suo movente, dei responsabili,
dei complici, delle relazioni con la vittima non si  mai
saputo nulla.
Armando Blasi, quarantanove anni, originario di Arezzo,
aveva aperto il ristorante di via Gluck nel 1979. Lavorava
con la moglie e uno dei fratelli, il pi piccolo. Il figlio
non ne voleva sapere di stare a bottega con il padre, preferiva
frequentare altri ambienti, soprattutto il Leoncavallo,
centro sociale di riferimento per i movimentisti d'Italia.
Perch Armando Blasi  stato ucciso? Nessuna estorsione,
nessuna rivendicazione, nessun indizio di avvertimento
mafioso. Per i tre anni successivi al delitto si intrecciano
ipotesi, piste e congetture. Ma tutte deboli, spesso del tutto
infondate. Si parla di implicazioni con la malavita organizzata,
di richieste di pizzo non corrisposto, ma dai conti
bancari e dalle testimonianze della famiglia non emergono
conferme. Non esistono prove valide che la vittima sia stata
assassinata da affiliati di cosche o da sicari di strozzini,
o da amanti gelosi. E nemmeno da creditori insoddisfatti.
Inoltre, nessuna traccia dell'automobile usata dall'assassino
per allontanarsi dopo il delitto.
Eppure le voci di elementi sospetti, di sintomi evidenti di
pericolo e di minaccia sono forti, concordanti e insistenti.
Il fruttivendolo di viale Lunigiana, Giuseppe, raccont
agli investigatori che il ristoratore gli aveva confidato dopo
le ferie di quell'anno che qualcuno lo voleva fare fuori.
Anche altri commercianti della zona confermarono che
nei mesi precedenti alla sparatoria il Blasi aveva detto di
avere ricevuto telefonate minacciose. Ma nessuno si preoccup
pi di tanto. L'Armando era uno che scherzava
molto.
Solo Francesco, titolare della pescheria di via Ponte Seveso,
riferisce: Armando, in modo molto serio, mi disse
testualmente: ho paura che vogliano spararmi.
Ma chi? E perch? I giudici inquirenti si arrendono il 7
luglio 1997: il PM Luigi Orsi chiede l'archiviazione del
caso.

DELITTO DI NATALE CON CALIBRO SPECIALE.

Una vita difficile, corta e senza glorie. Una morte misteriosa,
precoce ma inquietante come la trama di un giallo
raffinato, di alta scuola. La vicenda umana che si concluse
la sera del 21 dicembre 1996, in un angolo di piazzale
Accursio, era quella di Claudio Del Forno, trentacinque anni,
procuratore legale, colpito da un solo colpo di un proiettile
calibro 10,4 millimetri, molto raro, sparato dritto al cuore
da un'arma obsoleta e introvabile: forse una pistola Glisenti
Bodeo fabbricata tra la fine del 1800 e i primi del 1900.
Del Forno fu freddato un sabato sera, a pochi giorni dal
Natale. Sul momento, nessuno se ne accorse. I testimoni
pi vicini erano un gruppo di adolescenti che stazionavano
sulle panchine di un piccolo giardinetto in attesa di scegliere
la destinazione della serata. Pensavano a un botto anticipato
di Capodanno - diranno negli interrogatori - poi una
ragazza si avvicin e scopr il corpo senza vita dell'uomo,
avvolto in un impermeabile macchiato di sangue.
Il praticante avvocato viveva con i genitori in un appartamento
di via Traiano, non lontano dal luogo in cui fu ucciso.
Di lui, secondo le ricostruzioni degli investigatori,
non si riesce a comporre il quadro di una vita destinata a finire
violentemente, fatti salvi alcuni elementi biografici
che al massimo potevano fare pensare a delle grane di poco
conto, non certo a un omicidio. E per giunta cos strano.
L'unico indizio valido per la ricostruzione dei fatti  quel
proiettile particolare, del tutto inutilizzato ormai. Per il resto,
le testimonianze portano a poco: i ragazzi dicono di
avere notato una macchina che procedeva lentamente, il
gestore di un ristorante l vicino afferma di avere notato
un'altra automobile a fari spenti che sbandava. Ma si trattava
solo di gente che non c'entrava nulla con il delitto. Altre
piste non ce ne sono.
La vittima non aveva molti amici, tantomeno donne. Si
seppe che frequentava le prostitute albanesi della zona per
molestarle, ma niente di pi che qualche commento pesante.
Aveva aiutato un paio di nordafricani a regolarizzarsi con
i documenti. Due poco di buono, a quanto pare, ma non costituivano
un pericolo. Tra gli amici, un pugile pregiudicato,
che per quella sera aveva un incontro a Marsiglia. Poi un
ex carabiniere diventato guardia giurata, e Corrado, elettrotecnico
disoccupato, con cui si era intrattenuto fino a qualche
ora prima in casa sua, sempre nelle vicinanze.
 su quest'ultimo che si concentrano le attenzioni degli
inquirenti. Le sue prime deposizioni sono ritenute confuse
e contraddittorie, i carabinieri lo trovano in casa, due ore
dopo il delitto, che guarda la televisione, ha appena finito
di registrare una puntata di Beatles Anthology. Ma della pistola,
il fantomatico revolver di un secolo fa, nessuna traccia.
Sugli indumenti di Corrado sono effettuati dei test, si
trovano tracce di piombo ma in una misura che non  considerata
sufficiente: caratteristiche, ma non univoche.
Non prove, insomma.
186 MISTERI. CRIMINI E STORIE INSOLITE DI MILANO
I carabinieri si accaniscono sull'unico indizio sicuro: il
proiettile e il revolver che lo teneva in canna. A Milano, in
Lombardia e fino ai confini della Liguria, i militari dell'Arma
censiscono diciassette pistole di quel tipo. Tutte sequestrate,
ma nessuna rivela incisioni corrispondenti a quel
proiettile.
La diciottesima Glisenti Bodeo che ha ucciso Claudio
Del Forno non si  ancora trovata.

L'ARCIERE DI QT8 E
L'UOMO BIANCO IN CHOPPER.

Attorno alla montagnetta di San Siro, sorta per accumulo
di macerie belliche e battezzata con bell'augurio Monte
Stella, l'architetto Piero Bottoni progett ed edific tra gli
anni Quaranta e Cinquanta del Novecento il QT8 (quartiere
t8, per temporanea catalogazione topografico-urbanistica,
destinata a rimanere definitiva). Un quartiere modello, per
maestranze operaie con case basse indipendenti e piccoli
giardini, il tutto calato ortogonalmente in un reticolo di
viuzze che portano i nomi della Liguria. Posto tranquillo,
residenza di fortunati milanesi che vivono come nei Paesi
nordeuropei a sviluppata architettura sociale.
Vita tranquilla fino ai primi anni Novanta del secolo scorso,
quando capit che quel territorio cittadino defilato e
quieto fu scosso da brividi reali di psicosi e terrore.
Tutto cominci nell'estate del 1992: le prime notti calde
del Qt8 furono percorse da un misterioso ciclista completamente
vestito di bianco a bordo di un'anacronistica bici
a forma di chopper. Un'apparizione frequente, ma apparentemente
innocua.
All'arrivo del caldissimo luglio di quell'anno, l'aria calma
del quartiere fu percorsa dai primi dardi. Colpi di balestra
di tipo bellico, con frecce di oltre trenta centimetri che
in quei giorni, anzi in quelle sere d'estate, radevano come
saette a quote bassissime e colpivano senza piet. Nessun
morto, per fortuna, ma molti feriti, soprattutto alle ginocchia
e ai glutei. Colpi precisi, scagliati da un esperto tiratore.
Esperto e misterioso, introvabile, imprendibile. I sospetti
si addensarono sul misterioso ciclista, ma ulteriori testimonianze,
raccolte tra passanti che giurarono di avere
visto l'arciere all'opera, lo descrissero come un uomo molto
alto e completamente calvo.
Il misterioso cecchino con balestra si muoveva con disinvoltura
e sapienza dei luoghi, tra le vie del QT8. Talvolta si
spostava pi all'esterno, verso il Gallaratese, quartiere attiguo
ma meno nobile urbanisticamente. In via Cechov vi
furono altre vittime, sempre colpite in modo non mortale.
Si trattava soprattutto di ragazze, spesso straniere, ospiti
dell'ostello della giovent adiacente al Palalido, su piazza
Stuparich. Ma il lanciatore di dardi a pistola non risparmi
nemmeno i residenti: gente ignara seduta sulle panchine,
passanti tranquilli che improvvisamente si accasciavano a
terra abbattuti all'altezza delle ginocchia dalle frecce proditorie.
I giovani del luogo organizzarono delle vere cacce all'uomo,
con tanto di identikit appesi ai lampioni del quartiere
(spesso contraddittori nella riproduzione delle fattezze del
presunto arciere).
II QT8 si era trasformato in un sobborgo western, con ronde
organizzate di abitanti pronte al linciaggio del misterioso
assalitore, che nel caso faceva la parte del rinnegato indiano
in cerca di non ben chiare vendette. Volano frecce dal
nulla, colpiscono arti in movimento o fermi, e anche vetri
e muri. Si diffonde la psicosi, la gente resta chiusa in casa
e manipoli di coraggiosi riuniti in squadre di ricerca perlustrano
la zona.
Posti di blocco e controlli a tappeto, durante l'intero mese
di luglio del '92, anche da parte di polizia e carabinieri,
ma nulla di fatto. L'arciere scomparve nel nulla, cos come
era apparso.

DOV' FINITO JIMMY IL FENOMENO?

 stata la faccia pi surreale, cangiante e mobile del cinema
italiano. Una vera miniera senza fondo di espressioni,
smorfie e gestacci. Un poderoso fascio di muscoli del
volto, tutti sviluppati e addestrati per fare ridere il pubblico.
Soprattutto contagiato dal suo sguardo strabico surreale
e dalla sua ineffabile e folle risata.
Jimmy il fenomeno, cos lo chiamavano nell'ambiente
cinematografico, ha interpretato centinaia di pellicole da
non protagonista, in ruoli spesso poco pi qualificati di una
semplice comparsa, ma  entrato nel cuore e nella memoria
di molti, per la sua imperdibile mimica facciale. Jimmy debutt
come caratterista di pellicole considerate minori
per l'epoca, ma che restano oggi documenti preziosi dell'arte
commediante monumentale di artisti come Tot o Aldo
Fabrizi. Poi pass alla commedia sexy degli anni Settanta,
con la conseguente stimmate di faccia da B-movies.
Ma la sua faccia era impagabile, un catalogo inesauribile
di sentimenti ed emozioni comunicate da un volto trasformista
come l'archivio anatomico di un'accademia d'arte.
E il suo talento naturale non sfugg a Federico Fellini,
che lo richiese alla fine degli anni Ottanta, per un ruolo di
rilievo nel film La voce della luna. Ma Jimmy dovette rifiutare,
perch sotto contratto con una delle sue commedie
da cassetta. Quel ruolo fu poi assegnato a Paolo Villaggio.
Poi, di fatto, spar dalle scene. Ma dov' finito il grande
caratterista senza gloria?
Anche Jimmy il fenomeno  entrato nel repertorio delle
leggende misteriose metropolitane. Per un certo periodo
circolava la voce che egli fosse ospite fisso in una delle suite
dell'hotel Windsor, messa a disposizione a vita dal produttore
Dino de Laurentis.
In effetti, Jimmy il fenomeno, originario di Lucera, si 
trasferito definitivamente da Roma a Milano a met degli
anni Novanta, e la sua biografia ufficiale lo registra attualmente
ospite della Casa per Coniugi, in via dei Cinquecento
(zona Corvetto). E si sa per certo che nell'estate
del 2010 l'attore ha lanciato un appello attraverso Sorrisi
e Canzoni TV affinch i suoi fan lo sostenessero economicamente,
oltre ad avere richiesto l'applicazione della
legge Bacchelli per gli artisti, che prevede una quota fissa
di sostentamento a carico dello Stato per i lavoratori
dell'arte ancora in vita ma infermi o impossibilitati a lavorare./
C' chi assicura, per, di avere visto Jimmy il fenomeno,
in anni passati, passeggiare nei pressi di piazza della Repubblica,
dove ha sede il Windsor.
Che si tratti di verit o di leggenda urbana, forse l'ultima
finzione - involontaria - che ha riguardato la vita di un
grande mestierante della difficile arte della commedia, 
certo che Jimmy il fenomeno, non trascorre una serena e
meritata bella vecchiaia, dal momento che da anni  costretto
a una sedia a rotelle, e nessuno lo vede pi passeggiare
nei dintorni del Windsor.
E quel palcoscenico di celluloide dove ha vissuto, regalando
risate sfrenate al pubblico, pare averlo dimenticato,
come una piccola gloria del mondo dello spettacolo che 
ormai transitata.

DOVE VANNO A MORIRE I CINESI?

Ma dove seppelliscono i cinesi i loro morti? La domanda
corre sulle labbra dei milanesi da anni. La quaestio  diventata
un tormentone che ha generato inquietanti leggende
metropolitane, oltre i limiti dell'orrido, fino a insinuarsi
in ipotesi necrofile del tutto infondate e irriferibili.
Resta per il fatto che di funerali cinesi non se ne vede
nemmeno uno, in citt. L'anagrafe registra pochissimi decessi
nella vastissima comunit cinese meneghina, mentre
piazza Duomo  quasi ogni giorno frequentata da cortei nuziali
cinesi, molto spesso vere e proprie comitive di sposi
nei colori caratteristici del matrimonio orientale e scialo di
macchine fotografiche e videocamere. Ogni giorno, in ogni
momento dell'anno, giovanissime coppie di sposi nelle loro
fogge bianche e rosse occupano con i loro cortei di amici
e parenti in festa (sempre molto contenute le manifestazioni
di giubilo dei cinesi, in ogni caso) l'Ottagono della Galleria
per le pose fotografiche e per i video. A vederli, sembrano
il popolo pi innamorato del mondo. E anche il pi
immortale, perch di funerali cinesi, a memoria di milanese,
non se ne sono mai visti.
E per la verit non si vedono nemmeno gli anziani con
gli occhi a mandorla. La popolazione cinese a Milano 
abbondante e attiva. Volti giovani, capelli sempre nero
corvino, sorrisi bianchi e freschi: si direbbe che i cinesi
siano un contingente numerosissimo di individui adulti (si
vedono anche pochi bambini, per quanto siano indubbiamente
pi frequenti degli anziani), nel pieno dell'energia
vitale e praticamente eterni. Secondo statistiche recenti, il
56 per cento dei cinesi residenti ha meno di trenta anni e
l'81 per cento meno di quaranta. Ma quando muoiono, dove
spariscono?
All'inizio del millennio la Questura di Milano decise di
occuparsi del caso, con un'inchiesta specifica sulle esequie
dei cinesi. Di sicuro si sa che la cerimonia funebre prevede
la cremazione e poi lunghi festeggiamenti commemorativi
per accompagnare lo spirito del defunto nell'aldil. Ma di
questi riti, a Milano, non c' mai stata testimonianza.
Il sospetto  che al fondo del mistero ci possa essere un
traffico illegale di documenti per favorire il ricambio di
manodopera attiva con continue nuove immigrazioni. Un
testimone rivel che i defunti vengono cremati, e che dopo
la cremazione le ceneri vengono inviate in Cina, dove si
tengono esequie solenni che durano anche diversi giorni.
Dove avvengano le cremazioni e in che modo siano poi
traslati i resti dei defunti nel Paese d'origine resta per un
mistero. E il reato non  mai venuto alla luce. Cos come
non risulta che vi siano a Milano cimiteri dedicati ai morti
del Paese dei Mandarini.
Ma intanto i cinesi aumentano. Dal 1930 sono diventati
quasi 50 mila. E sono tutti giovani e forti.

OSPEDALI NASCOSTI NELLE
CANTINE DI CHINATOWN.

Miti e leggende sull'autarchia della societ cinese che
vive a Milano si moltiplicano lungo quasi tutto il Novecento,
da quando un remotissimo mister W. arriv a Milano
da Parigi, alla fine degli anni Trenta. Aveva ventisei
anni, si stabil in una casa di ringhiera di via Canonica
per commerciare cravatte insieme a un piccolo drappello di connazionali che lo raggiunsero qualche settimana
dopo.
Attorno al primo stanziamento umano di cinesi si radunarono
nel corso dei decenni migliaia di altri individui,
tutti sistemati in quella che oggi  la Chinatown di Milano,
tra le vie Sarpi, Bramante e Canonica.
Il panorama urbano di questa zona  interamente dominato
dalle loro vetrine e dai loro laboratori, i marciapiedi e
le nuove zone pedonali attraversati da un brulichio di corpi
scattanti che portano merci di ogni tipo, scandito da voci
che parlano una lingua incomprensibile.
Non mancano supposizioni, che attendono il suffragio
della prova, secondo cui negli scantinati delle botteghe
cinesi di Chinatown si nascondano attrezzatissimi ospedali,
del tutto efficienti e fatti apposta per assistere e curare
i membri della comunit.
Pare anche, stando a rapporti molto fantasiosi e non confermati
dalle forze dell'ordine, che l sotto vadano a curarsi
anche i feriti della mala, per sfuggire ai controlli ufficiali.
Non sono infrequenti (sebbene di gran lunga inferiori
ai casi che coinvolgono altre comunit straniere, soprattutto
latino americane) le risse tra bande giovanili cinesi.
E cos come rimane misterioso il percorso delle salme
cinesi quando qualcuno di loro muore, anche i feriti
non sono soliti affidarsi alle cure del servizio sanitario
nazionale.
Ambulatori e piccole cliniche attrezzate, perfino con
sale operatorie, sono state effettivamente trovate in Italia:
i casi pi eclatanti sono quelli di Napoli e provincia,
dove nel recente passato carabinieri e polizia hanno portato
alla luce strutture seminascoste a livelli sotterranei
di edifici popolari dove si praticavano aborti e terapie
chirurgiche di vario genere.
In quei locali svolgevano professione parallela di medico
e di infermiere diplomati e laureati anche italiani,
si prescrivevano cure post operatorie, si praticavano interruzioni
di gravidanza su pazienti cinesi e si tenevano
regolari day hospital. Regolari si fa per dire: nel senso
che il personale, le attrezzature e le procedure erano le
stesse degli ospedali ufficiali. L'igiene magari un po'
meno, e soprattutto gli ambienti: praticamente delle
cantine.
A Milano, i reparti nascosti di ginecologia e traumatologia
non sono mai stati scovati, ma i sospetti ci sono. E anche
le indagini, in qualche caso, sono partite.
A proposito dei decessi, ci sarebbe chi precisa che quando
un cinese muore non sparisce affatto nel nulla. I cari
estinti sarebbero invece ricoverati in apposite celle frigorifero,
in dotazione di questi fantomatici nosocomi clandestini,
e spediti via cargo nel loro Paese d'origine per le esequie
di rito.

SULLE TORRI DEL CASTELLO
CAPPERI MEDIEVALI.

Non siamo su uno scoglio delle Eolie, n sopra una rovina
di una fortezza mediterranea. Non siamo avvolti dalla
brezza del mare che porta i profumi della macchia costiera,
dove cresce il cappero autoctono, nelle asperit assolate dei
muri a secco che si affacciano sul Mare nostrum.
No, siamo ancora a Milano, nel cuore della citt medievale,
sulle mura antiche del Castello Sforzesco.  vero che
l'area  verde, protetta a suo modo, anche se non nella forma
ufficiale delle riserve naturali. Ma naturalisticamente 
un patrimonio vegetale, come tutti i luoghi che lasciano alla
terra la libert di generare i suoi frutti. Nelle vicinanze
c' il grande polmone verde del parco Sempione, antica
piazza d'armi delle truppe signorili.
I botanisti dei Visconti e degli Sforza si erano impegnati
durante i secoli del Medievo in ricerche sempre pi sorprendenti
sulle specie arboree locali, con incursioni nell'ambito
della genetica vegetale che avevano dato risultati
mirabolanti. Come i limoni da buccia, selezionati a uso culinario
incoraggiando con innesti e selezioni la riproduzione
di esemplari di agrumi con la parte corticale pi spessa
e meno dotati di polpa. L'aspetto di questi frutti  pi simile
al mondo animale che a quello vegetale, paiono infatti
una sorta di calamaro giallo con tentacoli che si sviluppano
in modo dinamico (sembra addirittura che si muovano). Invece
sono limoni che hanno dotato i loro spicchi di buccia,
per cos dire autonoma. Un prodotto rarissimo, di cui alcuni
raffinati botanici contemporanei conservano alcuni semi
e hanno ottenuto i germogli con successo.
Una piccola miniera nascosta di segreti del secondo regno
naturale, l'area del castello e del parco Sempione. Recentemente
il Museo di Storia naturale ha censito nuove
specie botaniche originarie, variet sconosciute e milanesi
DOC.
Ma quello che non ci si aspetterebbe proprio sono i capperi,
fiore acidulo e saporito, amante del mare e del vento.
La leggenda vuole che le piante di cappero (in verit rigogliose,
generose e ottime al palato) siano state piantate
negli orti del castello dalle cortigiane sforzesche. Di sicuro
sono l da tempo immemore, perch in effetti il cappero 
una pianta centenaria.
Ma come hanno fatto a crescere e sopravvivere a Milano?
E a sfidare i secoli.
I cespugli si trovano sui rivellini esterni, quelle piccole
fortezze d'avamposto che costeggiano le mura. Rovine dimenticate,
passaggi distratti di passanti ignari di questo
piccolo tesoro naturale inspiegabile.
Gli esperti, comunque, una risposta ce l'hanno. Il cappero
, per sua natura, una specie botanica molto adattabile.
In particolare vive benissimo con poca acqua non ristagnante
e temperature anche molto basse. C' anche chi afferma
che invece la resistenza dei capperi milanesi al tempo
sia dovuta al particolare microclima, di tipo mediterraneo,
che si sarebbe sviluppato tra i bricchi in cotto dei rivellini
del castello. Antichi laterizi con la memoria attiva
di precedenti - e ciclici - surriscaldamenti planetari.
Ma come ci sono arrivati i capperi l dove si coltivava il
riso e il mais? Questo resta un mistero.

TOMBINI COLORATI, COME CHIAZZE D'ARTISTA.

L'arte urbana di strada non autorizzata ha lasciato
negli ultimi trent'anni a Milano moltissimi segni inutili
o cancellati dal tempo e dalla disattenzione. E molti segni
utili e belli, apprezzati in silenzio, senza celebrazioni
della critica, dalla gente che passa per le strade. Cancellati
molto spesso, sempre dal tempo, anche i segni pi
preziosi di testimonianze artistiche spontanee e geniali.
Che non hanno luogo nei musei (a parte una benemerita
iniziativa sulla Street art promossa al Padiglione d'arte
contemporanea di Milano alcuni anni fa). Come i pinguini
di Pao, graffitaro milanese che aveva intuito l'immagine
del pennuto antartico nuotatore contenuta nelle forme,
anch'esse geniali, dei paracarri antitraffico, i cosiddetti
panettoni, attribuiti a Enzo Mari e poi replicati da
chiunque. Pao propose ai milanesi delle piccole storie di
pinguini ricavate dalle posizioni sgangherate dei panettoni
al suolo. Pinguini innamorati, pinguini rivali, famiglie
di pinguini, delitti d'onore tra pinguini. Frammenti
di vita quotidiana dei pinguini raccontate interpretando
le relazioni tra i panettoni. Non sempre questi brani di
arte urbana saltavano agli occhi come sotto i riflettori di
una galleria.
Ora, in pochi ci fanno caso, ma vale la pena dedicare attenzione
a uno strano fenomeno artistico che appare in citt
da molti anni: i colori sui tombini.
 difficile trovarne uno che non sia contrassegnato da
macchie multicolori. Sono segni tracciati in punta di pennello
di grosso calibro, oppure con brevi getti di bomboletta,
o rapide pennellate.
Sono segni irregolari, piccole chiazze di vernice che
spesso presentano quasi tutta la gamma della tavolozza di
un artista.
I tombini colorati appaiono come forme d'espressione libera
di creativi non protetti da consorterie di mercato artistico,
come i graffitari o i madonnari (che invece non ci sono
pi).
La differenza  che le tracce del loro passaggio sono quasi
impercettibili, bisogna osservare con cura il suolo che si
calpesta per notare la disseminazione sistematica di queste
misteriose macchie di colore. Come gocce di tempera lasciate
cadere casualmente, ma sempre in prossimit di un
accesso fognario. Non sopra la grata, di fianco, spesso anche
sovrapposte, ma pi spesso sparse senza un ordine logico
apparente.
Si potrebbe pensare che le macchie colorate dei tombini
altro non siano che segnali di controlli o ispezioni. Ma davvero
la tecnologia di oggi non avrebbe altri metodi di catalogazione
e inventario delle procedure tecniche?
Si potrebbe immaginare anche che i segnali, di solito lasciati
da operatori marginali del piccolo crimine, servano
appunto a marcare messaggi in codice. Ma perch proprio
sui tombini?
Riesce difficile pensare che le macchie siano lasciate da
personale tecnico autorizzato, anche se potrebbero essere i
timbri dei passaggi dei disinfestatori di larve di zanzara,
negli ultimi anni considerato un flagello insopportabile. Il
metodo di verifica delle bonifiche risulterebbe assai primitivo,
ma d conforto immaginare che i responsabili del servizio
abbiano scelto un sistema di codifica tanto vezzoso.

QUEL NEON ACCESO NELLA
CASA DI VIA SORANZO.

Talvolta la cronaca sfiora la finzione letteraria, talora l'immaginazione
lambisce i terreni della realt come una melma
mobile che passa attraverso le dimensioni della percezione.
La cronaca  recente: in una caffetteria storica di Los Angeles,
aperta nel 1935, una luce al neon  rimasta accesa per
settantasette anni. Fino al 2012, quando il caso  stato scoperto
dall'attuale proprietario del locale, che ha deciso di ristrutturare
gli ambienti e ha trovato il pannello nascosto dietro
a un cassone. All'origine serviva a retroilluminare una
stampa semitrasparente di scena montana, in accordo con gli
arredi della caffetteria. Sempre in California, terra della luce
eterna, esiste poi la pi antica lampadina in attivit, mai
spenta dal 1901. Si trova in una stazione dei Vigili del fuoco.
La scoperta del neon acceso nella caffetteria, che ha resistito
a guerre e terremoti,  del 9 febbraio 2012. E si parla di una
bolletta, qualora fosse esigibile, di circa 17 mila dollari. Ora
il proprietario del locale intende restaurare il luogo esattamente
come era quando fu inaugurato, lasciando evidentemente
acceso il neon retroilluminante, anche se l'energia che
ancora scaturisce dai tubi  davvero molto fioca.
Fin qui la cronaca internazionale. Ma anche da Milano ci sono
contributi all'inverosimile, e con l'aggravante del mistero.
La casa di via dei Soranzo  un luogo dove il tempo e lo spazio
perdono consistenza e sequenzialit di rapporti. Un luogo dove
la fantasia pi nera capovolge il senso comune del vero.
Via dei Soranzo  una strada poco battuta, in zona San Siro,
collocata per abbondanza di spazio in un settore urbanistico
che di citt ha ben poco. La zona appartiene ai cavalli,
agli operatori del trotto e del galoppo, ai tifosi del calcio
e al pubblico transumante dei grandi concerti allo stadio.
Ma anche alle prostitute e ai viandanti notturni in cerca
di proibito. E anche a qualche residente agiato, che invece
trova in quelle brume protezione e riservatezza.
Qualcuno del luogo, abitante nei paraggi da decenni, ha
deciso di diffondere il mistero sulla rete, ha lanciato per blog
il tormento che lo assilla - dice lui - da almeno trent'anni.
Di chi  quella casa con una sola luce al neon perennemente
accesa (da trent'anni) notte e giorno? Chi ci abita?
O chi la usa occasionalmente e per quali scopi?
Il misterioso autore del post lanciato su internet dichiara
che la casa di via dei Soranzo ha l'aria totalmente abbandonata
da decenni,  circondata da alte mura sormontate da
un doppio giro di filo spinato e l'unico accesso  sprangato
e mostra i segni dell'assenza perpetua di transito da parte
di anime vive. Ragnatele e ruggine ovunque, a parte il neon
sempre acceso.
Una risposta c' stata, da un'anonima interlocutrice della
rete, che afferma di non saperne molto, ma di avere sentito
dire che in anni passati la casa veniva utilizzata per pratiche
di tortura. Non specificando n chi potessero essere le
vittime, n chi i carnefici, n a quale genere di riti o perversioni
tali pratiche potessero essere riferite.

LE ONDE DEL C. T., PRIMO WRITER PROFETA.

Popolo bue, il clero ti uccide con l'onda. Cos, il C.T.,
al secolo Carlo Torrighelli, che cos si firmava, con una sigla,
si rivolgeva ai passanti richiamando la loro attenzione.
Si considerava in missione nel mondo, per salvare il pianeta
da misteriosissimi e temibilissimi raggi ultravioletta
(la dizione, cos come letteralmente riportata,  del
Torrighelli, da una registrazione vocale del 1973, n.d.a.), emanati
proditoriamente da impianti di costruzione giapponese
attraverso diffusioni a cura del clero. Perch il clero?
Perch i supertecnologici assassini del Sol Levante,
come li chiamava lui, avevano ricattato le gerarchie ecclesiastiche
dopo averle contaminate con i loro raggi mortali.
Milioni di morti ogni giorno in Italia, compreso i bambini,
ammoniva il C. T. che instancabilmente, come un pellegrino
errante metropolitano, urlava i suoi sermoni ai milanesi
durante tutti gli anni Settanta. Poi scomparve, nel
novembre del 1983, forse per arresto cardiaco, o forse colpito
a morte da una di quelle terribili onde da cui si sentiva,
lui solo, protetto.
Il C. T. percorreva la citt a piedi, trainando un triciclo abitato
da un numero variabile di piccoli cani ululanti, il
contrappunto agli strali del padrone, lanciati da un megafono
gracchiante, contro i preti e i giapponesi detentori delle onde
micidiali.
Il C. T. era famoso in citt per le sue iscrizioni in vernice
bianca sui selciati. Fitte righe in stampatello ben allineate,
impaginate con la cura di un maestro tipografo prima dell'avvento
della fotocomposizione, che metteva in fila i caratteri
per la stampa. Soprattutto, il C.T. amava lasciare le
sue impronte grafiche nell'area di piazza Castello, largo
Cairoli, Arena e parco Sempione. Ancora se ne trovano, semi
sbiadite, o quasi del tutto estinte. Evanescenti moniti di
tono epocale, millenarista, apocalittiche profezie calpestate
da molti anni di passeggiate indifferenti.
Carlo Torrighelli, oltre a preservare l'umanit dalla contaminazione
letale delle onde vaticane, aveva a cura anche
l'incolumit dei passeggeri di aeroplani. L'onda aveva infatti
secondo lui l'inquietante potere di insinuarsi nei serbatoi
dei velivoli e di boicottare il funzionamento dei carburanti,
facendo precipitare i mezzi volanti al suolo da bassa
quota.
Il C. T. scomparve nella prima met degli anni Ottanta, e
dopo qualche anno le cronache nazionali cominciarono a
registrare curiosi fenomeni che sul finire degli anni Novanta
assalirono le pagine dei giornali e i servizi di radio e televisioni:
i danni da inquinamento elettroacustico di radio
Vaticana. Le dimensioni, tragiche, dei decessi per carcinomi
e linfomi che i periti giudicarono causati da una relazione
stretta con le emissioni degli impianti della radio pontificia,
nella zona periferica romana dove erano installati,
raggiunsero quote impressionanti. Una stima peritale promossa
dai comitati di abitanti dei comuni limitrofi alle antenne
papali arriv a denunciare un aumento del 600 per
cento di casi di cancro (soprattutto fra i bambini, per altro)
nei territori invasi dalle onde elettromagnetiche.
Ma il C. T. mor prima, molto prima, della scoperta dei
danni da inquinamento elettroacustico di radio Vaticana.

I GAMBERETTI ALBINI NEL
LAGO SOTTO IL CASTELLO.

Sotto Milano l'acqua  pi minacciosa del cielo dei Celti,
avi originali dei milanesi, che temevano potesse cadere
loro sulla testa. Oggi il pericolo  invertito, la minaccia
viene dal basso. La falda di Milano, tra le pi ricche
d'Europa, gorgoglia verso l'alto.
I laghi sotterranei della leggenda e del mito sono vari
nel repertorio misterioso di questa citt, ma ce n' uno vero,
raccontando il quale pare di tuffarsi in un episodio del
ciclo bretone, in una favola fantasy.
Non  un calmo specchio d'acqua tra aghifogli e licheni,
la sua superficie non si colora di rosa al tramonto mentre
una spada incantata fende piccole ondine. Non c'
giorno e non c' notte nel lago sotterraneo del Castello
Sforzesco, ma le lunghe tenebre dei secoli. Eppure la vita
ha continuato a germinare, a riprodurre esseri nascosti
che hanno centinaia di generazioni e di mutazioni genetiche
alle spalle.
I sotterranei del castello di Milano nascondono una
grande quantit di ambienti poco noti, solo da poco restaurati
e resi accessibili con visite guidate. Questo vale
per i camminamenti perimetrali attorno al fossato, la
Strada coperta della Ghirlanda, un tempo via di fuga
percorribile anche a cavallo. Non altrettanto accessibile  la
grande cisterna sotterranea voluta dai signori di Milano
come riserva idrica e come vasca di compensazione per
mantenere sempre adeguato il livello delle acque del fossato.
La cisterna ha forma circolare ed  vasta come un mezzo
campo di calcio, profonda qualche metro, coperta da
una volta di mattoni rossi e ampia abbastanza da essere
all'occorrenza navigata con piccole barche. Resti di imbarcazioni
medievali e altri attrezzi dell'epoca sono stati
in effetti ritrovati anni fa dagli speleologi milanesi.
La riserva acquifera del castello continua a funzionare
come bacino biologico per esperimenti della natura che si
sviluppano in modo spontaneo. Fra i pi sorprendenti, il
ritrovamento di una particolare famiglia di gamberetti
d'acqua dolce, che nei secoli ha mutato la propria pigmentazione
generando esemplari che oggi sono completamente
albini e, se non proprio ciechi, fortemente ipovedenti.
Sono scoperte recenti, risalgono alla met degli anni
Novanta, dopo le perlustrazioni degli speleologi milanesi.
La scena  simile, anche se non cos incantevole, a quello che si incontra nelle grotte di Lanzarote, nei cosiddetti
Jameos, favolose aperture naturali della roccia dove appunto
vive una specie di crostacei completamente bianchi
e completamente ciechi. La colonia delle Canarie  classificata
come unica al mondo, e probabilmente gli animali
che vivono nel laghetto sotto il castello sono a loro volta
unici nel loro genere. Si tratta di individui albini molto
piccoli, adattatisi al buio e al silenzio fino a modificare il
proprio pigmento e le funzioni visive e uditive. Da quale
condotto siano provenuti  difficile a dirsi, n si pu ipotizzare
che siano stati immessi nel bacino artificialmente.
Ma non  nemmeno escluso che altre forme di vita possano
nascere e riprodursi nelle cavit profonde e scure dei
laghi sotto Milano.

LA STATUA NASCOSTA
E MOZART A SAN MARCO.

Il giovane talento delle corti e dei palazzi viennesi giocava
sui tasti dell'antico organo dell'Antegnati slacciandosi
il panciotto di lino per l'oppressiva calura milanese, i filamenti
di polvere e di polline tardivo riempivano di materia
volatile i riflessi delle finestre a mosaico della chiesa di
San Marco.
L'adolescente Wolfgang Amadeus Mozart suonava con
dita guidate da Dio, nella piena met del secolo Diciottesimo,
nella chiesa milanese di San Marco, diffondendo note
che parevano la pura voce dell'Eterno.
La chiesa di San Marco a Milano fu dedicata ai veneziani
per l'aiuto prestato dalla Serenissima nelle guerre contro i
barbari. Il quattordicenne Mozart era ospite della canonica
insieme al padre, durante una tappa delle sue prime e precoci
tourne. Sotto i suoi piedi nudi, liberi per il caldo insopportabile,
era stato da poco nascosto un tesoro dell'arte
che ancora oggi non si lascia ammirare.
Una delle cappelle laterali della navata di destra accoglie
un locale misterioso, per accedere al quale occorrono autorizzazioni
praticamente impossibili da ottenere.  chiamato
la cappella della Madonna della cintura, dalla preziosa
statua lignea laccata di Giuseppe Maria Quadrio e figlio,
realizzata nel 1738. Ma il mistero non finisce nella cappella
segreta: all'interno vi  una botola che porta a un secondo
locale pi interrato, interno all'altare. Il secondo vano 
in mattoni a vista e ha l'aspetto di un pozzo; pi in fondo
ancora si apre un cunicolo, di cui non si conosce n la profondit
n la funzione esatta.
Si ritiene che si tratti di un vano costruito per nascondervi
oggetti preziosi, oppure persone. Ma che cosa? E chi?
I segreti di San Marco non finiscono nemmeno sotto la
cappella segreta: nel chiostro della chiesa, anch'esso normalmente
proibito alle visite, una grande grata rettangolare
d accesso ad alcuni ambienti sotterranei. Nemmeno
di questi antri sotterranei si sa a che cosa servissero, e
quanto siano profondi. Una storica leggenda narra dell'esistenza
di un passaggio segreto voluto da Ludovico il
Moro, a cavallo tra il Quattrocento e il Cinquecento, che
connetteva il Castello Sforzesco con alcune delle chiese
romaniche pi preziose e misteriose: Santa Maria delle
Grazie - eletta cappella gentilizia dalla signoria milanese,
non a caso Leonardo fu incaricato di realizzare L'ultima
cena - e San Marco.
Di Mozart si sa che fu ospite della canonica di San Marco,
chiamato (falla corte asburgica ad allietare i cuori freddi
del governatorato di Maria Teresa. Che alloggi a Milano
giovanissimo, non ancora adolescente. E che fu massone,
ordinato a Vienna, molti anni dopo i suoi primi viaggi
in Italia. Ma si sa anche che la massoneria fu importata
per la prima volta in Italia, proprio a Milano, in pieno
Settecento. Anche se, a quanto pare, fu stroncata duramente
dal governo austriaco, i raduni dei confratelli proseguirono
per nei sotterranei della citt per tutto il secolo, fino
all'arrivo di Napoleone, che ufficialmente la istitu nel
nuovo regno.
Forse  stato nel buio rischiarato dalle torce di luoghi ritenuti
sicurissimi e inviolabili come le cripte di san Marco,
gi sedi di raduni misteriosi fin dai secoli precedenti, che
si tennero i riti oscuri di iniziazione dei primi frammassoni
ordinati a Milano. Come il giovane Mozart?

OMAGGIO A BUZZATI, INVIATO ALL'INFERNO.

Vie sotterranee se ne scoprono sempre di nuove. Sotto la
citt  sepolta una specie di dimensione parallela, che riflette
la vita superiore. L'immaginazione di un mondo alternativo,
che compenetra e anima il corpo vivo di Milano
con forme e sostanze contemporanee e speculari a quelle
note ai comuni sensi, erompe in un bel racconto di Dino
Buzzati, scritto nel 1964, pubblicato il primo maggio, a pochi
giorni dall'inaugurazione del primo tratto della linea
rossa della metropolitana.
Per Buzzati, nel traffico nascosto e invisibile tra i poderosi
cunicoli sotterranei attraversati da binari e convogli,
sotto la bolgia superficiale, si apriva una porta segreta che
conduceva a una terza dimensione di traffico e di caos:
l'inferno.
Il passaggio era ben localizzato: il termine nord occidentale
della banchina A della fermata di Amendola Fiera. In
quel punto, al di sotto della parete laminata si apriva la via
per gli inferni di Milano. E lui, cronista inviato dal Corriere
della Sera, la oltrepass. E riemerse in una citt che
pareva Milano, ma non lo era. Rassicurante, per la prossimit
dei luoghi con il ricordo della citt, ma disorientante
e spaventosa per lo smarrimento che si prova quando pare
di trovarsi in un luogo familiare ma che in realt  sconosciuto.
Stesso traffico di automobili, ma pi intenso. Stesse
strade, ma non disposte nello stesso ordine. Stesse case, ma
con pi piani, o con meno balconi. Insomma, uguali ma diverse.
Il servizio difficile, come lo aveva classificato all'inizio
del racconto lo stesso autore, riserva incontri e situazioni
che sono puntigliosamente annotati sul taccuino del
cronista, e della cronaca giornalistica riproducono la verosimiglianza,
il realismo. Come l'approccio con una bellissima
signora dal piglio manageriale, che comanda, dall'alto
di un ufficio allestito come la sede di una corporation
multinazionale, una legione di impiegate che dirigono e
controllano l'esecuzione delle pene: le diavolesse.
Come la constatazione della natura dei castighi infernali:
le accelerazioni e le solitudini. E il terribile
Entrmpelung (sgombero, in tedesco), ovvero la soluzione maligna
del problema degli anziani, traducibile oggi con rottamazione.
L'inviato speciale all'inferno torn dal suo viaggio e ne
cav una riflessione sulla citt della Madonnina in cielo e
sulle porte segrete sotto terra: Tale  l'identit con Milano
di alcune parti dell'Inferno che talora sorge un dubbio: che
cio una differenza non esista, e in realt siano la medesima
cosa. E spiegava inoltre: Anche a Milano basterebbe
premere un poco la coperta, il velo, grattare la morbida vernice
per scoprire il duro, il lastrone di indifferenza e di
ghiaccio.
Buzzati conclude la sua cronaca con un interrogativo che
ogni abitante di Milano ogni tanto si pone: Mi domando
se per caso l'inferno non sia tutto di qui, e io mi ci trovi ancora,
e che non sia solamente punizione, che non sia castigo,
ma semplicemente il nostro misterioso destino.
E conviene concludere il presente umile omaggio affidando
al solenne e azzeccato epitaffio di Indro Montanelli
il ricordo pi pertinente dell'artista che visse nel Deserto
dei tartari, terra sconfinata di infinite variet umane e conoscenze
in via Solferino, sede del Corriere della Sera.
Con Buzzati, scrisse Montanelli, se ne va la voce del
silenzio, se ne vanno le fate, le streghe, gli gnomi, i presagi,
i fantasmi. Se ne va, dalla vita, il Mistero. E che ci resta?.

L'ULTIMA CENA NASCOSTA
SOTTO LA NECROPOLI.

A Milano, ufficialmente, ci sono sette cimiteri, ma c' anche
una citt dei morti pi nascosta, che ogni tanto si rivela
riportando alla luce vaste zone d'ombra dimenticate dai viventi.
 il caso, recente, della scoperta di una necropoli dove
alloggiano da oltre sei secoli i resti di circa 500 mila milanesi
deceduti per la peste del Seicento. Unico esempio di
necropoli cittadina - cos  stato definito il sepolcreto custodito
nei sotterranei della chiesa dell'Annunciata - rinvenuta
nell'area del Policlinico, gi ospedale Maggiore durante
il secolo pestifero. Teschi e tibie sono conservati come in
un catalogo ordinato, secondo il criterio che informa anche
il sacrario di San Bernardino, poco distante. La scoperta
sembra decisiva per i paleologi della scienza medica, che
confidano di riuscire a risalire, attraverso studi
anatomopatologici, a diagnosi storiche sulle cause di decessi
e malattie che erano restati ignoti fino a oggi.
In particolare, gli scienziati sono alla ricerca di quel tale
soldato Pietro Antonio Lovato, o Pietro Paolo Locati, che
sarebbe stato il primo contagiato, e diffusore, della terribile
epidemia di peste del 1630.
Ma le scoperte delle citt nascoste sotto la superficie di
Milano risalgono anche ad alcuni decenni or sono, quando
si svel una necropoli paleocristiana sotto piazza della
Vetra, nei recessi sotterranei del quieto parco delle Basiliche,
oggi solcato dai frisbee dei ragazzi e un tempo straziato
dalle grida dei condannati ai roghi purificatori dell'inquisizione.
E ancora prima scavato da pietosi protocristiani
che attendevano alle sepolture dei loro protomartiri.
Si dice che la necropoli esista, che sia stata visitata e studiata,
almeno per un certo periodo, e poi che ne siano stati
murati i passaggi. Ma non si sa perch.
L'area sotterranea delle catacombe di Milano  compresa
tra le basiliche di San Lorenzo e di Sant'Eustorgio. La prima
conserva impianti architettonici paleocristiani anche se
l'aspetto  quasi tutto cinquecentesco, il sagrato  protetto
da diciassette colonne romane autentiche, provenienti da un
edificio tardo imperiale, e poste a ornamento del
quadriportico esterno della basilica nel quarto secolo dopo Cristo.
Lungo l'asse sud orientale si snoda l'attuale parco delle
Basiliche, fino a raggiungere Sant'Eustorgio, ai lati del
corso di Porta Ticinese.
Fu negli anni Sessanta che avvenne il ritrovamento di un
lungo passaggio ipogeo, durante lavori di scavo per la posa
di cavi elettrici. Un passaggio che collegava le due chiese,
costellato di loculi e tombe. Fu scoperto anche un impressionante
mosaico policromo che raffigurava l'Ultima cena,
con personaggi a grandezza naturale, e fra i misteri del caso,
occorre ricordare che la testa del Cristo fu trafugata da
ignoti ladri e non fu pi ritrovata. Poi tutto sarebbe stato
coperto con il cemento.
Scoperte rivelate solo da ricorrenti voci dal sapore di leggenda,
mai confermate. Eppure un cunicolo e una galleria
sono stati effettivamente ritrovati sotto il chiostro di Sant'Eustorgio,
la chiesa dei Magi. Anche quello stretto budello scavato nella terra antica della Milano dei primi cristiani
fu murato. Si sa che la galleria presentava un corto corridoio
in mattoni che immetteva in una sorta di anticamera
con due sedili in pietra. Vestibolo misterioso, chiamato
Galleria dei sedili, rimasto una testimonianza cieca.

MITHRA VIVE SOTTO IL TRAFFICO
DI PIAZZA MISSORI.

Nel ventre di Milano gorgogliano lontani echi di misteri
orfici, credenze religiose precristiane (o parallele e alternative
al cristianesimo), resti quasi invisibili di miti tramontati
e sepolti sotto la superficie assordante della citt.
L'antico culto di Mithra, il dio persiano che amava
l'oscurit delle caverne per congiungersi al Sole, non ha
una sede ufficiale di preghiera a Milano, come ne vanta in
molte altre parti d'Italia e d'Europa, ma si tramanda che la
sua spelonca meneghina fossero i sotterranei di San Giovanni
in Conca.
Quello che resta della chiesa sono le rovine dell'abside,
che spuntano come i relitti di un sogno del tempo al risveglio
della modernit, in mezzo al traffico di piazza Missori.
Un vigile muto e anacronistico che spartisce il movimento
caotico dei tram e delle auto in uno dei crocevia centrali
pi affollati.
Della chiesa rimane soprattutto la cripta, seminterrata e
visitabile nel periodo estivo, fra le sopravvivenze pi integre
del modello architettonico sotterraneo paleocristiano.
San Giovanni in Conca  una delle chiese milanesi delle
origini pi assaltate dal nuovo che  avanzato nel corso dei
secoli, fino al secondo Novecento, quando un clemente
direttore di sovrintendenza ne ferm lo scempio. Osservatorio astronomico carmelitano durante il Medioevo sforzesco,
poi sconsacrata dagli austriaci, chiusa dai francesi e
demolita nella facciata alla fine del 1800, fu finita a colpi
di magli meccanici negli anni Quaranta per lasciare spazio
alle vie rotabili e ferrate urbane.
Ci che rest, in perfetto stato di conservazione, fu la vasta
cripta romanica, come a testimoniare la segreta funzione
storica del monumento.
Nei sotterranei di San Giovanni in Conca, secondo la credenza
che si diffuse in passato, gli adepti clandestini del
culto mitraico, soprattutto militari e alti funzionari del potere
dell'epoca precristiana, si radunavano a celebrare i loro
riti, mai tramandati per iscritto, e a consumare le loro cene
cultuali, disposti su panche di pietra attorno a un tavolo
di pietra.
Pare che nemmeno Ambrogio, vescovo patrono della citt,
fosse a conoscenza di certi riti, che forse erano gi estinti
durante il suo ministero a Milano. Ma forse no. Gli indizi
che rivelerebbero l'esistenza passata di un culto mitraico,
negato con forza dai volontari del Touring club, attuali custodi
del monumento sotterraneo, sono almeno due: il persistere,
ormai quasi in filigrana, di un affresco su una delle
pareti della cripta, che ritrae il dio pagano nelle sue tipiche
fattezze di divinit guerriera e solare. E poi il ritrovamento
di un busto, ora al Museo archeologico cittadino, che ancora
una volta riproduce l'aspetto del dio persiano, con un
braccio avvolto dai resti di un serpente. Mancano,  vero,
prove certe di attribuzione della sede di San Giovanni in
Conca a luogo di celebrazione del culto misterico orientale.
Non vi sono effigi inequivocabili come la riproduzione su
supporti artistici del dio con il capo coperto da un berretto
frigio che domina un toro con una spada puntata al collo
dell'animale, accompagnato nell'impresa da serpenti, cani
e scorpioni, ovvero il repertorio simbolico che accompagna
Mithra nei luoghi dove  stato venerato. In mancanza
di reperti pi attendibili circa l'effettiva celebrazione del
suo mistero, occorre affidarsi alla storia tramandata da bocche
che hanno respirato l'aroma delle leggende.

LA STRADA SOTTO IL NAVIGLIO
ALLO STADERA.

Milano  una citt che guarda in basso, non potendo
spesso ammirare il suo cielo. Mirando tra i passi che calpestano
il suolo pu ancora capitare di centrare l'ingresso
di cavit nascoste. E con buona volont, si scava. Anche
nei posti pi impensati. Come allo Stadera, il famigerato
quartiere Aler (case popolari del Comune) che oggi  un
serraglio di malavita, esclusi i non pochi cittadini onesti
che lo abitano con dignit. Ma negli anni Trenta, quando
fu inaugurato, era un gioiello di urbanistica modello, meta
residenziale ambita delle famiglie meno abbienti. Con sapore
di tradizione e venti di progresso (a parte le smentite
della storia successiva).
Gi nella prima met degli anni Novanta lo Stadera era
sulle pagine dei giornali con una storia di passaggi segreti
che sapeva poco di cronaca (per fortuna) e molto di letteratura.
Un gruppo di bambini del quartiere, da tempo ignoti
ai registri scolastici, era stato scoperto dai vigili grazie alle
segnalazioni di alcuni abitanti. I bambini erano asserragliati
dentro una ex falegnameria, dove solo loro sapevano entrare,
intenti a consumare il pasto che avevano preparato, e
in compagnia di galline, anatre, gallinelle, pulcini, cani e
pesci gatto. Tutti animali trovati nelle acque del Naviglio,
per le strade, accuditi e protetti in quella via Pal nostrana,
che ricordava moltissimo le avventure della banda di ragazzi
di Budapest narrate da Ferenc Molnr all'inizio del
Novecento. Molti anni prima di questo aneddoto della cronaca
locale, che pure fece riflettere sull'anacronismo dei
fatti. Eravamo gi in piena era televisiva e informatica. Il
tempo dei bambini e dei ragazzini era gi totalmente assorbito
dagli schermi e dai joystick, le playstation erano a un
passo dall'invasione delle camerette. Eppure loro, i ragazzi
della via Pal allo Stadera, avevano preferito seguire gli
esempi di generazioni pi antiche.
Ma fu nella primavera del 2009 che allo Stadera si torn a
parlare di passaggi segreti sotterranei. Un blitz della Polizia
fece venire alla luce un cunicolo dimenticato, al numero
sette di via Barilli, sotto alcuni acquai esterni. Gli ambienti
sotterranei erano occupati da ingenti quantitativi di droghe
varie, nascondiglio praticamente introvabile degli spacciatori
locali. Gli scavi successivi svelarono una strada sotterranea
misteriosa che si snoda per circa quattro chilometri
attraversando il Naviglio, sotto il suo alveo, per raggiungere
l'ospedale San Paolo. Superstiti della guerra partigiana raccontarono
che il sentiero nascosto dello Stadera, un percorso
murato di circa un metro e mezzo di altezza per un metro
di larghezza, fu costruito dai tedeschi per sfuggire alle bombe
e piazzarsi non visti alle postazioni di contraerea. In seguito
il percorso nascosto sarebbe stato conquistato, appunto,
dai partigiani, che lo ampliarono inaugurando anche un
secondo ingresso in via Barilli, al numero 9.
I trafficanti di droga che hanno il loro quartier generale
allo Stadera si erano impossessati di pochi tratti interrati
del tunnel, ma c' qualcuno che afferma di averlo percorso
fino in fondo, e che ne riporta l'impressione di uno stato di
manutenzione pressoch intatto. Come quando fu costruito,
sebbene abitato da colonie numerosissime di topi di
ogni taglia.
Oggi per l'ingresso  ostruito, bloccato dalle forze
dell'ordine, e ogni ispezione  rigorosamente vietata.

CHI SI RICORDA DELLE FOGNE
DI MARIA TERESA?

Milano  un porto di terra, secondo la definizione proposta
nel primo capitolo, scalo di camminatori e viaggiatori
del suolo, come abbiamo detto, ma Milano  anche porto
emerso, quasi galleggiante, metropoli sospesa sopra un
piccolo oceano sepolto. L'acqua sotto i piedi dei milanesi
 tanta, quanto quella che scomparve di fronte al passaggio
di Mos.
E tanto sepolta non , dal momento che spesso affiora
gorgogliando come un'idra minacciosa.
La citt era stata nei secoli passati una citt d'acqua, con
canali, rogge, navigli e laghetti. Incantevole e puteolente
allo stesso tempo, ma soprattutto sicura e protetta da tracimazioni,
esondazioni e allagamenti che invece oggi sono
sempre pi frequenti.
I numerosi corsi d'acqua sotterranei e sotterrati dalle
scuole urbanistiche milanesi, che nel corso degli ultimi tre
secoli hanno liberato gli spiriti pi sensibili e gli olfatti pi
delicati dall'invasione dell'acqua addomesticata (con il decisivo
interramento della cerchia dei navigli negli anni
Trenta), scorrono ancora sotto le strade, compressi da una
spinta che arriva dalle profondit geologiche e stimolati
dalle piogge pi intense.
Non  da imputare al genio operoso di Maria Teresa
d'Austria, imperatrice di Milano, colonia asburgica d'oltralpe,
lo stato misterioso (perch inconoscibile ai pi) delle
fogne settecentesche che percorrono il sottosuolo del
centro cittadino. L'intero Foro Bonaparte, ad esempio, il
tratto di carreggiata a intenso scorrimento veicolare pubblico
e privato che da piazzale Cadorna porta a largo Cairoli,
poggia sulle volte a botte fatte costruire da Maria Teresa
sotto terra per contenere lo scorrimento di liquami e
deiezioni.
Le fogne teresiane fanno ancora il loro dovere, sono in
servizio permanente attivo da trecento anni e oltre. Sempre
le stesse, senza alcuna provvida manutenzione strutturale.
Anzi, perfino i sopralluoghi sono stati praticamente eliminati.
Certo, ogni tanto qualcuno lancia l'allarme sulla tenuta
strutturale dei condotti. Ma non si sente. E non si vede
che cosa succede sotto la citt.
Le fogne di Milano, la rete storica si intende, i recessi
pi remoti degli intestini della citt, sono un mistero che
non si vede. Eppure i luoghi potrebbero essere carichi di
un fascino inedito: non solo sommerso, anche piuttosto
tetro e magari un poco ripugnante. Ma denso di affascinante
mistero. Lo ha capito la municipalit di Parigi, che
ha allestito un visitatissimo percorso museale delle fogne
della citt. Oltre 2300 chilometri di condotti quasi
interamente scavati e rivestiti durante l'et napoleonica,
che, percorsi, riportano l'immaginazione alla scoperta
di colonie umane di pitocchi che di giorno stanno
nascosti tra i cunicoli e di notte sciamano per la citt
protetti dalle ombre e dal silenzio. O vivai di spaventose
creature aliene, o di elfi delle tubature, oppure di alligatori
albini.
Qui a Milano sarebbe un viaggio sconvolgente dentro il
corpo urbano, ma anche nell'inconscio tormentato della
citt, centro razionale con segreti sepolti che non sono mai
stati scandagliati.

ROVINE DI BELLE EPOQUE
IN PIAZZA OBERDAN.

L'ultimo ad andarsene  stato il barbiere, il signor Aiello,
a met degli anni Duemila. Ha lasciato gli arredi del salone
come li aveva trovati, trentacinque anni prima. E come
li avevano trovati i suoi predecessori, fin dal 1925. Poi 
crollato tutto come un relitto in disarmo, come quei vecchi
transatlantici pionieri che arrancano verso l'ultimo approdo
e poi si schiantano a pezzi. Stucchi che cedono, boiserie
che rovinano cigolando, bronzi che anneriscono e si
ossidano, specchi che si frantumano a schegge e mosaici
che si spezzettano.
Le Terme di Diana, in piazza Oberdan, sono oggi un misterioso
monumento sotterraneo che va in rovina come
una catacomba antica. Anche le sue vestigia superiori, la
pensilina liberty che d su via Tadino, che respira ancora
l'aria inquinata di Porta Venezia, sembra un frammento
di piramidi azteche consumate dalla foresta. In quella
piazza, per fortuna, si stagliano, ancora spavaldi, tigli centenari
giganteschi.
I luoghi resistono all'attacco del vuoto, del silenzio e dell'abbandono
come organismi vivi che respirano insieme a
chi li abita e li frequenta. Sorprende la reazione di disfacimento
rapido che distrugge gli ambienti umani una volta
che l'ultimo uomo se ne va. Come se gli esodi o gli esili
trascinassero con s anche l'anima della materia occupata
dalle persone.
La piccola scultura di Diana bambina, protetta da una
preziosa edicola a mosaico, era un carneo del liberty tardivo
milanese, accoglieva turisti e residenti privi di bagno in
casa alle terme, al secolo Albergo diurno di Porta Venezia.
Oggi sembra il corpo incenerito e imbalsamato di una vittima
di Pompei nell'ultimo gesto vitale.
Delle terme di Diana nessuno sa pi che cosa poterne fare,
come riuscire a recuperarne gli ambienti. Ogni ipotesi
di restauro  caduta: la Provincia aveva dichiarato di volerne
fare un distaccamento della cineteca attigua, ma l'intenzione
si  persa nelle secche dell'indisponibilit di denaro
pubblico.
Non lo stesso destino di oblio ha dovuto sopportare il primo
albergo diurno milanese, affettuosamente chiamato il
Cobianchi, dal nome dell'ingegnoso imprenditore bolognese
che lo apr, Cleopatro Cobianchi, proprio nel centro
esatto di Milano, in piazza Duomo, nel 1924.
Fino ai primi anni Duemila i milanesi e i turisti si chiedevano
con smarrimento dove portasse l'elegante accesso
sotterraneo che si apre all'imbocco del porticato della piazza
con via Silvio Pellico. A pochi scalini sotto terra, contornati
da un prezioso corrimano in ottone, un'insegna
sbiadita sopra una porta chiusa porta il nome di Albergo
diurno Cobianchi. Ma in pochi sapevano di che cosa si trattasse.
Ebbene, era stato, durante gli anni fra le due guerre
mondiali e oltre, fino ai primi anni Settanta, il bagno di servizio
della citt: docce, vasche, barbiere e manicure, lavanderia e
stiratura per turisti e milanesi senza servizi igienici
in casa. Dal 2003  di nuovo aperto, grazie all'intervento
del Comune, che ne ha fatto un info point turistico, uno
sportello per l'acquisto di biglietti per teatri e concerti e
una sede di accoglienza per l'Expo del 2015.
I Bagni Diana, a Porta Venezia invece, per ora sono un
piccolo museo dell'arredo del Novecento in stato di obsolescenza.
Il Comune ha probabilmente perso le chiavi
dell'unica porta d'accesso, dalle scale della metropolitana.
Della seconda apertura, abbellita da motivi art nouveau in
ferro e vetro colorato si sono gi perse le tracce da decenni.

LE STANZE SEGRETE DEL RE
A CAVALLO IN PIAZZA.

La piazza centrale di Milano poggia su una vastissima
intercapedine di loculi, passaggi, cavit stratificate sopra
molti secoli di storia. Gli scavi della metropolitana, negli
anni Cinquanta e Sessanta, diedero pi lavoro sia agli archeologi
che agli operai del sottosuolo. A vari livelli sotterranei,
custoditi oggi sottovetro ai lati dei camminamenti
che danno accesso a tornelli e binari, si incontrano
pezzi di strade romane, osculi in pietra di antichissime caditoie
fognarie, fondazioni di porticati e mosaici pavimentali.
Per non dire del sottofondo del Duomo, che 
stato edificato su almeno un paio di protobasiliche antecedenti,
e forse un tempio celtico originario. E non sono
da dimenticare le vaste cantine della Galleria Vittorio
Emanuele, servite come soccorso antiaereo, tutt'oggi utilizzate
come depositi di materiali di restauro, come magazzino
di cantiere - interrato - del grande salotto buono
di Milano.
Da poco tempo, sebbene i sospetti fossero cominciati a
serpeggiare gi da qualche anno, si  scoperto che sotto
piazza Duomo ci sono anche sette stanze segrete. Nessuna
apertura, nessun varco nascosto, niente botole o passaggi
invisibili. Il mistero del piano interrato che sorregge
il monumento equestre a Vittorio Emanuele - che i
milanesi rappresentarono plasticamente a cavallo, mentre
fa il suo ingresso trionfale al centro della piazza pi
centrale di Milano nell'atto di fermarsi di fronte al grand
passage della Galleria -  stato svelato nella primavera
del 2012.
Detta cos, sembra l'unico mistero rivelato di questo
elenco, ma tuttavia qualcosa di poco chiaro, di misterioso
c'. Cavit fondazionali, sono state definite le
stanze sotterranee del monumento, portate alla luce da
una sonda elettronica infilata in un pertugio scavato dal
personale addetto agli studi necessari, per procedere a
un celere restauro, a causa del deterioramento del manufatto.
L'intervento  stato concluso a met del 2012, ma il mistero
cominciava a prendere forma a gennaio, quando le
prime rilevazioni lasciavano intravedere un tunnel sotto il
monumento. Si decise dunque di sollevare uno dei lastroni
in pietra attorno alla statua per andare a constatare di persona.
E le ispezioni degli operai hanno condotto a nuove,
inattese scoperte.
Il vano sottostante  circondato da ambienti laterali a cui
si accede attraverso archi a sesto ribassato, sette locali in
tutto, foderati di mattoni rossi e rudimentali intonaci scrostati.
Il Comune ha annunciato lieto la scoperta, perch l'esistenza
di cavit fondazionali coeve al monumento (inaugurato
nel 1896) e ancora finibili, avrebbe facilitato assai
il lavoro di consolidamento necessario alla sicurezza dell'opera.
Ma davvero non c'era da aspettarsi che l sotto vi
fossero dei vani accessibili che consentissero ulteriori interventi
sulla struttura soprastante?
E poi, perch le stanze segrete di Vittorio Emanuele a cavallo
non erano censite in nessun registro del demanio?
Si troveranno altre sorprese in fondo al basamento della
pi grande scultura pubblica che abita in piazza Duomo?

QUANDO IL GRANDE ORIENTE
SORGEVA A MILANO.

La massoneria ha radici storiche nel cuore della Penisola
italiana, tra la Toscana e il Lazio, con propaggini tentacolari
verso sud e sedi forti in Sardegna. Gli annali storici milanesi
riportano informazioni flebili riguardo gli insediamenti
massoni sotto la Madonnina, eppure non poca parte
della storia oscura del Regno, e poi della Repubblica,  scivolata
tra i Navigli. E con i segni, pi o meno svelati, dei
liberi fratelli muratori.
Un primo tentativo di fondazione ufficiale della Massoneria
a Milano, in pieno Settecento, fu stroncato dal governo
austriaco, anche se gli adepti continuarono a radunarsi
in segreto per tutto il Diciottesimo secolo. Fino a
quando, scomparso l'Ancien Regime, fu Napoleone Bonaparte,
nel 1805, a suggellare la rinascita ufficiale della
Massoneria in Italia. Proprio con sede centrale a Milano,
e imponendo il figlio della moglie Giuseppina, Eugenio di
Beauharnais, come Gran Maestro del grande Oriente
d'Italia.
A Milano e in Lombardia proliferarono le logge massoniche.
Tra i massoni celebri della storia milanese, Andrea
Appiani, Vincenzo Monti, Melchiorre Gioia e Ugo Foscolo.
Tra segretezza e ufficialit, i massoni meneghini ebbero
ruolo non piccolo nel Risorgimento e nella formazione
dei governi unitari repubblicani.
Il Novecento, definito Secolo breve per la grande accelerazione
che ha imposto ai progressi scientifico-tecnologici
risultati ritenuti impensabili solo qualche decennio prima,
ha eletto Milano a sede geografica delle innovazioni rapide,
fra le pi significative della storia. E spesso accelerate
dalle turbine nascoste della Massoneria. Proprio a Milano,
all'inizio del secolo, nasceva il Partito nazionale fascista
sotto gli auspici del capitale ebreo e della massoneria. Nel
sedimento pi denso di quella miscela sociale
plutogiudaicomassonica che in seguito Benito Mussolini rinneg
e condann, con tanto di formula linguistica a effetto.
Negli anni Sessanta del boom economico, e di Milano capitale
morale ed economica, ecco infittirsi il mistero delle
logge, con l'importazione dagli Stati Uniti, proprio su iniziativa
di un gruppo di massoni milanesi, dell'impenetrabile
Rito di York, il pi complesso ordine di perfezionamento
della fratellanza.
Senza voler menzionare il pi clamoroso caso, che occup
le prime pagine di tutti i quotidiani nazionali durante i
primi anni Ottanta: lo scoppio dello scandalo della Loggia
p2. L'obbiettivo pi ambito di Licio Gelli, gran maestro della
loggia deviata, era quello di impossessarsi del Corriere
della Sera, quotidiano milanese e primo quotidiano nazionale,
per condizionare la politica e la societ cos come
previsto nel suo programma occulto di potere. Operazione
che riusc - fino a quando non fu svelata con grande scandalo
nazionale - con i soldi della famiglia Rizzoli, che non
furono sufficienti, e sotto la direzione di Franco Di Bella.
Ma i nomi degli iscritti alla loggia di Gelli componevano
un elenco piuttosto rappresentativo di ogni genere e livello
di potere in Italia. Anche del potere politico e mediatico che
avrebbe conquistato l'Italia negli anni a venire: nomi come
quelli di Silvio Berlusconi e di Maurizio Costanzo. Ma questo
epilogo non gode ancora di accertamenti storici.
In un rapporto storicamente piuttosto recente, sui livelli
di organizzazione della massoneria locale, si apprende che
le logge a Milano sono ventisette e gli iscritti praticanti circa
ottocento. Numeri ufficiali, divulgati proprio dall'interno
dell'organizzazione, per sfatare il mito pauroso degli inquietanti
misteri orditi sotto la cupola della clandestinit.
Gi, ma Milano, durante gli ultimi decenni della vita nazionale,
 stata anche teatro di vicende molto poco rassicuranti.
E irrisolte.

LA BANCA DI DIO SOTTO
LE GUGLIE DEL DUOMO.

Non si pu governare la Chiesa con le Ave Marie. La
citazione  stata raccolta dall'Observer nel 1986, attribuita
a Monsignor Marcinkus, presidente dello IOR, Istituto
delle Opere Religiose, ovvero la Banca Vaticana. Lo Stato
Pontificio, entro i confini del Tevere, somministrava ecumeniche
preghiere, ma dentro il Vaticano lo IOR agiva con
i capitali del Banco Ambrosiano, istituto di credito fondato
alla fine del 1800 per amministrare i beni della borghesia
cattolica e delle diocesi lombarde. La sede, in piazza Paolo
Ferrari, la stessa del teatro dei Filodrammatici.
Il Banco Ambrosiano fu fondato da un avvocato milanese,
Giuseppe Tovini, e per sessantanni mantenne il rigore
disciplinato e timorato di Dio di una banca a forte vocazione
etica, lontana da ogni temerariet affaristica.
Ma a partire dalla fine degli anni Cinquanta, crebbe rapidamente
dentro l'istituto la carriera di Roberto Calvi,
entrato come modesto impiegato e morto misteriosamente
sotto il ponte londinese dei Black Friars (Frati Neri) il 17
giugno 1982, quando ricopriva il ruolo di presidente del
Banco Ambrosiano. Quattro giorni dopo, il 21 giugno, il
governo italiano, su proposta della Banca d'Italia, sciolse
il consiglio d'amministrazione del Banco Ambrosiano e
ne decret la fine. L'istituto sar rifondato con i capitali di
altre grandi banche italiane fino a confluire, al termine di
una serie di acquisizioni e cessioni finanziarie durato fino
ai giorni nostri, nel gruppo Intesa San Paolo.
Durante gli anni della direzione Calvi, il Banco Ambrosiano
divenne una potente e misteriosa banca d'affari da
cui transitarono, come dimostrarono le carte di lunghi processi,
soldi riciclati della mafia italiana e americana, sovvenzioni
vaticane a movimenti rivoluzionari dell'Est Europa,
in particolare il polacco Solidarnosc, e del centro e
sud America, in particolare i Contras del Guatemala. Roberto
Calvi, consacrato nel salotto buono della finanza italiana,
seppure malvisto da molti degli esponenti delle dinastie
storiche di banchieri, avvi una fitta e ancora non
ben precisata relazione con i membri della Loggia P2,
braccio spietato della massoneria nostrana, ed entr in affari
con la mafia e con il faccendiere siciliano Michele
Sindona, nel 1968. Sette anni dopo, nel '75, Sindona present
Licio Gelli a Calvi e il banchiere di Dio, come lo
chiam il giudice Mario Almerighi, fra i primi a indagare
sulle trame vaticane, entr nella loggia il 23 agosto di
quell'anno.
Dietro agli sportelli del Banco, durante e dopo quei fatti,
passarono carte segrete che testimoniano oggi, in una misura
non ancora ben stabilita, rapporti con la massoneria
deviata della Loggia p2 e con il terrorismo, contabilit occulte
svelate da altri giudici, come Emilio Alessandrini,
che mor per un attentato di Prima Linea.
Con la storia del Banco si intrecciano anche altri misteri
irrisolti della vita nazionale: la scomparsa di Emanuela
Orlandi, ad esempio. Un mistero romano che ha diramato
anche una misteriosissima pista milanese.
La pacifica e appartata piazzetta del cuore pulsante della
Milano economica, ha pareti dove sono murati per sempre
i segreti pi sconvolgenti d'Italia.

ENRICO CUCCIA, IL PASSANTE
CURVO DI PIAZZA SCALA.

Fino alla tarda primavera dell'anno Duemila piazza Scala
era attraversata, ogni mattina presto, da un piccolo uomo
ricurvo. La figura ritorta avvolgeva un involto di quotidiani.
Il tutto procedeva avvolto in un impermeabile e un cappello.
L'uomo, ultranovantenne, camminava con una certa
speditezza, lasciava una scia di colonia dopobarba da salone
di una volta. Infatti arrivava dall'antica barberia di una
traversa di via Manzoni, dove andava a radersi ogni mattina
prima di recarsi, sempre a piedi, negli uffici di Mediobanca,
in via Filodrammatici.
Spesso il minuscolo e anonimo passante era riconosciuto
e seguito da una torma di cronisti di cui non sembrava accorgersi,
tanto era indifferente alle loro richieste.
Da Enrico Cuccia, classe 1907, patrono italiano della finanza
del dopoguerra, fondatore di Mediobanca e ispiratore
di innumerevoli cordate, fusioni, acquisizioni e liquidazioni,
i reporter avrebbero voluto avere un milione di risposte
sui misteri dei soldi.
Invece lui, in pensione ufficialmente dagli anni Ottanta,
ma in servizio attivo come grande vecchio del capitalismo
nazionale, non guardava nessuno, non rispondeva a nessuno.
Cuccia non era milanese, era nato a Roma da genitori siciliani
di etnia arbereshe greco-albanese, ma a Milano aveva
fondato la sua banca d'affari. E Milano, bruciando ogni
record, intitol la piazzetta dove si affacciano gli uffici di
Mediobanca proprio a lui, a soli due mesi dalla sua morte.
Cuccia fu massone, staffetta partigiana con la Svizzera,
ma prima dimostr fedelt a Mussolini lavorando in Africa
come esperto di scambi valutari. Si leg, nel privato e nel
pubblico, a due nomi influenti per la storia d'Italia: Enrico
Mattioli, cofondatore di Mediobanca, e Alberto Beneduce,
fondatore dell'IRI e suocero. Cuccia spos una delle sue figlie:
Idea Nuova Socialista (c' da chiedersi in che modo
abbreviasse il nome della moglie quando le rivolgeva domestici
vezzeggiativi).
Fra i grandi misteri della sua vita, uno su tutti ha contorni
inquietanti: il rapporto con Michele Sindona, siciliano pure
lui, mandante dell'omicidio dell'avvocato Giorgio Ambrosoli,
commissario liquidatore della Banca Privata Italiana
gestita da Sindona.
Secondo Michele Sindona, Cuccia aveva architettato un
complotto contro di lui attraverso un sistema di controllo
segreto sul tribunale di Milano. Il faccendiere siciliano
aveva anche prodotto una documentazione in tribunale a
sostegno della sua tesi. Sindona denunci Cuccia per falso
in bilancio ma questi ne usc prosciolto. In seguito Cuccia
sub un attentato davanti alla porta di casa, in via Maggiolini,
dove esplose un ordigno.
Al processo sull'omicidio del giudice Ambrosoli, in cui
era imputato Sindona, Cuccia testimoni contro di lui, giurando
che l'imputato stesso gli aveva confidato il progetto
omicida nell'aprile 1979 a New York. Poich il delitto avvenne
l'11 luglio dello stesso anno, i giudici chiesero conto
della mancata informazione alle autorit, e Cuccia rispose
che non disse nulla per sfiducia nei confronti dello Stato.
I legali di Cuccia precisarono che il loro assistito aveva immediatamente
dato mandato di informare la Procura delle
intenzioni di Sindona, che per sarebbero state sottovalutate.
Affermazioni che furono smentite dai giudici.
Secondo le carte processuali, Cuccia sapeva della preparazione
del delitto Ambrosoli, ma non intervenne per impedirlo.

MILANO CAPITALE (IN
SECONDA) DEL SATANISMO.

Qualcuno direbbe: senza dubbio Torino. O magari Padova.
Invece  Trieste la capitale nazionale del satanismo. Ma
poich non ci occupiamo n di Torino n di Trieste, risulter
sorprendente che, dopo Trieste, sia Milano la vice capitale
del satanismo in Italia. E non Torino, o Padova.
Una stima della seconda met degli anni Duemila, a cura
del CESAPA (Centro Studi sugli abusi psicologici), contava
almeno una decina di gruppi satanisti a Milano e provincia,
con una schiera di almeno centocinquanta aderenti.
Si trovano, in giro per la citt, simboli demoniaci impressi
a pennarello o spray su muri e pareti, o bizzarri personaggi
a passeggio per le vie del centro che sembrano usciti
fuori da una puntata della Famiglia Addams. Un giorno di
qualche anno fa, intorno alla stazione Centrale, razzolavano
galli e galline imbrattati di miele e aceto, adornati con
fiocchi funerei, pollame scampato a qualche sacrificio di
rito voodoo o anticristiano.
A Milano. Non a Port au Prince. O a York.
Il fenomeno si spiegherebbe con la composizione eterogenea
del tessuto sociale milanese: gente che viene da
ogni parte del mondo e che ricava suggestioni di vita da
ogni possibile spunto. Secondo gli esperti del CESAPA,
incaricati anche della redenzione e del riequilibrio degli
adepti, la causa prima del proselitismo di Mefistofele sta
nella tendenza, sempre pi umana, all'autoesaltazione personale,
alla religione di se stessi insomma, al culto di quello che viene definito anche come carattere prometeico
dell'individuo.
Molte persone, in pratica, nella contesa personale con
Dio, con cui si sentono per lo meno alla pari, ne diventano
avversari sul piano rituale. In definitiva, gli adepti del diavolo
a Milano, citt capitale della competizione e della performance,
si abbandonano alle loro messe nere per celebrare
la lotta e la vittoria sull'Essere universalmente riconosciuto
come Supremo.
Nel 2003 Milano accolse, non senza polemiche, il primo
concerto in Italia di Marilyn Manson, che dai fan si fa chiamare
il reverendo, che sua moglie, Dita Von Tieser, regina
del burlesque, invidia per il make up fino al punto di affermare
con piccato sarcasmo che l'unica persona che si
trucca pi di lei  suo marito. Insomma, l'apostolo di Satana
in persona che comunica attraverso la musica rock (un
clich ormai portato alle conseguenze pi estreme). Milano
attrasse decine di migliaia di giovani e meno giovani adoranti
del verbo sguaiato del loro idolo, la citt sembrava
una succursale del purgatorio al confine con i cerchi inferiori
dell'aldil. Da quella volta, Manson torn altre tre
volte a Milano, senza polemiche, salvo quella formale del
patrocinio civico al suo concerto, e radunando torme sempre
pi assatanate di seguaci.
Ma gli araldi del demonio camuffati da star dello show
business sono un conto, ben altro discorso  il fenomeno
meno manifesto delle adesioni a gruppi satanici organizzati
per compiere riti a volte efferati. Le Bestie di Satana hanno
colpito anche a Milano, sebbene il quartier generale fosse
nelle campagne di Gallarate.
Meno male che i casi sembrano in diminuzione, soprattutto,
sempre a parere degli psicologi che assistono gli indemoniati
a ritrovare la via del bene, grazie all'allontanamento
progressivo dalla soglia temporale dell'anno Duemila,
data presunta per l'arrivo annunciato dell'anticristo.

LA PESTE FALCIA E IL DIAVOLO FA FESTA.

Monatti incappucciati e maleodoranti raccolgono cadaveri
di appestati e li caricano come rifiuti sui loro carri cigolanti,
passano accompagnati da tristi campanelli su una
carreggiata di fango e liquami. Sopra le teste dei sopravvissuti
e sopra i corpi consumati di oltre mille milanesi, falciati
ogni giorno dal morbo, infuria una festa satanica.
Ogni sera, ogni notte dell'annus horribilis 1630, il diavolo
gode con tutti i suoi invitati.
C' chi racconta di avere visto coi suoi occhi molte larve
sedute a congresso da un uomo con aspetto di principe
ma con la fronte infuocata e occhio fiammeggiante. 
questa la testimonianza di un povero contadino, capitato
per chiss quale fortuito caso a quel desco. Ma c' anche il
resoconto pi dettagliato e distaccato di un anonimo cronista
dell'epoca che descrive il diavolo come un uomo di
anni cinquanta in circha con barba quadra et longa, n magro
n grasso, n bianco n nero. Comparisce ogni giorno
in carrozza superbissimo con sedici staffieri giovani, sbarbati,
vestiti di livrea verde dorata et con assai copia di gioie
e sei cavalli tirano la sua carrozza. I sei cavalli, come
qualcun altro riferisce, erano neri come il fumo dell'inferno.
E per altri ancora, la carrozza era dotata di mute che
contavano fino a dodici cavalli, sempre neri come pece dei
fiumi dell'Ade.
Il personaggio misterioso che si muoveva disinvoltamente
tra le strade percorse dagli aliti pestilenziali, protetto da
un'inquietante immunit, era Lodovico Acerbi, marchese
di Cisterna, arrivato da Ferrara nel 1615, chiamato dal governo
spagnolo, e dimorante nell'attuale corso di Porta Romana
numero 3, dove ancora esiste il suo palazzo, acquistato
da Pietro Maria Rossi, conte di San Secondo, e ristrutturato
in fastoso barocco. Il marchese si conquist la fama
di uomo spietato, irascibile e violento, oltre che di impenitente
peccatore di gola e di alcova. Ma il suo mistero  inchiodato
alla fama esoterica che avvolse il suo passaggio
nella Milano spagnola, che proprio in quel periodo impresse
alla storia cittadina le stimmate rovesciate di Satanasso.
Perci fu chiamato Il diavolo di Porta Romana.
La peste bubbonica, non senza pi di una ragione, fu vissuta
all'epoca come un flagello demoniaco, come un'incursione
di legioni intere di demoni armati di falce. Ma
l'Acerbi sopravvisse, infliggendo decapitazioni e impiccagioni
per untori e traditori del governo borbonico, seminando
il terrore anche fra gli esponenti locali della nobilt
pi intoccabile, spassandosela come un forsennato in orge
e festini durante le notti appestate dal morbo e squassate
dai rantoli dei morenti.
La dimora divent una famosa attrazione dannata, durante
il Seicento, proprio a causa della leggenda che ospit. Il
marchese combatteva la peste con ricevimenti ogni notte
pi opulenti e chiassosi. Mentre l'epidemia spazzava via le
anime e la crisi economica falciava le sacche dei milanesi,
il nobile venuto da Ferrara dilapidava sostanze enormi per
i suoi osceni banchetti. Che sembravano rimpinguarsi miracolosamente
dopo ogni sperpero.
Il marchese Acerbi sopravvisse alla peste. E cos anche
tutto il suo seguito e tutti i suoi gaudenti invitati.

I MIRACOLI A MILANO DEL PRET DE RATAN.

Difficile immaginare una storia di culto e di devozione, di
miracoli e di guarigioni, di taumaturgia e di santit terrena
ambientata a Milano, capitale del raziocinio, della scienza
e della tecnica. E sede centrale nazionale della rigida matematica
economica (oggi ormai anche un poco cinica).
Milano ha eletto un patrono guerriero e contabile come
sant'Ambrogio, non un prodigioso liquefattore del suo
stesso sangue, eternamente redivivo come san Gennaro.
Eppure Milano ha avuto il suo Padre Pio, il suo piccolo
patrono popolare, il suo guaritore misterioso: il Pret de Ratan. In lingua, il Prete di Retenate.
Retenate, frazione alle porte della citt e ultima minuscola
diocesi da cui provenne stabilmente don Giuseppe Gervasini,
al secolo e per tutti i fedeli ambrosiani che sono stati
toccati dal suo umile crisma, il Pret de Ratan, appunto.
Nato nel 1867, il primo giorno di marzo, a Sant'Ambrogio
Olona, nel varesotto, don Gervasini riusc a convincere
la sua modesta famiglia a incentivare la sua vocazione. Di
benefattore dell'umanit, prima ancora che di sacerdote.
Ma certi talenti, in certe epoche, sono tout court indirizzati
all'ordinazione sacra. Anche se il loro cursus honorum non
 sempre premiato dalle autorit ecclesiastiche.
Il Pret de Ratan, cos come ancora oggi  ricordato dalle
centinaia di devoti che pregano sulla sua tomba al cimitero
Monumentale, crebbe al quartiere Isola, ai suoi
tempi malfamato, oggi ricercato dalle lite culturali ed
economiche, fu ordinato nel Duomo nel 1892 e port il
suo officio per parrocchie e cappelle minori in tutta la
Lombardia. Assistette le anime che gli furono delegate
per la cura terrena, port conforto e luce, ma soprattutto
pratic cataplasmi, impose le mani su arti e fibre distorte,
malate, ulcerate. Ammann ricette di decotti e unguenti
miracolosi, che effettivamente compirono miracoli di
guarigione. Il Pret de Ratan divenne famoso nel mondo
piccolo degli umili per le sue capacit taumaturgiche, per
i suoi miracoli.
Ma la Chiesa ufficiale della diocesi illuminata dal rigore
dogmatico del Cardinal Ferrari, gli confer una sospensione
a divinis, nel 1901, su tenace istigazione del conte
Alessandro Greppi, titolare per diritto divino del territorio
su cui insisteva la diocesi del parroco dei miracoli. La Rivoluzione
Francese non aveva ancora del tutto abbattuto
l'abitudine al privilegio di casta nelle terre di Milano.
Don Gervasini dovette attendere la concessione di una
casa a Milano, in via Fratelli Zoia - nel quartiere di Baggio, a due passi da quella cascina Linterno che fu dimora
del Petrarca - per tornare a praticare la sua magia cristiana,
sotto gli auspici di un ben pi tollerante cardinale,
Ildefonso Schuster, divenuto arcivescovo di Milano.
E la gente di Milano affollava il vestibolo della casa di
Baggio, per ottenere intercessioni e viatici, per guarire,
per sentirsi meglio.
Il Pret de Ratan pratic la sua arte divina fino alla morte,
nel 1941. Il popolo, che cur e guar, volle che fosse sepolto
al Monumentale. La tomba che gli fu concessa era in
uno spazio troppo angusto per contenere le file di fedeli
che ogni giorno, ancora, venerano la sua memoria. Cos il
piccolo sepolcro fu spostato, in un'area pi accessibile ai
molti miracolati del Pret de Ratan.

13 GIUGNO 1933, QUANDO UN
UFO CADDE SU MILANO.

D'ordine personale del Duce disponesi assoluto silenzio su presunto
atterraggio su suolo nazionale at opera aeromobile sconosciuto Stop
Confermasi versione pubblicanda diffusa dispaccio Stefani odierno
stop Idem versione anche at personale e giornalisti Stop Previste max
pene per trasgressori fino at deferimento tribunale sicurezza dello Stato
stop Per immediata conferma ricevimento stop Direzione affari
speciali.
Questo il testo del dispaccio urgente, priorit assoluta,
pervenuto dall'agenzia di stampa Stefani (progenitrice
dell'attuale ansa) a tutte le redazioni dei quotidiani milanesi,
al termine di una giornata molto particolare per
Milano: il 13 giugno 1933, alle 16. Dopo circa un'ora, un
altro perentorio e minaccioso telegramma, ancora pi severo.
D'ordine personale del Duce disponesi immediato dicesi immediato
arresto diffusione notizia relativa at aeromobile natura et provenienza
sconosciuta di cui at dispaccio Stefani data odierna hore 7 et 30 Stop
Disponesi istantanea rifusione eventuali piombi giornalistici recanti
detta notizia Stop Previste max pene per trasgressori fino at deferimento
tribunale sicurezza dello Stato Stop.
Gli ordini per i giornalisti del regime sono del pomeriggio,
ma fin dalla mattina l'agitazione tra Roma e Milano
era pi alta che prima di uno sbarco angloamericano.
La mattina era calda, quel giugno dell'anno XII dell'era
fascista, quando il cielo di Milano fu attraversato dal volo
radente di un oggetto sconosciuto, che piomb sulle campagne
circostanti. Mussolini fu immediatamente allertato e
l'efficientissima censura dell'epoca diffid chiunque, fra i
testimoni civili e i giornalisti, dal darne notizia o dal
farne parola. Pena, la deportazione a Ventotene.
Il misterioso oggetto volante, a quanto si apprese dalle ricostruzioni
liberate dalla censura del Ventennio, sarebbe
stato trasportato nei sotterranei degli stabilimenti Caproni,
in via Mecenate, dove oggi ci sono gli studios televisivi,
le gallerie degli artisti e dei designer e altre attivit creative.
In seguito i presunti resti dell'ufo sarebbero invece stati
trasferiti in un magazzino della SIAI-Marchetti a Vergiate.
La versione ufficiale, concessa ai cronisti dell'epoca, fu
quella della caduta di un meteorite, ma si sa che l'intera aeronautica
militare, la polizia politica e i servizi segreti del
Fascismo si mobilitarono dopo il misterioso evento. Il caso
 stato rivelato negli anni passati da due ufologi del CUN
(Centro Ufologico Nazionale), che si sono visti recapitare
documenti riservatissimi siglati con una misteriosa lettera
F e che riproducono uno scambio epistolare, relativo all'episodio
milanese, tra Mussolini e il genero e ministro
degli Esteri Galeazzo Ciano. Le lettere proverrebbero dagli
archivi di un fantomatico Gabinetto RS/33 (Ricerche Speciali,
anno 1933? Non si sa di preciso), fatto allestire da
Mussolini dopo il ritrovamento dell'UFO, e fanno rifermento
anche a un certo caso Moretti, persona non meglio
identificata, a cui sarebbe stato impedito di parlare di quanto
aveva visto (era un testimone oculare della caduta dell'UFO?)
e che, per tutta sicurezza, fu anche internato in manicomio.
L'area dove fu ricoverato l'aeromobile sconosciuto  oggi
stata stravolta da successive ricostruzioni, e forse i reperti
sono stati distrutti. Ma forse qualcosa  rimasto. Ma
occorrerebbe scavare sotto i loft e gli studios.

OROSCOPI SPAZIALI SUI MURI DI SEREGNO.

Negli anni passati si sono diffusi - non per via editoriale
- alcuni vocabolari ritenuti indispensabili per salvarsi dai
ladri di appartamento, soprattutto se zingari. Era diventata
quasi una moda culturale passarsi via mail i codici cifrati
in uso tra i saccheggiatori estivi di case. Tre tacche: casa
gi svaligiata. Un rombo: casa disabitata. Un triangolo:
donna sola. Un cerchio barrato da una croce: inutile insistere.
Ma si arrivava anche a decifrazioni complesse, e
addirittura commoventi: una testa di orsacchiotto stilizzata
corrispondeva a non rubare, non fare danni, bambino
handicappato.
I segni lasciati dalle staffette dei topi d'appartamento per
avvertire gli esecutori dei furti sono certamente cambiati
nel giro di qualphe settimana dalle prime divulgazioni dei
loro codici, ma quello che non si  ancora riusciti a comprendere
sono certi segni sui muri che con i ladri non hanno
nulla a che fare, anche se sulle prime sembravano le loro
tracce.
Graffiti dallo spazio. O da altri mondi paralleli. O dal
passato siderale. Chi lo sa? I segni e i simboli che sono cominciati
ad apparire sui muri pubblici di Seregno, quieto
Comune nel milanese, hinterland nord, intorno all'anno
2003, hanno seminato una inquietudine sottile e costante
negli abitanti locali e sollevato le ipotesi pi vaghe da parte
degli esperti di mistero. Simboli dell'oroscopo allineati o
sovrapposti come geroglifici, o come remoti alfabeti
ideogrammatici. Oppure simbologie extraterrestri.
Sulle pagine dei quotidiani locali l'interesse per il fenomeno
era andato crescendo, a partire da cronache scettiche
e caute, fino alla pubblicazione di interviste tecniche a
esponenti esperti di cose misteriose.
Prima il racconto di incursioni vandaliche di ignoti imbrattatori,
con le rassicurazioni, da parte dell'amministrazione
comunale, che sarebbero stati concessi spazi dedicati
ai writer per arginare la diffusione delle scritte a spray sugli
edifici pubblici. Anche se il sindaco dell'epoca, Gigi Perego,
ammise sconsolato che la soluzione non interessava affatto
i writer convocati.
Poi per, mentre i graffiti ordinari continuarono a germogliare
sui muri, ecco comparire i misteriosi grafemi, mattino
dopo mattino. Ed ecco spuntare dalle colonne dei media
locali i commenti dei portavoce del CROP (Centro Ricerche
Operativo sul Paranormale), organizzazione attiva proprio
in quel territorio. Si tratta di simboli zodiacali e planetari
di non facile lettura, rivelava Giorgio Pastore (CROP) il 28
aprile 2003 al Giornale di Seregno. Chi li ha realizzati
non  certo uno sprovveduto. Il fatto  che oltre a significare
movimenti planetari, tali graffiti possono essere anche
interpretati con lettere e numeri e potrebbero contenere anche
messaggi particolari.
Stessa mano, stesso tipo di spray utilizzato. Cinque i punti
della citt dove le scritte sono apparse in modo quasi
simultaneo e poste in posizioni di grande visibilit. Questi
gli elementi analizzati dagli esperti di paranormale, per il
resto solo interrogativi senza risposta: Perch segnare con
tanta cura segni zodiacali in diversi punti della citt?, si
interrogava Pastore. Solo il pasticcio di qualche dotto
imbrattatore o si tratta di qualcos'altro?. Senz'altro, dichiarava
l'esperto: Non sono segnali di comunicazione tra
bande. Di solito non usano questi segni.

IL SEGRETO DELLE SCIE SOPRA MILANO.

Per gli amanti delle pi avanzate teorie del complotto sar
opportuna la segnalazione di un certo numero di blog interamente
dedicati all'analisi delle scie chimiche che solcano
i cieli di Milano. Basta cliccare su un motore di ricerca
qualsiasi a disposizione sulla rete le parole chiave facilmente
ricavabili dal presente capitolo per incappare in
quello che si cerca.
Le cosiddette Chemtrails, da qualche anno scoperte e
imputate di essere uno strumento ineffabile di coercizione
dell'ambiente e delle menti, sono monitorate in modo costante
da solerti appassionati della materia, sotto l'etichetta
net di Scie persistenti su Milano.
C' stato un tempo felice della storia personale di ciascuno
di noi in cui era bello sdraiarsi sull'erba fresca di
un prato a primavera per guardare il cielo e i suoi disegni
infiniti, cangianti e liberi. E immaginare che la fantasia
dell'universo fosse talmente illimitata che il suo spettacolo
sarebbe bastato ad affascinare un'intera vita. Oggi,
quello che resta dell'immaginazione di certi bambini che
sono cresciuti guardando troppo il cielo  codificato in
una teoria parascientifica che prende il nome di Scie chimiche.
Il mistero  fittissimo, dal momento che nemmeno i sostenitori
di tali supposizioni complottistiche sanno indicare
quali possibili ragioni e fini vi possano essere nella supposta
disseminazione di sostanze gassose dalla composizione
ignota, rilasciate da presunte macchine installate sugli aerei,
a opera di inconoscibili fautori, per inspiegabili fini distruttivi.
Secondo coloro che si dedicano all'esame del cielo, il pericolo
pi grave degli oscuri disegni geometrici tracciati
dalle turbine degli aerei sarebbe l'alterazione dell'ambiente.
Minaccia, del resto, in buona parte condivisibile se si
considerano gli scarichi nocivi dei jet.
I sostenitori di tali teorie, nate intorno alla met degli anni
Novanta negli Stati Uniti, affermano che le Chemtrails sono
distinte dalle normali scie di condensazione lasciate dai
jet nell'atmosfera. Infatti le scie chimiche avrebbero la tendenza
a persistere pi a lungo nel cielo e a espandersi, anzich
scomparire. Un certo Jeff Rense, che insieme a un tale
Art Bell conduce negli USA un programma radiofonico
sui misteri, afferma: Le scie chimiche inizialmente sembrano
normali scie, ma sono pi spesse e si estendono per
il cielo in forma di X, griglia o in linee parallele. Invece di
dissiparsi rapidamente, si allargano e si diramano. In meno
di trenta minuti si aprono in formazioni che si uniscono tra
loro formando un sottile velo di finte nuvole simili a cirri
che rimangono per ore.
Il contagio delle scie  passato nell'ultimo decennio
dall'America fino a noi e i passaggi degli aeromobili sopra
Milano sono accuratamente documentati, con tanto di fotografie
telescopiche della parte inferiore delle carlinghe e
descrizione della compagnia, del numero di volo, delle matricole
degli aerei. I siti milanesi specializzati in scie chimiche
non tralasciano nemmeno un dettaglio sulla composizione
delle linee lasciate in cielo dai velivoli. La qualit
delle immagini delle scie  spesso molto buona. Il tutto servirebbe
a scoprire il segreto delle scie, misteriosi codici
dell'aria.

INCONTRI RAVVICINATI DEL SECONDO TIPO.

Durante gli anni del boom, l'Italia del miracolo economico
attir perfino la curiosit degli alieni, oltre a quella dei
governi amici e nemici.  dei primi anni Cinquanta del Novecento
la registrazione ufficiale del maggior numero di
avvistamenti e incontri ravvicinati del secondo e terzo tipo
lungo tutta la penisola. Oltre trecento nel solo periodo marzo-maggio
1950.
A Milano e nel milanese  il caso di citare l'esperienza
personale di Ferdinando Guazzotti, che sembra avere avuto
quasi per errore una vita su questo pianeta, tanta e tale 
stata la sua dimestichezza coi marziani, come venivano
chiamati.
La sua vita sembra quella cantata da Eugenio Finardi
quando invocava un extraterrestre che lo portasse via per
dargli una stella che fosse tutta sua, che lo venisse a cercare,
per dargli un pianeta su cui ricominciare. Lui, il Nandino,
come lo chiamano gli amici della rete, ha avuto pi
relazioni con lo spazio siderale che con tutto il vicinato della
natia Rozzano.
Ferdinando Guazzotti  un ex disegnatore meccanico in
pensione, padre fondatore del gruppo astrofili di Rozzano.
Personaggio ieratico nell'aspetto, il Nando porta una lunga
barba bianca ed  anche uno sfegatato cultore di astronomia.
Da bambino voleva fare l'astronauta, e la vita lo ha
accontentato. Nando si occupa anche di mineralogia e ha
l'hobby di disegnare vignette. Fin dagli anni Ottanta i media
si sono appassionati a lui poich in Italia  stato uno dei
primi, e anche dei pi accreditati, ad avvistare UFO e ad
avere contatti alieni.
I suoi incontri sono da registrare nel numero degli episodi
pi tipici della letteratura di genere. Nel periodo
d'oro del grande sviluppo italiano, quando il Nandino
aveva solo undici anni, si trovava a giocare con alcuni
compagni presso la chiesa di Santa Marta, in un pomeriggio
d'estate. Ho visto, lo ricordo come fosse oggi, racconta
il protagonista della vicenda in un'intervista on line,
un disco volante con una cupola centrale color argento
spuntare tra i muri fatiscenti delle case: rifletteva
una luce azzurra e dondolava su se stesso. Poi un'impennata
repentina e il disco che si allontana ad una velocit
impressionante. Per l'ufologia, si tratterebbe in questo
caso di un contatto di secondo tipo, per il particolare stato
di coscienza del testimone, che avrebbe perso la cognizione
del tempo e dello spazio in una sorta di sospensione
della realt.
Passeranno altri trent'anni per il secondo incontro, che
avvenne alla guida della sua auto sulla tangenziale, il 28
settembre 1978, alle 19,00. Racconta Guazzotti: Ho visto
prima una luce pulsare, poi ne ho intravisto la forma;
era ovale, e di nuovo ancora l'oggetto pulsare di una luce
azzurra, e sullo stesso piano del primo oggetto, un altro
della stessa forma e colore. E infine, nel 1998, il
Nandino ritrova in un giardino pubblico di Rozzano, sul
prato, una traccia circolare del diametro di circa otto
metri.
Intorno al perimetro del cerchio, erba bruciata, o disidratata,
che non cresce pi.

CERCHI NEL GRANO
NEI CAMPI FUORI MILANO.

A Milano c' tutto, si trova tutto quello di cui si potrebbe
immaginare di avere bisogno, ben oltre il confine dell'utile.
Si pu fare provvista di ogni cosa circoli nel commercio
mondiale legale e clandestino. E perfino di fenomeni
extrasensoriali, extraterrestri, paranormali si pu fare incetta.
Da qualche anno non si fanno mancare, nemmeno a Milano
e nel milanese, gli appuntamenti ricorrenti con i cerchi
nel grano.
I cosiddetti Crop circles si sono cominciati a diffondere
nelle campagne inglesi alcune decine di anni fa, agli inizi
degli anni Ottanta, e nel corso dell'ultimo scorcio del millennio
le figure geometriche, scolpite ai danni degli steli di
cereali in tutte le campagne del mondo tecnologicamente
evoluto, si sono moltiplicate fino ad arrivare nei campi
circostanti Milano.
Il fenomeno interessa da un paio d'anni i terreni agricoli
a nord est della periferia milanese, nel territorio di Cassano
d'Adda. Gli ultimi avvistamenti risalgono al maggio dell'anno
2012, proprio a Cassano, comune che confina con
la provincia di Bergamo. La mattina del 5 maggio sono
comparsi tra le spighe, che come  noto sembrano calpestate,
simboli che ricordano delle virgole o delle lettere alfabetiche
di lingue antiche o esotiche.
Ma verso la fine dell'anno precedente, nei comuni di
Masate e Basiano, poco distanti da Cassano d'Adda, si registrano
le prime manifestazioni di cerchi nel grano. Per
il debutto nell'hinterland milanese i crop circles si palesarono
nella loro versione tradizionale: enormi circonferenze
del diametro di circa cinque metri, in successione
regolare.
Come al solito, anche analizzando i cerchi nel grano di
Cassano, risulta difficile immaginare un intervento umano,
dal momento che non esistono attorno alle figure punti di
ingresso o di uscita di eventuali artisti della spiga piegata
in servizio notturno.
E come spesso era accaduto in passato, gruppi di meditazione
di ispirazione New Age hanno subito approfittato dei
segni dallo spazio per promuovere meditazioni trascendentali
sul luogo, inalando per ore la misteriosa energia che lascerebbero
sul terreno i presunti codici alieni.
Un episodio del tutto inedito di crop circles tracciati addirittura
in assenza di piantine di granoturco, del resto impossibili
da trovare, vista la collocazione, si  registrato
dentro i confini cittadini il 15 dicembre 2010. La zona era
quella del parco Eurocertosa. Estrema periferia certo, ma
densamente urbanizzata, tanto da avere sfrattato le coltivazioni
cerealicole da almeno un secolo. Quello che apparve
quella fredda mattina infatti, erano disegni distinguibili
solo da altezze piuttosto elevate (almeno dall'ultimo
piano dei grattacieli che sovrastano il parco). Sulla superficie
ghiacciata del parco vi era un gigantesco Pacman,
uno di quei globuli fagocitanti dei primi giochi elettronici
per computer, dotato di artigli e cresta. Sotto la figura, una
sorta di autografo: jordi.  un nome proprio della Catalogna.
Writer fantasioso e tecnologicamente evoluto o artista
delle galassie?

SE UNA NOTTE DI FINE ESTATE
GUARDI IL CIELO.

Chi scrive non si racconta mai, se non sotto interrogatorio
stretto.
A parte la pressione subita da alcune donne, spesso pi
coercitiva di quella dei commissariati, il testimone di questo
capitolo non ha finora vissuto l'esperienza della tortura
finalizzata all'estorsione di informazioni.
Per fortuna, perch  preferibile morire tra i tormenti pi
truci piuttosto che rivelare il minimo dettaglio che riguardi
il proprio privato. O quello di altre persone che fanno parte
del proprio privato.
Ma in tema di misteri, se e quando possibile, forse  pi
ammissibile e tollerabile parlare in prima persona per accreditare
una storia. Se la storia  vera, si d l'impressione
che diventi pi credibile. Ecco dunque, con licenza, un resoconto
diretto, autobiografico. S'intende: al di l di ogni
ragionevole dubbio, mi potrete credere. Tanto pi che era
con me un altro testimone, pi puro e innocente di me.
Passeggiavo con mia figlia, ancora bambina, per le vie
ancora tiepide della periferia milanese, una tarda sera di fine
estate di inizio millennio (era il 14 settembre del 2009,
fuor di vaghezza letteraria). Avevamo lasciato la casa di
amici che ci avevano ospitato per la cena e rincasavamo,
camminando scortati da quel languore satollo, di lieve malinconia
che prende alcune persone alla fine delle vacanze.
L'abitudine a scrutare il cielo in caccia delle ultime effemeridi,
oppure un'improvvisa attitudine mistica o romantica,
mi port a sollevare la testa verso un punto qualunque
dell'universo. A sud, per la precisione. Le costellazioni sopra
Milano erano regolarmente schierate nella loro posizione
abituale per quel periodo dell'anno.
Da quel punto, all'improvviso, si mosse una luce rossastra,
equivalente a un piccolo globo semovente, che puntava
verso le nostre teste, a un'altezza che poteva essere
quella di un aereo. Pensai a un satellite, ma era rosso fuoco,
a volte virava sul giallo nella parte posteriore, e sembrava
meno in alto rispetto alle quote dei satelliti. Seguii la traiettoria
dell'oggetto luminoso, adescato dalla curiosit per
qualunque cosa si muova in cielo. A pochi secondi dalla
sua comparsa, dietro il punto rosso che procedeva su una
rotta regolare a velocit regolare, sufficientemente lenta
per potere essere percepito come guardando il volo di un
aereo, appunto, ecco apparire un altro oggetto simile. Stessa
forma e dimensione, stessi colori, medesima direzione e
velocit. Solo distanziato di rotta rispetto al primo di qualche
grado.
Un'altra manciata di secondi e ne apparve un terzo. Il volo
dei tre oggetti rossi si concluse in corrispondenza del nostro
zenith verticale. Uno dopo l'altro, una volta giunti sopra
le nostre teste, sempre ad altezza considerevole, scomparvero,
come candele soffiate che si spengono a turno.
Ma proprio mentre si dileguavano i primi globuli rossi
volanti, ecco che dallo stesso orizzonte ne spuntarono altri,
dapprima in formazioni di due o tre, che sempre molto
compostamente si andavano a spegnere in alto, nel bel
mezzo del cielo.
Per ore, dopo i primi avvistamenti, dalla mia finestra
aperta sull'orizzonte a sud, assistetti al volo dei globuli rossi,
che in poco tempo invasero letteralmente una porzione
di cielo, a decine, centinaia.
Uno stormo che sembrava interminabile, si formavano in
fondo allo spazio e sparivano a met del cielo.
Di pi non posso dire, se non che quelle cose non erano
aerei, non erano satelliti e non erano stelle cadenti. Ma non
erano nemmeno lanterne cinesi scagliate ai limiti dell'atmosfera,
a mio modesto avviso.
E tengo a precisare che il giorno dopo l'awistamento fu
confermato da molti osservatori sui media pi disparati.

LA LUNGA VITA DEL TRANSEX
ALIENO AL MEXICO.

In via Savona 57, all'interno di una delle pochissime monosale
cinematografiche che resistono a Milano, il Mexico,
si tiene un party tragicomico settimanale, a volte bisettimanale,
a tema erotico horror fantascientifico.
La festa  cominciata 32 anni fa e non  ancora finita. Le
prenotazioni per le prossime date sono ancora da tutto
esaurito. I fan della setta transessuale extraterrestre del
Rocky Horror Picture Show continuano ad accorrere alle
note della sigla, ormai storica, di Science fiction/double
feature, assorbiti dalle labbra rosso magenta di Patricia
Quinn. Poi si scatena l'orgia parodistica del musical culto
di tutti i tempi, insieme agli attori veri che incarnano sul
palco le scene del film.
Non chiedetemi il motivo del successo del film, perch
non lo so, si limita ad affermare il lungimirante gestore
del cinema Mexico, Antonio Sancassani, travolto e rassegnato
- e naturalmente anche molto soddisfatto - per il pi
inspiegabile enigma della storia dello spettacolo musicale.
In Italia, il Mexico  l'unico cinema che ha in cartellone
lo stesso film da oltre un trentennio (ma  anche la sala dove,
nel frattempo, non pochi film maker nostrani di talento
hanno cominciato il loro successo).
Il testo e le musiche sono di Richard O'Brien, sceneggiatore
e compositore di origine irlandese che nel 1973 port
in scena il suo Rocky Horror. Due anni dopo Jim Sharman
ne fece il film, e O'Brien vi prese parte come attore nel
ruolo dell'inquietante maggiordomo Riff Raff. Qualche
anno dopo il film arriv in Italia ed entr in programmazione
perenne al cinema Mexico. Un locale d'essai che 
diventato praticamente un mondo a parte senza fine, come
il misterioso pianeta del piacere Transexual/Transylvania
da dove provengono gli assatanati travestiti, bisessuali e
transgender rock della corte di Frank-N-Furter.
Non si spiegano, come in tutti i casi di grande successo
planetario di un evento artistico, la portata e la durata del
culto di questo film. I critici si sono accuratamente soffermati
sugli elementi di rapporto tra l'opera e numerosi altri
richiami culturali universali. Si vedono il salvagente del
Titanio, l'antenna della R.K.O. e il mosaico di sfondo della
piscina del castello-astronave riproduce la Creazione di
Michelangelo. Del grande artista rinascimentale italiano
non poteva mancare il David, eterno simbolo di perfetta
bellezza virile, che i gioiosi pervertiti della trama horror-
musicale riproducono nella loro magione in un certo numero
di repliche, con un fallo enormemente ingigantito.
Ma i riferimenti culturali si insinuano anche nell'immaginario
colto pi raffinato, con il richiamo alla Madre
di James Whistler, opera iconica per il mondo omosessuale
maschile pi istruito, del pittore ottocentesco inglese
che fu molto caro a Oscar Wilde. L'ambiente  costantemente
supportato dalle suggestioni dell'American
Gothic di Grant Wood, e troneggia una immancabile
Gioconda sopra il camino del salone dove si tiene il convegno
transilvano.
Un mix irresistibile di patrocini del gusto, delle mode e
di impressioni culturali, tale da rendere il film una specie
di droga dei sensi?
Risposta impossibile. Di sicuro c' che in via Savona 57
si entra in una porta bordata di nero e magenta, a una certa
ora di certi giorni della settimana, si attraversa una piccola
hall di vetri e specchi, e ci si sente subito Persi nel tempo.
Persi nello spazio. E nel significato.

MILANO-ZURIGO, SERVIZIO
ANGELICO EXPRESS.

Milano-Zurigo per via angelica, direttissima, sosta unica
in paradiso di luce, arrivo garantito in mezz 'ora di viaggio
nell'estasi completa e totale. Comodamente seduti nella
vostra auto. Zero spese.
Se le agenzie di viaggio potessero organizzarsi con tali
offerte, la crisi del turismo sarebbe un problema risolto per
sempre.
Il protagonista del viaggio esclusivo  invece un tassista,
testimone anonimo di un resoconto esposto da un esperto
conferenziere in tema di angeli, Giorgio Di Bitonto, che si
trovava a Zurigo per incontrare un pubblico di appassionati
di esperienze angeliche.
Di Bitonto riferisce in un suo blog di avere raccolto il caso
del tassista, ansioso di rendere partecipe un passeggero
competente come lui di quanto gli era accaduto anni prima.
Ecco che cosa: l'uomo si apprestava a lasciare Milano,
dalla periferia Nord, in direzione di Zurigo a bordo della
sua auto di servizio, dopo una visita alla sorella, da cui
aveva pranzato. Era dunque il primo pomeriggio. Mentre
l'auto procede all'imbocco della tangenziale il guidatore
vede un globo di luce rossa e dorata che danza davanti al
cofano spostandosi alla stessa velocit della macchina.
Dopo poco la sfera si abbassa verso l'abitacolo e la macchina
entra letteralmente dentro la sfera dorata. Una musica
celestiale avvolge ogni cosa e il tassista si ritrova in
una dimensione irreale di pace e benessere assoluti, senza
tempo e senza luogo.
Un'ora dopo, gi a casa, telefona alla sorella per avvertirla
che il viaggio  andato benissimo. La sorella, incredula
per la brevit di tempo intercorsa tra i saluti e l'arrivo a
destinazione del fratello, telefona a sua volta a Zurigo per
verificare che lui fosse davvero a casa.
Secondo il tassista di Zurigo non c' dubbio: ad aiutarlo
nel suo rientro a casa, sono stati gli angeli. Forse per proteggermi
da qualche pericolo che avrei potuto incontrare
per strada, riporta Di Bitonto, oppure solo per farmi sapere
che loro esistono.
Non ci sono, come  da immaginare, luoghi di elezione
da parte degli angeli per manifestarsi. Gli esperti di apparizioni
angeliche dedicano molta attenzione a una specie
di linea retta che procede da Nord-Ovest a Sud-Est, dalle
alte propaggini europee fino alle ultime sponde turche del
Mediterraneo, che congiungerebbe i luoghi di elezione del
re degli angeli, l'Arcangelo Michele, solennit delle schiere
divine che ha maggiormente lasciato tracce di devozione
nella sua traiettoria di insediamento a protezione di territori
terreni. Ne sono testimonianza i luoghi sacri posti su
alture o sommit, che sono sorti per manifestare il suo domicilio
e che incantano ancora oggi per la bellezza struggente
dei siti. Si parte da Saint Michael's Mount, nella
Cornovaglia occidentale, che sorge su un isolotto a poche
braccia dalla costa, esattamente come Mont Saint-Michel,
speculare, dall'altra parte della Manica, sempre all'Arcangelo
dedicato.
La Va di Michele prosegue toccando i punti geografici -
che in comune hanno una grande suggestione - dalla Sacra
di San Michele in val di Susa, fino a Monte Sant'Angelo
in Puglia, nel Gargano, entrambi sedi di spettacolari e misteriosi
monumenti architettonici dedicati a san Michele.
Questi sono luoghi di grande intensit per lo spirito, ma
quello che da adesso in poi sappiamo con certezza  che gli
angeli dell'esercito di Michele Arcangelo scendono anche
alla periferia di Milano, se occorre il loro soccorso. Anche
se non chiamati dal radiotaxi.

SUL MURO DEGLI ANGELI
IL SEGRETO DI ALDA.

L'operazione sembra non avere precedenti storici:
asportazione di parete poetica per trasloco in casa museo.
La prassi della rimozione di intonaci dipinti per tutela e
salvaguardia  consolidata in tutte le Soprintendenze, ma
finora aveva riguardato interventi sugli affreschi di epoche
lontane. E solitamente i luoghi dove avvengono gli
strappi parietali sono monumenti della storia e dell'architettura.
Invece questa volta, una mattina presto di marzo 2012,
gli addetti dei Beni culturali con le maestranze specializzate
sono entrati in uno squallido appartamento abbandonato
di una vecchia casa di ringhiera sui Navigli e hanno
staccato un muro consunto e scarabocchiato. Vergato a
rossetto, matita, pennarello. Era il muro dove poggiava la
testata del letto della casa di Alda Merini, poetessa del
Novecento milanese (e universale). Nata a Milano il 21
marzo 1931, morta a Milano il 1 novembre 2009.
Il muro, con i suoi logogrifi fatti di numeri di telefono,
versi sciolti, disegni e annotazioni diaristiche,  stato rimontato
pari pari a poche centinaia di metri dall'abitazione
della Merini, in una palazzina ristrutturata di via Magolfa,
dove il Comune ha creato il Museo di casa Merini, centro
attivo di cultura e poesia, allestito e inaugurato in meno di
un anno, dopo la morte della poetessa dei Navigli.
Il muro dove Alda Merini ha appoggiato il suo cuscino -
e sopra il suo testone da sirena spiaggiata -  stato ribattezzato
Il muro degli angeli. Sembra che in quelle note sparse,
affastellate, sovrapposte e confuse, vi sia l'enigma del
collegamento tra il mondo degli uomini e il mondo degli
esseri. O dell'Essere.
Alda Merini  stata ipercelebrata durante gli ultimissimi
anni della sua vita dolorosa, trascorsa in buona parte in manicomio
e sotto cure psichiatriche, quando prima, invece,
era pressoch sconosciuta. A parte un ristretto consesso di
artisti e intellettuali che l'hanno amata e stimata. Eppure la
sua produzione poetica  stata vastissima, ininterrotta e
inesausta nel corso di quasi un secolo.
A un tratto, come sotto l'effetto di una progressiva persuasione
collettiva della sacralit del suo lavoro e del suo
pensiero poetico, Alda Merini  diventata un idolo, l'oggetto
di culto di una religione personalistica che raccoglie
fedeli in ogni categoria sociale, intellettuale e ideologica.
Un simbolo di salvezza da conservare, preservare, e quasi
volere mantenere in vita oltre i limiti della finitezza umana.
Come a chiederle perdono per non essersi accorti di lei durante
i suoi anni di presenza nel mondo. Curioso fenomeno
di agnizione che  capitato a molti poeti nella storia dei
poeti.
Il processo di persuasione collettiva della forza del culto
di Alda Merini era cominciato una decina di anni prima che
morisse, quando fra gli artisti e gli intellettuali prese a circolare
una fotografia, scattata dal suo biografo e amico
Giuliano Grittini, che conteneva tutta la potenza icastica
del suo mistero. La poetessa  seminuda, ingioiellata e imbellettata,
nella mano destra sollevata tiene fra le dita la sua
sigaretta accesa. La posa  una parodia della classicit, ma
 anche un trionfo dell'ironia, un ritratto della miseria e
dell'orrore della follia raccontato da un sorriso che pare la
fine del sogno del paradiso e Vincipit terribile di un ingresso
all'inferno.
L'immagine  quella di un angelo appena caduto dal cielo,
a met della metamorfosi che lo trasformer in un diavolo.
E lo sprofonder.
Resta un mistero da spiegare (forse potranno farlo i maghi
della critica), ma in quel corpo ritratto di poetessa vi 
il segreto del Tutto.

IL VAMPIRO DELLA STAZIONE CENTRALE.

Bram Stoker ci ha abituato ad atmosfere paurose ma tutto
sommato galanti, molto eleganti. Il suo Dracula si abbeverava
ogni notte posando i suoi canini luccicanti sugli
incavi di morbide scapole profumate di carne giovane di
vergine.
Il rito eternamente dannato del vampiro della tradizione
letteraria si celebrava con l'arrivo di un grosso pipistrello
sui battenti di una grande finestra, una metamorfosi, e il
passaggio verso il giaciglio della vittima di un algido e
compassato nobiluomo vestito da cerimonia serale. La scena
del contatto ha sempre suggerito una specie di complicit
profonda tra il vampiro e la sua preda, che pur dormiente
sembrava sempre offrirsi con la resa languida di
un'amante,
Bene, la leggenda urbana della Milano vampiresca non
offre cos seducenti suggestioni.
Il vampiro della metropoli delle nebbie colpisce alla stazione
Centrale e preferisce saziarsi con il sangue dei clochard
che abitano la notte gli ambienti del grande scalo ferroviario
milanese.
Non  raro, per chi abbia il tempo e la voglia di concentrarsi
su certi dettagli, incontrare barboni in sosta permanente
alla stazione Centrale con al collo fiorite collane di
aglio.
Talvolta se ne vedono ancora, coperti di strati inestricabili
di indumenti sudici e laceri, ciondolando curvi sotto il
peso di fardelli che contengono misteriose masserizie, con
l'unico accessorio ornamentale che si concedono: una collana
d'aglio.
Il popolo della stazione Centrale ha una composizione etnica
e di provenienza sociale piuttosto complesso. Praticamente
una piccola metropoli multietnica, dentro le maglie
ufficiali del tessuto urbano milanese.
Sembra di potere ricostruire l'origine della nera leggenda
della stazione ascoltando i resoconti confusi di certi abitanti
fissi del luogo, racconti la cui registrazione fedele  resa
difficile dalla qualit fonetica e dalla tenuta logica delle loro
esposizioni.
Intanto, pare di capire che il fantomatico vampiro predilige
il sangue di vittime che hanno abbandonato il cosiddetto
consorzio civile, perch nella sua vita mortale era uno
di loro.
Non un barone o un conte di remota schiatta caucasica,
ma un senzatetto che in comune con Dracula aveva solo,
forse, l'origine slava, e che era capitato a Milano nel corso
di una delle sue tappe abusive a bordo di treni e navi.
Qui mor, al termine di una lunghissima vita di accattonaggio
che sembrava renderlo immune perfino alla morte.
Si dice infatti che il mostro ultraterreno sia un non morto,
dall'aria esangue, emaciata e folle. Ma che sia anche
dotato di una forza terribile, e che abbia una barba talmente
lunga che lo avvolge interamente durante i suoi periodi di
sonno. L'impressionante barba diventa invece un'invincibile
arma di cattura che il vampiro usa quando  in azione
per ghermire le sue vittime in spire inestricabili. Quando si
mette in caccia di vene da succhiare.
All'aroma dell'aglio, insopportabile e venefico anche per
lui come per tutti i suoi simili, preferisce il gusto di globuli
e piastrine degli homeless, piuttosto che quello di profumate
fanciulle in fiore.

IL MISTERO DEI GATTI
SCOMPARSI IN CENTRALE.

Il fenomeno ha cominciato a essere registrato come
dato inquietante intorno alla primavera del 2010. Articoli
di giornale e cronache di quel giornalismo dilettantesco,
fai da te, che si  diffuso su internet, si cominciarono
a occupare delle strane sparizioni. Il problema fu
messo a fuoco da alcune telefonate, che diventarono insistenti,
pervenute ai centralini dell'AiDAA (Associazione
italiana per la difesa degli animali e dell'ambiente)
per segnalare la scomparsa di gatti domestici nella zona
circostante la stazione Centrale. Maggiormente colpite
dall'epidemia di sparizioni le vie Ponte Seveso, Sammartini,
Lunigiana, Copernico, Ferrante Aporti e Soperga.
L'intero reticolo viario che si addossa attorno alla
sopraelevata ferroviaria del maggiore scalo ferroviario
milanese.
Secondo i volontari dell'AiDAA il caso potrebbe non essere
cos sorprendente, dal momento che i felini, molto pi
spesso dei cani, seguono l'istinto naturale dell'indipendenza.
Il punto  per che il mistero dei gatti scomparsi si infittisce
se si pensa che nel corso degli anni precedenti, sono
stati centinaia a sparire nel nulla. Fino a circa duecento. E
che degli animali non si  trovata assolutamente pi alcuna
traccia, una volta constatata l'effettiva scomparsa, dopo diversi
giorni di assenza.
Lorenzo Croce, presidente nazionale dell'associazione,
secondo quanto si ricava dalle cronache del periodo,
non aveva fatto supposizioni drastiche e aveva commentato
cos il fenomeno: La sparizione di duecento gatti
in dieci anni, in una zona ad alta densit di traffico potrebbe
non essere un fenomeno cos raro. Abbiamo tuttavia
deciso di avviare un controllo in quanto molti gatti
spariti in questo lasso di tempo, sembrano scomparsi nel
nulla. Per individuare quelle che possono essere le reali
cause ci pare importante chiedere la collaborazione dei
cittadini residenti in zona, in quanto una volta capita
l'entit del danno saremo in grado di indicare in maniera
abbastanza sicura che fine hanno fatto i mici della stazione
Centrale.
Degli esiti del monitoraggio non si  poi saputo granch,
anzi, per dirla tutta non se ne  saputo pi nulla.
Mentre invece si sono moltiplicate le ipotesi e sono proliferati
i timori sulle sparizioni dei poveri mici. C' chi paventa
rapimenti di felini a scopo di mero consumo gastronomico.
E non ocporre scomodare le tradizioni culinarie
esotiche delle etnie immigrate. Basta ricordare la famosa
ricetta del gatto in salmi, spacciata in pieno giorno anni
fa, nel corso di una delle tante trasmissioni di training
vivandiero passate in televisione, da Beppe Bigazzi, noto e
stimato gastronomo toscano, membro esclusivo della
confraternita quasi orfica del Fagiolo zolfino, raffinatissimo
cultore dei segreti pi antichi della cucina nostrana.
Poi espulso da tutte le frequenze televisive.
C' chi si spinge oltre, ai confini dell'horror pseudoscientifico.
Ed ecco che i gatti della stazione Centrale sarebbero
stati impiegati per esperimenti di test clinici in
clandestini laboratori di vivisezione, per fortuna mai scoperti
nelle vicinanze.
Ma i gatti alla stazione continuano a sparire.

LA MALEDIZIONE DEL PALA,
TENDONE DEL POP

In poco pi di una notte sorse un tendone da circo nella
piana antistante il monte Stella, unico rilievo orografico
(per altro artificiale) della citt, meglio conosciuto come
Montagnetta di San Siro. Erano i primi anni Ottanta e all'epoca
le tensostrutture si chiamavano palatenda, servivano
a ospitare eventi teatrali o musicali, o altri generi di intrattenimento.
L'improvvisa erezione di una struttura di accoglienza
temporanea per lo spettacolo era coincidente con
l'inaugurazione del prolungamento della linea Uno della
metropolitana, da Qt8 a Molino Dorino. Dopo lo storico capolinea,
una nuova fermata, Lampugnano, ancora priva del
grande parcheggio che c' oggi. E a Lampugnano, appunto,
nacque il palatenda. Fra i primi a farsi applaudire sotto le
sue volte, ci fu Giorgio Gaber, con una serie di date di teatro
canzone traslocato temporaneamente in periferia.
Di temporaneo, il tenda aveva solo il nome. Nel giro di
qualche mese infatti fu sostituito e ampliato da una
tensostruttura molto pi grande, di qualche metro dislocata verso
nord rispetto alla posizione originaria, che prese il nome
di PalaTrussardi.
Ancora oggi c' chi lo chiama cos, anche se il tendone
(sempre lo stesso, mai spostato n modificato), nel corso
dei decenni a venire, sarebbe stato ribattezzato con i nomi,
o meglio con i marchi, di sempre nuovi sponsor. PalaVobis
prima, poi PalaSharp, cos come si  chiamato fino ai giorni
nostri, prima di chiudere ogni attivit.
La fortuna, temporanea, del tendone che ha accolto
all'ingresso in citt dalle autostrade le miriadi di immigrati
quotidiani (o estemporanei) in arrivo dall'intero Nord Est
italiano, sta proprio in questa felice posizione strategica.
Il Pala avrebbe dovuto essere una struttura temporanea
e invece  stato un'astronave parcheggiata per oltre un
trentennio che ha cacciato i bagliori iridescenti delle sue
cangianti sigle commerciali. Ora in disarmo.
 gi abbastanza misteriosa la resistenza storica di questa
struttura, che ha ospitato quasi tutti i grandi nomi dello
spettacolo musicale del mondo contemporaneo, e nonostante
quella che in molti addetti ai lavori del ramo tecnico
di tutti i backstage definiscono sottovoce la maledizione
del Pala.
Attrezzi che misteriosamente scompaiono, sinistri movimenti
delle impalcature, impianti che saltano senza una
spiegazione. Va detto: sebbene sul Pala pesi una surrettizia
diceria di maledizione,  proprio l che si sono esibite le pi
grandi star del pop internazionale, fra tutti  da ricordare
un mitico concerto di Frank Sinatra e Liza Minnelli insieme,
in cui la capienza  stata messa a dura prova per almeno
tre serate, e non  mai accaduto nulla di tragico.
Solo piccoli scherzi da elfi, dispetti di spiritelli ignoti,
marachelle a opera di animelle vaganti e salaci.
Ledya, un'avvenente e spiritosa nipotina della numerosa
famiglia Togni, che ha gestito il Pala, e che ha vissuto fin
da bambina nelle carovane parcheggiate sotto il tendone,
afferma che a mandare piccole maledizioni sono le suore
del vicino istituto Nazareth, che accoglie ragazze senza famiglia,
e che non hanno mai gradito l'installazione del Pala
di fianco a un'opera di carit.

QUELL'OSCURA PROFEZIA
DI PALAZZO MARINO.

Una congerie di pietre nata con il frutto di rapine, cadr
in rovina e sar preda di un ladrone o brucer!.
Un anatema di sventura, una minaccia lanciata nel Cinquecento,
con un'eco che attraverser i secoli e avr esito,
se non proprio veritiero, almeno verosimile. Corrispondente
al vero con impressionante prossimit. La leggenda
vuole che a pronunciare le fatidiche parole sia stato un
ignoto profeta, guardando con occhio obliquo palazzo
Marino, oggi sede del Comune, in piazza Scala. Ma si dice
che l'indovino abbia scandito la sua sentenza dal retro di
piazza San Fedele.
La voce del popolo era quella di Dio, e il popolo ce l'aveva
a morte con Tommaso Marino, proprietario e fondatore
del sontuoso edificio che oggi ospita il governo cittadino.
Il padrone di casa, genovese immigrato, era diventato di
fatto il padrone di Milano, con licenza di imporre tasse e
gabelle, creditore di incommensurabili fortune nei confronti
del governatorato spagnolo, esattore per conto dell'impero
iberico sul territorio pi ricco della provincia
lombarda. Inviso sia ai potenti, che teneva in scacco con le
pendenze fiscali, sia ai sudditi milanesi, che martoriava
con sanzioni e prelievi.
Il clima era insomma propizio per certe previsioni, e a
volere dare retta alle corrispondenze sembra quasi che la
profezia si sia scagliata sul palazzo, ai giorni nostri, in corrispondenza
del febbraio 1992, quando scoppi Tangentopoli.
Il potere pubblico amministrato dalle giunte di Milano
degli anni Ottanta fu associato al sinonimo di ladroni.
Con il beneficio d'inventario di revisioni storiche a futura
memoria.
Ma a parte il mistero della profezia a sfondo sociale e politico,
palazzo Marino vive anche di altre leggende. La prima
riguarda la sua fondazione, che come per la guerra di
Troia, sembrerebbe da attribuire alla bellezza di una donna.
Il conte Marino sarebbe stato stregato dal fascino di una
giovane dama veneziana che incontr proprio nella piazzetta
San Fedele, all'epoca un lussureggiante broletto verde.
Il nobiluomo, gi molto facoltoso, ne fece richiesta formale
di matrimonio al padre e si impegn nella costruzione
di un fastosissimo palazzo, degno della bellezza delle dimore
veneziane. Proprio nel luogo dove i due si incontrarono.
La prima pietra di palazzo Marino, la cui costruzione
inizi dalla parte oggi posteriore, ovvero su piazza San Fedele,
fu posta nl 1558.
Ma sotto i malaugurati auspici dell'anonimo profeta, che
lungo i secoli ci azzecc pi di una volta. Dopo la morte di
Marino il palazzo cadde in rovina e in seguito fu confiscato
dagli austriaci, nel 1706. Di certo si sa che il grande edificio
rinascimentale di piazza Scala continu a essere la sede
dell'imposizione fiscale. Pi che mai oggi.
Anche dopo che in una delle sale al piano terreno, di
quelle che si affacciano ancora su piazza San Fedele, nacque
la Monaca di Monza. Ovvero, al secolo, Marianna De
Leyva, una nipote di Tommaso Marino, impiegata dal
Manzoni due secoli dopo per costruire una finzione biografica
innestata su un personaggio storico reale.
Sventurata comunque, pure lei, secondo il canone
manzoniano.

LEGGENDA (AUREA) DEL
RISO CON LO ZAFFERANO.

A Milano il riso  giallo e splende come l'oro. Il primo
piatto locale della tradizione ha un'ispirazione di sfrontata
improntitudine, ai limiti dell'ostentazione esibizionistica.
Nella citt che ha sempre vissuto la ricchezza come una casta
virt da non mettere in mostra, il simbolo della sua gastronomia
 una sfarzosa messa in scena di colore. Naturalmente,
dopo secoli di consumo del cereale acquatico mischiato
alla spezia cromatica per eccellenza, la sensazione
che il risotto alla milanese offre al palato e agli occhi  di
compassata nobilt.
Perfino se il re dei cuochi ancora al secolo regnante,
Gualtiero Marchesi,  arrivato a condire il risotto allo zafferano
con una foglia d'oro. Ultima frontiera di un lusso
che pare addirittura cavato da una favola orientale medievale.
Eppure, l'invenzione ha immortalato lo chef nel
mondo, e rinforzato la leggenda (aurea) del risotto alla milanese.
La gastronomia, secondo gli antropologi culturali,  il
primo segno di un gruppo umano a nascere, e l'ultimo a
estinguersi. Ma come  nato e perch il marchio culturale
del risotto giallo, che con le abitudini culturali locali sembra
non avere molto a che fare?
Troviamo, curiosamente, una tipicit identica all'altro
capo dell'Italia: in Sicilia, che non  certamente una terra
di coltivazioni a marcite, il riso  per molto usato per la
preparazione degli arancini, rinomate sfere dorate di pa-
natura fritta contenenti tesori di rag e piselli (sempre
che siano fatti a regola d'arte), grandemente diffusi anche
a Milano da alcuni anni (molto difficilmente a regola
d'arte).
Strana la corrispondenza: stando ad alcune voci tramandate
nei secoli, proprio gli arancini siciliani sarebbero arrivati
nella citt del Duomo durante il Mediovo, ma incompleti.
La cuoca siciliana della leggenda non avrebbe
trovato gli ingredienti adatti per il ripieno e avrebbe perci
lasciato il riso allo zafferano aperto sul piatto, conquistando
per ugualmente le gole dei commensali. Pare anche
che la pietanza abbia un'origine kosher, sia cio approvata
dall'ortodossia alimentare ebraica.
Altre fonti rivelano che alla base della trovata spettacolare
del risotto giallo vi sia stata invece una storia d'amore,
con tanto di nomi e cognomi. Sebbene le versioni siano
almeno due, con gli stessi personaggi. Si parla di tale Mastro
Valerio di Fiandra, vetraio incaricato delle istoriature
sui fmestroni del Duomo (a lui sono attribuite le vetrate
con la storia di Sant'Elena). Il suo aiutante, chiamato appunto
Zafferano per il suo vezzo di comporre le tinte
con il colorato ingrediente, avrebbe proditoriamente condito
il riso con la spezia gialla, d'intesa con il cuoco incaricato
del banchetto per le nozze della figlia di Valerio. Per
scherzo, ma sembra anche per gelosia. E l'effetto fu apprezzato.
Nella seconda versione,  il mastro vetraio che sposa una
giovane e avvenente fanciulla. Il dispetto dell'aiutante Zafferano
 sempre lo stesso, e sempre motivato dalla gelosia.
Come che sia andata, resta inconoscibile la ragione del
successo del riso all'onda lucente che attrae i turisti ai tavolini
dei locali della Galleria.
Questa non  una guida gastronomica,  quindi consentito
preferire e suggerire acriticamente il Matarel, famosa ma
quasi invisibile osteria in via Mantegazza, per andare a conoscere
il mistero del risotto.

LA LUNGA STORIA FELICE DEL PAN DEL TONI.

Il dolce di Milano non ha la fama della pizza, alimento
base della cucina povera napoletana, consumato in tutto il
mondo industrializzato e ricco in ogni stagione. Il panettone
 il dolce di Natale della tradizione meneghina, che parte
da Milano alla volta dei cinque continenti solo una volta
all'anno, ma con un carico di circa cento milioni di pezzi,
per un valore di circa seicento milioni di euro.
Il volo secolare di Babbo Natale.
Dopo la pizza e l'hamburger (e naturalmente la Coca Cola)
 fra i prodotti gastronomici pi consumati sul pianeta,
almeno nei giorni della Nativit.
Il panettone  nato a Milano. Ma quando? Chi fu il pasticcere
benemerito che lo invent? Qual  la formula della
sua fortuna?
Sulle origini del panettone le leggende e i misteri si intrecciano
lungo una storia che, sommate le varie tradizioni,
ha pi di mille anni. Gli indizi mitici delle leggende attorno
al panettone richiamano curiosamente i simboli araldici
della citt: il rosso e il bianco uniti in una croce, e cio popolo
e nobilt uniti nella difesa e nel progresso della citt.
E infatti: la prima storia narra di un nobile che si mette al
servizio di una giovane popolana per amore, la seconda riporta
la casuale vicenda di un ignoto inserviente di mensa
che mette insieme ingredienti avanzati e stupisce un'intera
corte e i suoi invitati.
Con ordine: Ughetto degli Atellani, falconiere, abitava
nella contrada delle Grazie (lo testimonia ancora oggi un
suggestivo cortile di ispirazione leonardesca di fronte alla
chiesa del Cenacolo). Innamorato di Algisa, figlia umile di
un fornaio, entra a bottega del padre per starle vicino e apprende
le magie dell'impasto, tanto che arriva a confezionare
un prodigioso dolce con farina, burro, uova e uva sultanina
con cui conquista le grazie della pulzella e non solo,
anche il consenso di tutta la citt per la prelibatezza che da
allora fu servita sulle tavole dei milanesi.
Nella versione opposta, che si avvicina alla verit storica
per dettagli ulteriori, l'ambiente  quello della sera di Natale
del 1495 alla corte di Lodovico il Moro. Al cuoco fu
richiesto di addolcire gli animi dei commensali con qualcosa
di speciale, ma il dolce fu dimenticato in forno e si
bruci. Al piccolo Toni, sguattero, venne l'ardire di proporre
una sua pietanza cucinata la mattina con gli avanzi di farina,
burro, uova, scorza di cedro e uvette. Manco a dirlo,
fu un tripudio di gole soddisfatte. E da allora, a Natale, si
mangia il Pan del Toni, ovvero il Panettone.
Ma a confermare l'ispirazione sociale di stampo egualitario
del panettone  Pietro Verri, che alla fine del Settecento
rievoca in un suo scritto l'origine del dolce di Natale milanese.
Il punto di inizio starebbe in una tradizione risalente
almeno al IX secolo dopo Cristo, in cui il pater familias
spezza del pane a Natale e lo divide in tavola. All'alba del
secolo XV le corporazioni milanesi decretarono che la
tradizione del pane spezzato e condiviso dovesse essere canonizzata
nella stessa procedura per ricchi e per poveri.
Pan de Ton per tutti, insomma, ovvero pane di lusso fatto
di farina bianca, miele, burro, zucchero e zibibbo. E la vera
distribuzione ecumenica del panettone nella versione moderna
comincia all'inizio del secolo scorso, con la produzione
industriale di Motta.
A Milano oggi ci sono pasticcerie artigianali che si contendono
il primato del panettone. Vale la pena di elencare
Biffi, Taveggia, Sant'Ambroeus, Gattullo e Cova. Tutti in
pieno centro. Ma poich lo spirito del panettone  democratico,
la livella del caso che abbatte i privilegi di casta ha
generato una curiosa coincidenza: lungo viale Monza c'
una pasticceria che si chiama Cova, solo per caso omonima
della concorrente nel quadrilatero del lusso, ma  questo
Cova che i puristi gastrosofi indicano come preferibile, per
ordinare il panettone.

MILANO, PONTE SOSPESO SUL
MISTERO: IL CANDOMBL.

Milano  un porto di terra, come l'abbiamo chiamato nel
primo capitolo, ma  anche un ponte sospeso tra le religioni
del mondo. A Milano convivono luoghi di culto per ogni
rappresentanza etnica e culturale, fra le maggiori nel pianeta.
Sebbene non manchino polemiche e scontri innescati
dalle diverse ideologie, a Milano tutti i popoli del mondo
possono pregare le loro divinit. In un clima di convivenza
tutto sommato molto pacifico. In questo senso, sotto la Madonnina,
 come se abbia origine la testa di un prodigioso
ponte che congiunge con tutte le sedi divine di ogni credenza
e devozione.
Anche questa volta, per l'ultima volta, proponiamo una
metafora per raccontare il mistero dei misteri: quello delle
religioni. Che a Milano sono gi da tempo, forse da sempre,
e senza alcuna programmazione, una sorta di Exp
universale dello Spirito.
La geografia dei luoghi di culto delle varie tradizioni spirituali
 complessa e articolata. Tutto il cristianesimo ha le
sue chiese: cattolici, protestanti, ortodossi, copti, evangelici,
avventisti, tutti possono celebrare i loro riti. Gli ebrei,
dagli ultraortodossi ai pi tiepidi seguaci di Jahweh, hanno
sinagoghe e luoghi di incontro e meditazione. I musulmani,
pur dovendo fare fronte allo spauracchio integralista del
momento (per fortuna, a quanto pare, in via di esaurimento),
continuano a inchinarsi alla Mecca con raduni numerosi
e partecipati. Poi, a seguire, buddisti, confuciani, induisti,
con schiere sempre pi folte di seguaci tra gli occidentali,
intonano pacificamente e per ore le loro litanie in
appositi santuari.
Milano , insomma, una specie di Babele padana dello
spiritualismo, ma senza alcuna complicazione particolare
legata a questa compresenza.
Ogni culto o pratica di devozione  regolarmente svolto
con i crismi dell'ufficialit e della trasparenza, ma in mezzo
a una tale profusione di salmi, versetti, mantra e genuflessioni
si  anche segretamente allungata l'ombra della
Santera, dei riti afroamerindi importati dai neri forzati alla
schiavit nel Nuovo Mondo, provenienti soprattutto dall'America
latina, in particolar modo da Brasile e Caraibi.
A Salvador de Bahia, il Candombl, variante maggiore di
un culto magico-animista contaminato con le icone dei
santi della Chiesa cattolica (altre varianti, molto diffuse in
altre zone del centro America e dell'America del Sud, sono
la Macumba e il Voodoo),  ormai riconosciuto e protetto
dalle autorit. Anche perch  praticato estesamente da
quasi tutta la popolazione.
Molto difficilmente il Candombl si impianta in altre parti
del mondo, diverse dai territori da dove transitarono, in
catene, i sacerdoti del rito, imbarcati come schiavi e tradotti
nel Nuovo Mondo.
Ebbene, a Milano,  sorto nel 1995 un terreiro (questo il
nome del sito sacro del Candombl, dove appunto indispensabile
 la terra battuta). A fondarlo fu un italiano, di
cui nulla di pi si sa, in un punto imprecisato della citt, la
cui ubicazione dovrebbe essere in zona Navigli, ma di pi
non  dato sapere. Quello che  certo  che il misterioso
santuario  formalmente riconosciuto come autentico dal
pai-do-santo (cos si chiamano i sacerdoti) Gerson de
Oxssi, che entr in contatto con il fondatore nostrano a
suo tempo.  possibile inoltre ricavare dalle fonti anche il
nome del luogo di culto animista: U Alaketo Airn. Si sa
anche che da quella esperienza di trapianto del Candombl
a Milano nacque una regolare associazione per la diffusione
del culto.
Ma dove sia il terreiro non  rivelato. Che a Milano si
pratichi la magia bianca, a questo punto,  possibile supporlo,
dal momento che si sa che c' un terreiro, anche se
non si sa dov', e che le pratiche magiche buone sono
componenti fisse del Candombl. Ma lo sono anche quelle
tenebrose e maligne. Si pratica anche la magia nera fra i
Navigli?
...
.
...
FINE.
...
.
...
BIBLIOGRAFIA.
...
.
...
AA. VV., Dizionario di toponomastica. Storia e significato dei nomi geografici italiani, Garzanti, Milano 1996.
A. ACCORSI, M. CENTINI, La sanguinosa storia dei serial killer, Newton Compton Editori, Roma 2007.
A. Aimi, v. DE MICHELE, A. MORANDOTTI, Musaeum Septalianum. Una collezione scientifica nella Milano del Seicento, 1984.
M. ALMERIGHI, I Banchieri di Dio, Editori Riuniti, Roma 2002.
Arch. di Stato di Milano, Uffici e tribunali regi, parte antica, Consiglio segreto, n. 39.
ASCMI, Registro delle sentenze criminali. Cimeli, 147, f.53 ss. P. BARBIERI, P. CUCCHIARELLI, La strage con i capelli bianchi. La sentenza per Piazza Fontana, Editori Riuniti, Roma 2003.
G.C. BASCAP, Ipalazzi della vecchia Milano, Ulrico Hoepli Editore, Milano 1986.
A. BASSO, I Mozart in Italia, Accademia Nazionale di Santa Cecilia, 2006.
E.S. BATTAINI, El pret de Ratan. Il pi estroverso generoso guaritore, EMI, Pavia 1997.
M. BELLONCI, Lucrezia Borgia, Mondadori, Milano 2003.
M. BERSA, Filovie e filobus a Milano, Edizioni ATM, Milano 1986.
G. BETTIN, M. DIANESE, La strage. Piazza Fontana. Verit e memoria, Feltrinelli, Milano 1999.
J. L. BORGES, Una rivendicazione del falso Basilide", in Tutte le opere vol. 1, Mondadori, Milano 1985.
L. BRAMANI, Mozart massone e rivoluzionario, Bruno Mondadori, Milano 2006.
G. BRERA, L. VERONELLI, La pacciada, mangiarebere in pianura padana, Mondadori, Milano 1972.
D. BUZZATI, Cronache nere, Theoria, Roma 1989.
D. Buzzati, Viaggio agli inferni del secolo, in: Corriere della Sera, Maggio-Giugno 1964
D. BUZZATI, Il Colombre, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1966.
I. CALVINO, Le citt invisibili, Einaudi, Torino 1972.
F. CARCANO, Gli angeli di Lucifero, Mursia, Milano 2011.
G. CAZZANIGA, Il gamba de legn, Lombardia Edizioni, Como 1991.
C. CEDERNA, Pinelli. Una finestra sulla strage, Il Saggiatore, Milano 2004.
C. CEDERNA, Una finestra sulla strage, Feltrinelli, Milano 1971.
N. COLAJANNI, Un uomo, una banca 1946-1991: storia di Enrico Cuccia e della prima Mediobanca, Sperling & Kupfer, Milano 2000.
A. COLUMBO, Le fognature di Milano, in: Quaderni della citt di Milano, Edizione a cura del Comune di Milano, 1960.
G. CORNOL, G. SJJVERI, Tram e Tramvie a Milano, Edizioni ATM, Milano 1987.
P. CUCCHIARELLI, Il segreto di Piazza Fontana, Ponte alle Grazie, Firenze 2009.
J. DA VARAZZE, Legenda Aurea, Einaudi, Torino 1995.
D. DANTE, Il tempo interrotto. Breve storia dei catari in Occidente, Palomar, Bari 2009.
M. DEL MASCHIO, S. MOMENT, C. NOBBIO, Fratelli d'Italia. Memoria del rapporto tra Massoneria e Risorgimento nel 150 anniversario dell'Unit d'Italia, Bastogi, Foggia 2011.
G. di Bobbio, Vita di San Colombano, Abbazia San Benedetto, Milano 1999.
G. Di HILDESHEIM, Storia dei Re Magi, Ciolfi Editore, Cassino 2009.
Dizionario Milanese-italiano, a cura del circolo filologico milanese, A. Vallardi, Milano 2002.
M. ELIADE, Arti del metallo e alchimia, Bollati Boringhieri, Torino 1980.
P. M. FASANOTTI, V. GANDUS, Bang Bang. Gli altri delitti degli anni di piombo, Tropea editore, Milano 2004.
P. M. FASANOTTI, v. GANDUS, La Medea di Porta Venezia, Marco Tropea Editore, Milano 2000.
C. FAYER, M. SIGNORELLI, Racconti del Gerundo - aspetti di un territorio, SlED, Milano 2001.
S. FISHKOFF, The Rebbe's Army. Inside th World of Chabad-Lubavitch, Shocken Books, New York 2003.
E. FLAMINI, L'eterna leggenda del Rocky horror, Il Giornale, 5 giugno 2012.
M. FOCARETE, I cinesi a Milano non muoiono mai? Scatta un'inchiesta della polizia, in: Corriere della Sera, 19 Agosto 2000.
G. FONTANA, La cusinna de Milan, Editrice La Prora, Milano 1938.
P. FOSCHINI, Milano, nuovo arredo urbano, via trentamila pali inutili, in Corriere della Sera, 9 settembre 2004.
G. Galli, Il banchiere eretico. La singolare vita di Raffaele Mattioli, Rusconi, Milano 1998.
G. GALLI, Il romanzo degli gnomi. I protagonisti della finanza italiana, Rusconi, Milano 1984.
ID., Il padrone dei padroni. Enrico Cuccia, il potere di Mediobanca e il capitalismo italiano, Garzanti, Milano 1995.
G. GALLI, La venerabile trama. La vera storia di Lido Gelli e della P2. Lindau, 2007.
A. GIANELLI, Vita di San Colombano abbate, irlandese: protettore della citt e diocesi di Bobbio, Torino 1844.
M. GUARINO, F. RAUGEI, Gli anni del disonore. Dal 1965 il potere occulto di Licio Gelli e della loggia P2 tra affari, scandali e stragi, Edizioni Dedalo, Bari 2006.
F. GUAZZOTTI, Alieno per caso, su: www.camelotchronicles.com.
S. C. HEILMAN, M. B. FRIEDMAN, The Rebbe. The Life and Afterlife of Menachem Mendel Schneerson, Princeton University Press, Princeton (New Jersey) - Londra 2010.
M. HESEMANN, Testimoni del Golgota, Edizioni San Paolo, Cuneo 2003.
V. KRUTA, La Grande storia dei celti, Newton Compton Editori, Roma 2003.
L. LANZA, Bombe e segreti. Piazza Fontana: una strage senza colpevoli, Eleuthera, Milano 2005.
G. LEONE, Le chiome di Thanatos, Liguori Editore, Napoli 2011.
L'il Alaketo Airn di Arborio. Identit e tradizione in un candombl italiano, in: Sincretismo o Africanizzazione? Dinamiche delle religioni brasiliane a cura di Bruno Barba, Luisa
Faldini, Reginaldo Jos Prandi, con introduzione di Luisa Faldini.
C. LUCARELLI, M- PICOZZI, La nera, Mondadori, Milano 2006.
G. LUZZI, Il giallo della stretta Bagner, Pagine disparse, Milano.
J. A. MAC CULLOCH, La religione degli antichi Celti, Neri Pozza, Vicenza 1998.
Maria Callas alla Scala, Teatro alla Scala, Milano 1997.
D. MAZZOLENI, I martiri cristiani, Archeo Dossier n. 87, 1992.
G. MERZARIO, I maestri comacini, Giacomo Agnelli, Milano 1893.
J. R. MINTZ, Hasidic People. A Place in th New World, Harvard University Press, Cambridge-Londra 1992.
M. MOIRAGHI, Il primo inquisitore. Sulle tracce di Raniero da Ponza, Ancora, Milano 2007.
A. MOLA, Storia della Massoneria italiana dalle origini ai nostri giorni, Bompiani, Milano 1992.
G. MORONI, Gialli italiani irrisolti - Misteri lombardi, omicidi senza colpevoli, Mursia, Milano 2008.
L. MURARO, Guglielma e Maifreda. Storia di un'eresia femminista, La Tartaruga, Milano 2003.
D. MUSINI, Lucrezia Borgia. Misteri, intrighi e delitti, Nuovi Equilibri Editore, Viterbo 2005.
M. NAVONI, L'Ambrosiana e il museo Settala, in: Storia dell'Ambrosiana, 2000.
F. ogliari, F. FAVA, La Milano del pret de Ratan, Selecta, Milano 2006.
R. PAPA, Giuda, il disordine e la grazia, in Leonardo, il Cenacolo, Giunti, Firenze 1999.
E. PETOIA, Vampiri e lupi mannari: le origini, la storia, le leggende, Newton Compton Editori, Roma 1991.
G. PILUSO, Mediobanca. Tra regole e mercato, Egea, Milano 2005.
V. PINI, G. SIRONI, Bernardino Luini. Nuovi documenti biografici, Milano 1993.
F. pinotti, Poteri Forti, BUR, Milano 2005.
R. PINOTTI, A. LISSONI, Mussolini e gli UFO, Idea Libri, Rimini 2001.
M. PISA, Milano Cold Cases, Dalai Editore, Milano 2012.
F. POGGI, La fognatura di Milano, Vallardi, Milano 1911.
M. POLIDORO, Cronaca Nera, Piemme, Milano 2005.
S. PROVVISIONATO, Misteri d'Italia, Laterza, Bari 1993.
S. REGINA, Prezioso campanile pieno di immondizia, Vivimilano, Corriere della sera.it
M. RIZZOTTO, A. VIVALDO, Il caso Rina Fort, Becco Giallo, Padova 2006.
F. RUGGERI, Il Santo Chiodo venerato nel Duomo di Milano, Nuove Edizioni Duomo, Milano 2005.
Senavra, in Corriere della Sera, Vivimilano.it, 23 Giugno 2012
J. SERRA, La cena segreta, Marco Tropea Edizioni, Milano 2005.
E. SILVA, Dell 'arte dei giardini inglesi, Milano 1801 - 1814.
A. SOFRI, 43 anni, 2012.
A. SOFRI, Il malore attivo dell 'anarchico Pinelli, Sellerio, Palermo 1996.
C. STAJANO, M. FINI, La forza della democrazia. La strategia della tensione in Italia (1969-1976), Einaudi, Torino 1977.
Stazione Centrale: segnalata dall'Associazione Italiana Difesa Animali ed Ambiente la preoccupante scomparsa dei gatti della zona, in www.cronacamilano.it
C. TAVERNARI, Manfredo Settata, collezionista e scienziato milanese del '600, Milano 1976.
E. TEBANO, Quel neon dimenticato per 77 anni, in: Corriere della Sera, 2 giugno 2012.
A. TENENTI, Il senso della morte e l'amore della vita nel Rinascimento, Einaudi, Torino 1989.
R. TESTINI, Archologia Cristiana, Edipuglia, Bari 1980.
F. TETTAMANTI, Hemingway crocerossino a Bollate, Corriere della sera, 31 Maggio 2012.
M. UBERTI, G. COLUZZI, I luoghi delle triplici cinte in Italia, Eremon Edizioni 2008.
M. VANNUCCI, Le grandi donne del Rinascimento italiano. Da Simonetta Cattaneo a Isabella d'Este; da Lucrezia Borgia ad Artemisia Gentileschi; un 'affascinante storia tutta al femminile,
Newton Compton Editori, Roma 2004.
F. E VITTINGHOFF, Untersuchungen zur damnatio memoriae, Berlin 1936.
F. WHITE, A guide to astrology, Minneapolis 1904.
S. ZAVOLI, La notte della Repubblica, Mondadori, Milano 1995.
...
.
...
FINE.